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Pertinenza e veridicità delle dichiarazioni

Proviamo a riflettere, ricostruendo alcuni fatti importanti a partire da una questione sollevata durante la seconda udienza del processo Lea Garofalo: le dichiarazioni di Lea Garofalo e Salvatore Sorrentino.

Lea Garofalo. Pertinenza delle dichiarazioni Scavando in profondità nelle motivazioni che portarono Lea Garofalo a fuggire, emergono notizie relative al traffico di droga con le conseguenti battaglie per il controllo territoriale di Milano. All’organizzazione (mafiosa, ndr), gestita da Floriano Garofalo, Tommaso Ceraudo e Silvano Toscano, partecipano anche Giuseppe e Carlo Cosco, grazie al legame di quest’ultimo con Lea (sorella di Floriano, ndr). Al fine di appropriarsi del traffico, il rivale Antonio Comberiati fa uccidere Ceraudo e Toscano, proclamandosi “boss della zona di viale Montello, zona strategica di Baiamonti, vero centro nevralgico della ‘ndrangheta a Milano”. I più probabili successori dovrebbero essere i fratelli Cosco, in quanto “forti del legame di parentela sviluppato da Carlo” che permette loro di trovarsi “ad un passo dal vertice della struttura di Milano”. Decidono quindi di eliminare il loro avversario con alcuni colpi di pistola, sotto casa, in via Montello numero 6. Lea dichiara che il marito e il cognato sono rientrati in casa e che il secondo si lamentava perchéla vittima “non voleva morire, sembrava che aveva il diavolo nel corpo”.

Quando nel 1996 l’operazione “Storia Infinita” porta all’arresto di Floriano, Carlo e Giuseppe con l’accusa di traffico di stupefacenti, Lea Garofalo compie la scelta di andare via di casa assieme alla figlia Denise. Sei anni più tardi diventa collaboratrice di giustizia, entrando nel programma di protezione e liberando quel travolgente fiume in piena che sono le sue dichiarazioni. Presto si aggiungono anche le testimonianze delle prime due aggressioni da parte del marito avvenute presso la Casa Circondariale di San Vittore-Milano e confermate dal personale in servizio. Tra le ultime dichiarazioni quella del 5 maggio 2009, a seguito dell’aggressione subita a Campobasso.

Ecco svelate le ragioni del sequestro, ovvero “vendicarsi dell’affronto della Garofalo” che, andando via, aveva messo in crisi “l’intera stabilità della famiglia Cosco all’interno dell’organizzazione”  e “apprendere che cosa ella avesse rivelato agli inquirenti circa traffici di droga e omicidi” al fine di “valutare la entità di questo pericolo e il modo per sottrarvisi”.

Salvatore Sorrentino. Veridicità delle dichiarazioni – Nel 2010 Sorrentino dichiara di aver ricevuto alcune notizie relative alla scomparsa di Lea Garofalo direttamente dal compagno di galera Massimo Sabatino, uno dei responsabili del sequestro e conseguente omicidio della donna. Nell’aprile 2010 Sorrentino rivela che Sabatino, già in affari con i Cosco per motivi legati al traffico di stupefacenti, ha accettato – dietro il compenso di 25.000 euro – di “partecipare ad una spedizione da eseguire a Campobasso nei confronti di (…) una certa Garofalo Lea” in quantola stessa era debitricenei confronti di Carlo Cosco “della somma di € 200.000 per acquisti di stupefacente”.

Sorrentino racconta dell’azione di Campobasso del 5 maggio 2009 volta ad eliminare la Garofalo e fallita poiché in casa si trova, inaspettatamente, anche la figlia Denise. Secondo i piani infatti la Garofalo doveva essere caricata su un furgone, preso dai cinesi di via Paolo Sarpi, dove erano già stati caricati 50 litri di acido. All’azione partecipa anche Sabatino il quale scoprirà poi che la questione del debito è un’invenzione e “che invece la Garofalo era la compagna di Cosco Carlo ed era collaboratrice di giustizia”. Sabatino si mostra piuttosto adirato nei confronti dei Cosco, che lo hanno coinvolto “anche nelle vicende successive a quelle del tentativo di sequestro di Campobasso”.

Ciò che rileva l’attendibilità delle rivelazioni fatte da Sorrentino è “una circostanza non presente agli atti dell’A.G. di Campobasso: il fatto che il corpo di Lea Garofalo sarebbe dovuto essere trasportato a Bari per essere eliminato”.

La dettagliata descrizione dei fatti, coincidente con i dati raccolti, e l’analisi dei tabulati dei numeri telefonici in uso rispettivamente a Massimo Sabatino e Vito Cosco confermano le dichiarazioni di Sorrentino. In riferimento al sequestro e conseguente uccisione del 24 novembre, Sorrentino riferisce che la donna ancora viva viene “caricata sul furgone, su cui vi erano sempre i 50 litri di acido, e (…) portata in un luogo che si raggiunge dalla terza o quarta uscita della Milano–Meda, dove i Cosco hanno un piazzale o un terreno, dove tengono i mezzi di movimento terra della loro ditta”.

Le ultime informazioni in possesso di Sorrentino riguardano la consegna di Lea Garofalo ai fratelli Giuseppe e Vito Cosco ed il ritorno di Sabatino e Venturino verso Milano.

A conclusione, dichiara che “in questo luogo vi erano Cosco Sergio (Vito) e Cosco Smith (Giuseppe) i quali hanno preso in consegna il furgone, su cui si trovava la Garofalo, legata e imbavagliata”. Da Carlo Cosco ha successivamente saputo “che la Garofalo è stata torturata, in quanto da lei volevano sapere che cosa aveva dichiarato in ordine all’omicidio di un fratello di qualcuno legato a loro e che poi era stata sciolta nell’acido, così come era stato previsto nel piano concordato insieme”.

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