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La scomodità della parola e il dovere di Restare Umani

(in collaborazione con Patrizio Lodetti*)

15 aprile 2011

L’assassinio di Vittorio Arrigoni lo scorso 15 aprile. Un cronista di pace che vogliamo ricordare.

vittorio-arrigoni

Una morsa allo stomaco. E subito dopo un’altra che si accompagna ad un senso di interdizione. La morte di Vittorio Arrigoni, pacifista dell’International Solidarity Movement, il 15 aprile scorso, è stata una bomba deflagrata improvvisamente nel cuore di molti. Un sequestro repentino e dai contorni fumosi, seguito a meno di trenta ore da un assassinio orrendo e disumano. Perché? La domanda che di pancia racconta e riassume la prima reazione a questa tragedia porta con sé ed impone una riflessione, oltre che un’indagine che spetta a chi di dovere, su quali dinamiche hanno preceduto e forse, per certi versi, profetizzato un evento tanto drammatico. Ripercorriamo allora, anche se brevemente, i passi di Vittorio nei suoi ultimi anni a Gaza, collocando il suo attivismo umanitario nel contesto politico di questa infernale lingua di terra.

Nell’agosto del 2008 una cinquantina di uomini e donne, tra cui Vittorio, provenienti da 18 differenti paesi raggiunge Gaza a bordo di due precarie imbarcazioni, la Free Gaza e la Liberty. Il loro arrivo, salutato con estremo calore dalla popolazione, rompe per certi versi il silenzio internazionale sul fronte dell’emergenza umanitaria nei territori palestinesi, i cui porti non vedevano attracchi internazionali dal 1967. La genesi di questa missione, che ha visto Vittorio tra i suoi più determinati promotori, va ricercata nel sogno di alcuni attivisti dell’ISM, l’ong da anni operante in sostegno alla resistenza civile palestinese, di rompere l’embargo illegittimo che, contravvenendo alla normativa internazionale, Israele ha imposto dopo i violenti scontri che nel 2007 si sono conclusi con la presa del potere da parte di Hamas. Gli obiettivi della traversata marittima sono molteplici. In primo luogo, portare aiuti umanitari (generi alimentari, farmaci, materiale edilizio, attrezzature tecniche) alla popolazione palestinese della Striscia, strangolata dal serrato assedio israeliano. Altro scopo dell’ISM è, poi, fare in modo che la resistenza nella Striscia assuma una forma non violenta, strategica ed il più possibile consapevole. Primo, perché la potenza militare israeliana è schiacciante ed ineguagliabile. Secondo, perché il pacifismo attivo è la strada coscientemente scelta dagli attivisti dell’ISM anche per non compromettere il dialogo con le istituzioni locali ed internazionali. “Vittorio – racconta l’amico e compagno Edi il giorno dei funerali – è sempre stato cuore pulsante dell’ISM”, nonché fermissimo sostenitore della non violenza propositiva ed organizzata come unica arma di resistenza, specie in una simile condizione di disparità di mezzi. Proprio per queste ragioni, per essere stato più volte incarcerato durante episodi di resistenza pacifica, per essersi sempre opposto al ricorso alla violenza, per essere stato prima voce occidentale a documentare gli orrori del fosforo bianco in quelle tre settimane a cavallo tra il 2008 ed il 2009 dell’ormai ben nota Operazione “Piombo fuso”, per la vicinanza quotidiana al popolo palestinese nell’affrontare la sfida per la sopravvivenza, Vittorio ha svolto il ruolo di interlocutore privilegiato con le istituzioni e con la stampa mondiali. Allo stesso tempo è anche riuscito a guadagnarsi la fiducia dei civili della Striscia, diventando per loro punto di riferimento umano, ancor prima che politico. Sì, perché Vittorio non si è limitato a denunciare scrivendo ma si è addossato il dolore di quegli ultimi di cui scriveva condividendo con loro una quotidianità di cui è difficile immaginare la durezza. L’ha fatto, per esempio, accompagnando in mare i pescatori, costretti dal progressivo esaurimento delle risorse ittiche e dall’inquinamento delle acque (dovuto anche alle piogge di fosforo bianco) a superare il limite di 3 miglia dalla costa (a dispetto delle 20 stabilite come limite dagli accordi di Oslo) ed esponendosi così come ed insieme a loro agli attacchi per la violazione del blocco da parte della marina israeliana. L’ha fatto fungendo da scudo umano per i contadini che rischiano la vita lavorando la terra nella Buffer Zone: quest’area, che si estende dai 500 metri al chilometro e mezzo rispetto al confine, pur rappresentando il 30% di tutti i terreni coltivabili di Gaza, subisce la proibizione di qualsiasi tipo di attività per cosiddette ragioni di sicurezza. L’ha fatto, ancora, sostenendo il Free Gaza Movement nell’allestimento di una flotta di sei navi, la Freedom Flottilla, che nel maggio del 2010 ha preso il largo sulla rotta di Gaza con lo scopo di richiamare nuovamente l’attenzione internazionale sull’emergenza umanitaria in corso. Le imbarcazioni con a bordo attivisti per la pace, giornalisti, medici, cittadini di ogni parte del mondo, sono state assaltate dalle forze israeliane per un bilancio di 9 morti ed il fermo di tutti i rimanenti membri degli equipaggi. Un fatto di una gravità inaudita rispetto al quale il Consiglio ONU per i diritti umani si è espresso in questi termini: “Dato che la Freedom Flotilla non presentava una minaccia ad Israele, né fu organizzata per contribuire a un’azione di guerra, intercettarla fu chiaramente illegale e non trova giustificazione come atto di auto-difesa”. Questo è il contesto in cui Vittorio ha perso la vita. E questo basti a ciascuno per trarre le eventuali conclusioni in merito al suo assassinio, nella speranzosa attesa che giustizia venga fatta e la verità portata alla luce.

