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La repressione non basta per risolvere la “Questione Settentrionale”

Venerdì 17 giugno si è tenuta a Novara la conferenza “Dinamiche delle infiltrazioni mafiose al Nord”, presenti la dott.ssa Anna Canepa (Direzione Nazionale Antimafia) e Lorenzo Frigerio (giornalista di Libera Informazione e referente di Libera Lombardia), moderatore il referente di Libera Novara, Domenico Rossi.

“Io parlo di atti giudiziari… vi fornisco dei dati che non sono chiacchiere… per quel che riguarda questa provincia la realtà giudiziaria non è una realtà di oggi”. Così il magistrato Anna Canepa inizia il suo discorso. Il fervore con cui espone e la forza delle sue parole caratterizzano la conferenza e tengono con il fiato sospeso il numeroso pubblico, folto di giovani soprattutto. Prosegue tracciando un breve excursus storico del fenomeno mafioso in Italia, sottolineando come non si possa parlare “di un’emergenza” ma di un problema che “riguarda la storia del nostro paese almeno dall’Unità d’Italia”.

“A partire dagli anni sessanta”, spiega la dott.ssa Canepa, “è iniziata una lenta, silenziosa e mimetica migrazione dalla Calabria che ha introdotto un microcosmo di paese” per giungere oggi a quella che è una vera e propria colonizzazione del territorio da parte della ‘ndrangheta. Eppure esistono documenti, come la Relazione del ’91 del Procuratore Generale di Torino, che attestano una massiccia presenza ‘ndranghetista nell’Ossola e rivelano quanto l’organizzazione criminale fosse già penetrata nel settore edile. Già negli anni settanta e ottanta si registrano casi di inquinamento di voto: “in relazione a quei episodi”, spiega la relatrice, “non si è arrivati allo scioglimento del comune di Domodossola per il semplice fatto che si sono dimessi prima”. Diverse le sorti del comune di Bardonecchia, sciolto per condizionamenti mafiosi nel 1995. Infine la recente indagine Crimine ha confermato la tesi che la ‘ndrangheta, forte degli enormi profitti ricavati dal mercato della cocaina, si attesta come la più solida ed affidabile associazione criminale presente nel paese. Ogni anno una cifra che supera i 120 miliardi di euro necessita di essere ripulita e reinvestita in attività legali e l’attuale crisi economica costituisce il “momento magico” per la criminalità: decine di imprenditori in crisi accettano di ricorrere all’usura pur di salvare le proprie aziende: speranza, quest’ultima, sempre tradita. I Barbaro-Papalia di Platì hanno usato il settore edilizio come cavallo di Troia per impossessarsi di imprese, il caso della Perego Strade, che è stata letteralmente fagocitata dalla ’ndrangheta è emblematico in questo senso. Pisanu, in qualità di presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, ha riconosciuto che ormai l’Italia si trova a dover affrontare una vera e propria “questione settentrionale”. È necessario che gli imprenditori non si isolino, che si ricordino sempre da che parte devono stare: bisogna spezzare quel processo che trasforma l’imprenditore da vittima a membro colluso, pervertendo il tessuto economico italiano. L’imperativo diventa quindi creare gli adeguati anticorpi: una magistratura indipendente, innanzitutto, e una società civile vigile e partecipe che non deleghi alle forze di polizia l’attività di contrasto, poiché la repressione è un’arma di lotta alla mafia, ma certamente non quella risolutiva. È indispensabile monitorare le aree politiche più facilmente aggredibili usando gli strumenti che già abbiamo: “tenete presente”, sottolinea con forza la dott.ssa Canepa, “che l’Italia viene guardata come esempio dagli altri paesi per quello che riguarda la lotta alle mafie”. Importantissimo il ruolo dei prefetti che hanno diritto di accesso ai cantieri. Una parte fondamentale è svolta anche dai movimenti anti racket sorti negli ultimi tempi: evitare che le aziende in crisi siano lasciate sole. Si rende quindi palese la necessita che la società nel suo insieme partecipi e imponga la legalità come principio cardine, soprattutto in questo momento di grande difficoltà.

Uno scroscio di applausi chiude l’intervento e subito Domenico Rossi, membro dell’osservatorio provinciale sulle mafie sorto a Novara nell’ultimo anno, passa la parola a Lorenzo Frigerio. Questo si dichiara felice proprio del fatto che un magistrato ha parlato per primo e, con tono polemico rispetto ai frequenti attacchi alla categoria, ricorda che “magistrati come Caponnetto, Caselli hanno sempre parlato, Falcone fu addirittura editorialista per La Stampa: i magistrati devono parlare, non fosse altro perché sono cittadini!”.

“Se posso azzardare un paragone storico”, prosegue Frigerio, “siamo come nella Sicilia degli anni sessanta”, come allora percepiamo l’influenza criminale sulle istituzioni, che infatti negano la presenza del fenomeno. “O si prende coscienza del problema o lo si rimuove”. In generale soffriamo anche il fatto che abbiamo sempre un’immagine per difetto: la magistratura indaga sul passato e non ci dice nulla su presente e futuro. Appunto per questo necessitiamo della lungimiranza dei giornalisti che devono collaborare con i rappresentanti delle istituzioni, come ci mostrò Giorgio Bocca con l’intervista al prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa o Enzo Biagi con quella a Giuseppe Fava. Di queste persone non dobbiamo ricordare solo il sacrificio, ma anche gli strumenti che ci hanno lasciato. “…1982, il Generale Dalla Chiesa neanche sapeva cos’era l’Expo 2015” ma proprio lui è fra i primi a seguire i movimenti di riciclaggio del denaro. Tra un argomento e l’altro il relatore lancia più volte un monito: “la politica faccia la politica!”. Spesso infatti sembra che a mancare sia proprio la volontà dei politici di indagare su certe dinamiche.

La voce limpida e tonante del Giornalista prosegue sottolineando come gli stereotipi influenzino: il problema non è esterno alla società e non riguarda dei mafiosi “brutti, sporchi, cattivi e relegati nel sud”, ma tocca invece il tessuto vivo della nostra società e alcuni suoi protagonisti. Rendendolo, quindi, non risolvibile con la mera repressione. Non a caso sta nascendo un movimento di persone che “non ci sta e vuole avere una parte attiva” e proprio in questo senso anche Libera deve evolvere. Non ci si può più limitare a fare solo eventi divulgativi e a “portare gente in piazza”; se il nord è colonizzato allora i progetti di riutilizzo dei beni confiscati, già ben avviati al sud, sono da attivare anche nei nostri territori. “Proprio questa”, conclude Frigerio, “è la questione settentrionale”. E proprio sul tema della partecipazione delle compagini territoriali si giocherà la futura battaglia contro la mafia.

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