Ti trovi qui: Home » Approfondimenti » Omicidio Garofalo.

Omicidio Garofalo.

Partito, il 6 luglio, il processo sulla morte di Lea Garofalo, l’ex testimone di giustizia calabrese scomparsa a Milano nella notte tra il 24 e 25 novembre 2009.

Sequestrata, interrogata, uccisa e sciolta nell’acido per aver collaborato con l’autorità giudiziaria.

Lea Garofalo è stata vittima di una brutta, bruttissima storia di cronaca nera dietro alla quale sembra nascondersi l’ombra della criminalità organizzata.

Questo l’inquietante scenario ipotizzato all’interno dell’ordinanza di custodia cautelare con la quale il Gip di Milano Giuseppe Gennari ha richiesto l’adozione di misure restrittive nei confronti di Carlo Cosco, Giuseppe Cosco, Vito Cosco, Massimo Sabatino, Carmine Venturino – accusati di aver concorso nell’omicidio e nella soppressione del cadavere della donna – e Rosario Curcio – accusato del solo concorso nell’occultamento del cadavere della donna.

Il movente del delitto, sostengono gli inquirenti nelle 132 pagine dell’ordinanza, deriva dalla collaborazione della Garofalo con l’autorità giudiziaria dal luglio 2002 all’aprile 2009, periodo durante il quale la donna rilasciò alcune dichiarazioni spontanee – mai confluite in un processo – “in riferimento all’omicidio di Comberiati Antonio, elemento di spicco della criminalità calabrese a Milano durante gli anni ’90, ucciso per mano ignota il 17 maggio 1995”.

Lo stesso movente che – così si legge nell’ordinanza –, pochi mesi prima della scomparsa della donna, avvenuta nella notte tra il 24 e il 25 novembre 2009, avrebbe alimentato un tentativo di rapimento ai danni della Garofalo, poi fallito per la pronta reazione della donna e di sua figlia Denise. A seguito di questo tentativo di rapimento Carlo Cosco – ex convivente di Lea Garofalo e padre di Denise – e Massimo Sabatino erano già stati raggiunti da un’ordinanza di custodia cautelare nel febbraio 2010.

Gli inquirenti sostengono che, nel novembre 2009, la Garofalo venne attirata a Milano dall’ex compagno Carlo Cosco con la scusa di parlare del futuro della loro figlia Denise. Una volta giunta nel capoluogo meneghino, la donna sarebbe stata vittima del piano “predisposto e organizzato” da Carlo Cosco e “diretto a sequestrare, interrogare ed uccidere la vittima”. L’ordinanza firmata dal Gip Gennari ipotizza che Massimo Sabatino e Carmine Venturino  abbiano “sequestrato la vittima” e “consegnata a Cosco Vito e a Cosco Giuseppe, i quali l’hanno interrogata e poi uccisa con un colpo di pistola”.

I cinque uomini sono anche accusati, insieme a Rosario Curcio e ad “altre persone allo stato non identificate”, di aver concorso alla distruzione “mediante dissolvimento in acido” del cadavere di Lea Garofalo, “dopo che la stessa era stata uccisa”. Il tutto sarebbe avvenuto in un terreno nei pressi di Monza.

In attesa degli sviluppi processuali (l’8 luglio la data della seconda udienza), l’unico dato certo è che Denise, la figlia della vittima, ha deciso di costituirsi parte civile nel processo che cercherà di fare luce sulla scomparsa della madre e che vede tra gli imputati anche il padre della ragazza.

3 commenti

  1. Lea Garofalo non fu affatto una collaboratrice di giustizia (cioè una “pentita”, ovvero una mafiosa o comunque una delinquente autrice di reato), ma una testimone di giustizia (cioè una persona perbene che rende testimonianza di fatti commessi da altri, nel caso di specie dai suoi familiari ‘ndranghetisti). Poichè nessun addebito penale è mai stato contestato a Lea ed essendo sempre stata audita dai Pm come persona informata dei fatti (cioè testimone di reati commessi da chi le stava attorno quotidianamente), definire Lea “collaboratrice di giustizia” offende non solo la memoria sua e di tutti gli altri testimoni di giustizia (come Rita Atria e Felicia Bartolotta Impastato), ma anche la dignità degli odierni testimoni (come Pino Masciari, Valeria Grasso, Francesca De Candia).
    In una lettera aperta al Presidente della Repubblica Napolitano scritta manualmente da Lea nell’aprile 2009 e destinata ad alcuni quotidiani nazionali (da loro mai pubblicata, provvide solo “Il Quotidiano della Calabria” il 2 dicembre 2010), scrisse le seguenti parole:
    “Il legale assegnatomi dopo avermi fatto figurare come collaboratrice, termine senza che mai e dico mai ho commesso alcun reato in vita mia (…). Questi mi comunicarono di figurare come collaboratrice, premetto di non avere nessuna conoscenza giuridica, pertanto il termine di collaboratore per una persona ignorante, era corretto in quanto stavo collaborando al fine di far arrestare dei criminali mafiosi (…). Ora non so, sinceramente, quanti di noi non abbiano mai commesso alcun reato e, dopo aver denunciato diversi atti criminali, si sono ritrovati catalogati come collaboratori di giustizia e quindi appartenenti a quella nota fascia di infami, così comunemente chiamati in Italia, piuttosto che testimoni di atti criminali, perchè le posso assicurare, in quanto vissuto personalmente, che esistono persone che nonostante essere in mezzo a situazioni del genere riescono a non farsi compromettere in nessun modo e ad aver saputo dare dignità e speranza oltre che giustizia alla loro esistenza”.
    Una di loro si chiamava Lea Garofalo.

Inserisci un commento