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Infinito, parte quarta. La ‘ndrangheta lombarda alla sbarra.

Quarta udienza del processo Infinito: la parola alle parti civili. Riesplode la polemica sui “professionisti dell’antimafia”.

Aula bunker di piazza Filangieri, quella che guarda in faccia il carcere san Vittore. Sono le 11.30 del 7 luglio quando tra i parenti degli imputati e i giornalisti si sparge la voce che il ritardo dell’udienza, fissata per le 9.30, sarebbe dovuto alle lamentele di Pino Neri, il dottor Jekyll-consulente tributario e mr. Hyde-referente primario della ‘ndrangheta in Lombardia: pare che, per problemi di salute, Neri abbia fatto le proprie rimostranze sul dover essere trasportato col cellulare della polizia penitenziaria. Poco dopo si scoprirà che Neri non si è presentato. Si aprono finalmente le porte dell’aula bunker e ha inizio la quarta udienza del lungo processo scaturito dalla maxi-operazione Infinito.

Tra i parenti e gli imputati scattano i consueti sorrisi, alcuni cenni di saluto corrono veloci dalle bocche, attraversano le sbarre e raggiungono i destinatari. Parole sussurrate a mezza voce quasi con un’intimità che sarebbe possibile solo se ci fossero pochi centimetri di distanza fra gli interlocutori. Ma in effetti, a pensarci, la distanza tra quegli uomini e le loro famiglie è solo fisica. E allora tutto ciò che viene detto o fatto appare pregno di mille sensi reconditi agli occhi di chi osserva e studia dall’esterno quei comportamenti. Stavolta il clima appare più disteso. Rispetto agli abiti griffati dei giovani dominano in quantità quelli larghi, fioriti e colorati o neri e meno vistosi di anziane signore.

In apertura il pubblico ministero Alessandra Dolci ribatte alla tesi, sostenuta dalle difese, secondo cui sarebbe impossibile dimostrare l’esistenza in Lombardia di una struttura criminale coesa. Il Pm rileva come in ben 150 pagine dell’ordinanza si trovi descritta la struttura denominata ‘La Lombardia’. Di questa farebbero parte calabresi che vantano un periodo di residenza ormai trentennale in territorio lombardo, condizione che ha permesso il consolidamento di una struttura criminale lombarda dotata di autonomia.

Il secondo rilievo del Pm riguarda le eccezioni mosse dalle difese sulla competenza territoriale del tribunale di Milano. “Nel capo d’imputazione”, spiega il magistrato, “si segnalano una quarantina di summit tenuti in Lombardia; di questi i primi due a Legnano (12 e 26/02/2008), il terzo a Pioltello (1/03/2008), dunque tutti in provincia di Milano”. Il dato rilevante è che nel capo d’imputazione non si contesta l’appartenenza degli imputati alla singola locale (Legnano, Pioltello o altre) ma ad una struttura unica denominata Lombardia e facente capo a Milano. In conclusione il Pm chiede alla Corte “che siano respinte tutte le eccezioni sollevate dalle difese” e chiede altresì la sospensione dei termini di custodia cautelare”.

Dopo la decisa e chiara esposizione del Pm la mattinata si rivela densa di colpi di scena. Protagonista del primo exploit a tratti teatrale è l’avvocato Oliviero Mazza, difensore di Carlo Antonio Chiriaco (direttore della Asl di Pavia accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione): proprio quando la Presidente Maria Luisa Balzarotti sta per introdurre le parti civili, l’avvocato interviene rivendicando che “le parti civili non dovrebbero avere diritto di parola in questa sede”. La risposta della Presidente è secca: “Il tribunale dà la parola alle parti civili”.

Per il comune di Pavia, in persona del sindaco pro-tempore Alessandro Cattaneo, interviene l’avvocato Tizzoni sulla polemica sollevata dall’avvocato Mazza, il quale si chiedeva come fosse possibile che il sindaco Cattaneo si costituisse parte civile contro chi, secondo l’accusa, lo ha fatto eleggere. L’avvocato Tizzoni tronca la polemica ribattendo che “il sindaco si costituisce in quanto istituzione e in rappresentanza del Comune, non certo a titolo personale”.

