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Ricca, immune, ingenua Lombardia. Appunti di viaggio nelle terre della ‘Ndrangheta.

L’ho vista la ricca e immune Lombardia. Quella colonizzata dalla ‘Ndrangheta, quella che non penseresti mai sia possibile.

Seduta sul treno corro veloce via da Busto, verso Rho, fermando a Legnano e accarezzando Vanzago solo con l’occhiata fugace del finestrino in movimento. Vanzago, proprio la cittadina  dell’illuminato Roberto Nava, il sindaco che per amore del suo mestiere si ribellò alla nomina di Pietro Gino Pezzano a numero uno della ASL di Milano.È stupore d’orgoglio quello che si prova quando succedono queste cose -e qualcuno ne parla-. È stupore d’interdizione, invece, quando vedi la ricca e immune Lombardia colonizzata e pensi che le ruote della tua bicicletta stanno calpestando lo stesso suolo di boss originari della Locride, della Piana di Gioia Tauro, dell’Aspromonte, arrivati al nord da quella terra incantevole e dannata che è la Calabria. Ed è stupore dello stesso colore e dolore quando pensi che da un comune qualunque del varesotto che, se non fosse per le tapparelle alzate e le finestre aperte diresti spopolato per quanto è silenzioso e ameno, magari partono gli ordini per il narcotraffico. Lo storico locale di paese, gremito di gente per il caffè della domenica, occupato ora da un altro locale, altrettanto storico ma con un’altra storia e un’altra geografia.

Com’è possibile che da qui giri l’economia mafiosa? Perché scegliere realtà simili? Risultati giudiziari alla mano, i dati ce lo dimostrano che è proprio nei piccoli comuni, nelle frazioni, negli hinterland delle grandi città del nord, nelle zone meno in vista e meno viste che  i cuori aridi e avidi delle organizzazioni criminali di stampo mafioso si annidano. E questo perché prima del denaro (tradizionalmente disprezzato in sé, specie dalle vecchie leve mafiose) viene il potere.

Il potere che si avvale della violenza sufficiente e necessaria e si declina in un controllo capillare e pervasivo del territorio. Un paese di piccole dimensioni è quindi l’ideale per le ‘ndrine per ricreare la comunità d’appoggio, radicarsi ed esercitare il controllo quotidiano e tanto più sfacciato quanto più il potere ha contaminato le fibre sociali ed economiche locali.

La medaglia dell’invisibilità, nella sua doppia faccia, se lanciata in aria con cura e calcolo, permette di rendersi visibili ai molti (che devono vedere) quel tanto che basta per aggiudicarsi supremazia e invulnerabilità; d’altro canto fa sì che i clan insediati restino nascosti ai più. I più, quelli fisicamente lontani, che non vedono i commercianti allungare il pizzo sottobanco, non sentono l’odore acre di una serranda bruciata, non trovano nei propri cantieri i mezzi distrutti, così, inspiegabilmente, nell’arco di una notte. E ancora, i più che forse queste cose le leggono, scritte da chi le vuole raccontare.  Da chi respinge l’informazione come penna nelle mani del potere e si rifiuta di ridursi a pubblicare le ansa diramate a iosa dagli uffici stampa del Ministero dell’Interno soltanto il giorno di un maxi arresto o di una super operazione che ha scovato un ormai ottantenne latitante in un tugurio che sa di cicoria e vino acetico. Come se l’Antimafia fosse un’attività strumentalizzabile dalla politica e sbandierabile come un trofeo pre-elettorale.

“ ‘Pensare globale, agire locale’ non è uno slogan ma una sfida vitale”, a voler ricordare una famosissima canzone di uno dei gruppi più attivi nell’antimafia musicale (ma non solo), i Modena City Ramblers. Partire dal micro, dalle piccole realtà che non penseresti mai e, in fede al principio di Erodoto (l’occhio vale più dell’orecchio), decifrare con occhio critico i segnali criptati che le realtà locali possono raccontare ad orecchie attente e a menti vigili. Ma anche, in senso figurato, a polmoni aperti: davvero nell’aria di certi luoghi corrono parole e “le risposte soffiano nel vento”.

“Fin da bambino avevo respirato giorno dopo giorno aria di mafia, violenza, estorsioni, assassinii”, racconta a Marcelle Padovani Giovanni Falcone, siciliano, anzi -meglio- palermitano che “ha trascorso tutta la vita immerso nella diffusa cultura mafiosa, […] e conosce perfettamente il lessico delle piccole cose”. Il giudice, il cui metodo segnò una svolta nelle indagini antimafia, sa parlare il linguaggio della strada, ascolta i suoni dei vicoli e li traduce in parole. I luoghi hanno un’anima e quando qualcosa la intacca, la vìola, quest’anima grida. E non c’è omertà che tenga. L’occhio critico, la mente sensibile, il conoscitore della strada, avverte queste voci e ne cattura i messaggi. La lotta alla mafia si fa -anche- fuori dai palazzi: pensare di combatterla nel chiuso di una stanza prima di averla conosciuta e precludendosi la possibilità di respirarla è pura follia. È come azzoppare un cavallo di razza e pretendere che incassi un ottimo risultato solo perché di razza. E proprio perché l’antimafia è anche la gente comune, è una soddisfazione immensa quando, sdraiati nel parco di un paesino di qualche migliaio di anime, al commento della notizia dell’arresto del fratello di Riina, senti esclamare: “uno in meno, finalmente!”

Perciò il viaggio in treno e l’escursione in bicicletta durante un assolato sabato pomeriggio  del varesotto. Per vederla, questa ricca, immune e ingenua Lombardia.

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