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Il caso “Tubor”

E’ iniziato tutto così, con una denuncia per usura, sporta da un imprenditore di Pieve Vergonte (VCO) ai danni di Danilo Quirico, ex membro del CDA della “Tubor” la storica azienda verbanese leader europea nel settore della produzione di radiatori in acciaio; una tempesta giudiziaria arrivata a compimento nel corso di questo mese, che ha rilevato il fallimento della società e scoperto un sistema di leasing a scatole cinesi dove niente è ciò che sembra e che cade interamente sulle spalle dei duecento lavoratori dello stabilimento verbanese, attualmente in cassa integrazione.

Ma andiamo con ordine; l’inchiesta nasce nell’ottobre 2005 a seguito della sopracitata denuncia che coinvolse uno dei principali esponenti del CDA della società con sede a San Bernardino Verbano, provincia del Verbano Cusio Ossola.

Nel corso delle indagini della Guardia di Finanza e della Procura di Novara è emerso (grazie anche all’uso delle intercettazioni telefoniche) un quadro a tinte fosche tratteggiato da truffe milionarie ai danni di alcune società di leasing per l’acquisto di macchinari produttivi, condito da numerosi episodi di usura ai danni di piccoli imprenditori locali perpetrati dagli amministratori della società, che ha portato a contestare a quarantasette imputati (sei dei quali legati al mondo dell’imprenditoria verbanese), nel corso dell’operazione denominata “Credit Scoring”, i reati di associazione a delinquere, frode fiscale, usura, truffa, esercizio abusivo di intermediazione finanziaria e bancarotta fraudolenta.

Un intricato e illegale sistema di truffe e raggiri basato su investimenti realizzati con fondi inesistenti e “spalmati” su numerose società prestanome e offshore che ha portato nel corso dell’udienza preliminare svoltasi il 31 marzo presso il Tribunale di Novara a 15 rinvii a giudizio per altrettanti imputati (fra i quali l’ex ad di Tubor, Andrea Ramponi di Verbania, già indagato in altri casi per falso in bilancio e reati finanziari), 24 patteggiamenti e nove richieste di rito abbreviato.

Nell’occhio del ciclone è piombato di nuovo anche Rolando Russo,quarantenne ex funzionario dell’Agenzia delle Entrate di Verbania originario di Cosenza, già inquisito da parte della GdF nel 2007 nell’ambito dell’operazione “Nemesis” per aver emesso delle fatture false volte ad attestare un credito IVA di circa 12 milioni di euro, inesistenti, a favore di alcune aziende locali fra cui la Tubor; l’accusa contestatagli ora è tentata corruzione ai danni di Michele Gabriele, imprenditore 52enne di Gravellona Toce (VCO) già condannato a due anni e otto mesi (patteggiati) per bancarotta fraudolenta.

Il Gabriele, infatti sostiene di aver subito delle “lusinghe”, in termine di offerte economiche, da parte del Russo affinchè egli omettesse nel corso del suo incidente probatorio alcuni episodi di corruzione dei quali fu protagonista lo stesso Russo presentati dall’avvocato del Gabriele durante la sua arringa difensiva.

Ottenuta una risposta negativa, pare che l’ex funzionario fiscale sia passato dalle offerte di corruzione alle minacce, anche gravi, nei confronti dell’imprenditore gravellonese che ha sporto denuncia portando all’arresto di Russo; interrogato in carcere venerdì otto aprile dal Gip Beatrice Alesci , del Tribunale di Verbania, Russo ha dichiarato la sua innocenza ma nonostante ciò si è visto respingere la richiesta di scarcerazione presentata dal suo avvocato e rimane attualmente in stato di fermo.


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