Forse è lecito chiedersi perché parlare di Vittorio Arrigoni in un sito di informazione che si chiama StampoAntimafioso. Una possibile risposta ce la dà Egidia Beretta, la madre dell’attivista: “Vittorio non è né un eroe, né un martire, ma solo un ragazzo che ha voluto riaffermare con una vita speciale che i diritti umani sono universali, e come tali vanno rispettati e difesi in qualsiasi parte del mondo; che l’ingiustizia va raccontata e documentata, perché nessuno di noi, nella nostra comoda vita possa dire ‘io non c’ero, io non sapevo’. I diritti umani sono universali ed intoccabili e la loro violazione deve essere denunciata. Come? Facendo informazione, per esempio. Dove? Ovunque sia possibile. Attraverso il suo blog, Vittorio ha urlato al mondo gli orrori di Gaza, del campo profughi di Jenin, della West Bank. Non era un giornalista e non amava essere definito tale, diceva sempre di essere “un attivista per i diritti umani, per la pace”. Non possiamo però non ricordare che il suo attivismo passava anche – e per fortuna – per la penna, oltre che per le braccia e per i suoi occhi. Meglio, il suo attivismo umanitario era l’azione congiunta di queste sue tre ossimoriche armi pacifiche e, forse, il suo impegno non avrebbe avuto la medesima forza se Vittorio non ci avesse fatto dono di una prosa meravigliosa: con il suo corpo proteggeva i civili e con le mani copriva le orecchie dei bambini dai sibili delle bombe; con i suoi occhi vedeva e piangeva ed infine scriveva sul blog e per il Manifesto tutto quello che l’Occidente sa degli orrori e dello strazio che imperversano ancora in un’area che molte voci, persino dal mondo ebraico, non esitano a definire un altro olocausto. Un’altra autorevole ed emozionante risposta esce da uno splendido fraseggio di Alberto Spampinato, direttore di Ossigeno per l’informazione, che sul sito di Articolo 21 scrive: “Vittorio appartiene a pieno titolo alla lista d’onore delle vittime che vogliamo ricordare […] Il giornalismo di cronaca richiede di stare in mezzo ai fatti. Vittorio faceva questo. Stava a Gaza e ci prestava i suoi occhi”. Faceva informazione, insomma. L’informazione che parte dal cuore e dall’indignazione e che certo non ha bisogno di tessere, riconoscimenti professionali o etichettature di categoria perché se ne misuri il valore. Vittorio Arrigoni era un uomo di pace. Era una penna scomoda e di pace, come Giancarlo Siani ucciso dalla Camorra a 26 anni, come Peppino Impastato dilaniato dal tritolo di Cinisi. Se qualcosa lega queste tre giovani vittime sicuramente è la consapevolezza condivisa che – Carlo Levi insegna – “le parole sono pietre”. Che le parole sono la volontà di farsi carico del dolore e delle ingiustizie di chi non ha voce. E che con l’uso della parola si può rispondere a chi fa dell’odio che si autoperpetua l’unica propria arma. Con l’invito a respingere quest’odio restando umani Vittorio era solito chiudere i pezzi degli ultimi anni. E allora sia, anche qui ed ora, con la sua essenza nella penna: Restiamo umani.


*laureando in Scienze Politiche con una tesi sull’urbanistica nella Striscia di Gaza. Un grazie sentito per l’impegno profuso nella ricostruzione storica degli eventi.

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