L’avvocato Davide Grassi, legale di Sos impresa (associazione Confesercenti) replica alle polemiche dell’avvocato Roberto Rallo (difensore di Pino Neri) che aveva contestato aspramente la costituzione a parte civile delle associazioni antiracket e antiusura. Ricorda Grassi che “Sos impresa prevede tra i suoi scopi statutari quello di costituirsi parte civile in processi per estorsione, usura e vessazioni da parte di organizzazioni criminali nel caso siano stati rilevati danni ad aziende e imprenditori”. E deplora il fatto che l’avvocato Rallo abbia risollevato la sciasciana polemica sui “professionisti dell’antimafia” e si sia chiesto come mai dei professionisti abbiano deciso di difendere associazioni costituitesi parte civile in questo processo.

Per la Regione Lombardia l’avvocato Antonella Forloni risponde ai dubbi mossi dall’avvocato Mazza, in generale, sulla costituzione a parte civile della Regione e, in particolare, contro il proprio assistito. Spiegala Forloni che “tra le norme varate dal consiglio regionale in materia di prevenzione alla mafia vi è un’indicazione di spese di bilancio su tale argomento”. Poi chiama in causa una delibera regionale che prevede la costituzione a parte civile contro tutti gli imputati nel reato esterno di associazione mafiosa e chiude con voce ferma: “anche Chiriaco risponde al reato indicato nella delibera”.

A tratti la tensione si taglia con il coltello, specialmente sui volti del pubblico che ascolta assorto, quasi in religioso silenzio, la lunga serie di interventi. Ma basta un accenno della Forloni contro la triste polemica sui “professionisti dell’antimafia” per innescare il secondo colpo di scena della giornata: l’avvocato Rallo scatta in piedi irritato, disturbato dal fatto che le parti civili usino certi argomenti in sede processuale e chiede, con un’insistenza che presto si muta in prepotenza, di poter replicare.La Presidenteammonisce tutti a discutere solo gli aspetti tecnici che sono oggetto di queste prime udienze e poi richiama Rallo all’ordine ricordandogli che “non può interrompere in questo modo un collega”. Le sue parole cadono nel vuoto. Rallo è deciso a parlare e si sovrappone più volte alle parole della Presidente. “Avvocato, finché il codice è questo decide il Presidente”, chiosa perentoriala Balzarotti. Quindiil microfono del difensore di Neri si spegne, e non misteriosamente.

In conclusione la parola passa alle difese che compatte respingono la richiesta di sospensione dei termini avanzata dal Pm. Poi è di nuovo l’avvocato Rallo a prendere la parola: chiede che Pino Neri sia tradotto alle udienze con un’ambulanza o un’automobile, e non con il cellulare della polizia penitenziaria. Il tribunale si dichiara non competente in merito e dispone che la richiesta sia trasmessa all’amministrazione penitenziaria.

La quinta udienza è fissata per venerdì 15 luglio nell’aula bunker di Piazza Filangieri.

Prima ancora chela Presidente abbia concluso con le parole di rito, buona parte degli avvocati ha già rotto le righe. I parenti e gli imputati sciolgono la tensione e riprendono la loro “corrispondenza” cifrata a distanza. Tra tutti spicca Carlo Antonio Chiriaco più che altro per la sua maglietta, di un rosso così sgargiante da cozzare  incredibilmente col pallore del suo smunto viso: lo sguardo debole, il sorriso stentato, gli occhi costretti a guardare i familiari attraverso le sbarre. Chiriaco, l’uomo affascinato fin da giovane dall’idea di fare il boss, uomo ricco, ricchissimo, ammaliato dal potere e poi travolto da se stesso. Solo, in una gabbia, solo anche se in compagnia di altri uomini. A guardarlo, Chiriaco ricorda come sia poca cosa l’essere umano, che in un attimo tocca il paradiso del potere e della ricchezza e l’attimo dopo precipita nella solitudine e nella privazione di libertà, il peggiore degli inferni.

5 commenti

  1. Bell’articolo! Dettagliato, ma non pedante..A tratti poetico 🙂

  2. Grazie ragazzi, continuate a tenerci informati!!! Restiamo vigili di fronte a questo cancro senza più confini!!!

  3. E ‘fantastico! Mi chiedo se volevo scrivere alcune cose, vorrei sapere come.

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