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Giuseppe Teri: un professore partigiano

Giuseppe Teri

“Con Giuseppe potete andare tranquilli, potete sempre essere certi di quello che vi dice e seguirlo”. Così Riccardo Orioles ci spinge ad incontrare il professor Teri. Poco dopo, lo stesso farà con lui chiamandolo, perché : “Riccardo Orioles si è in pratica innamorato di voi”.

Il raduno nazionale di Libera fa da cornice all’incontro e la Fortezza da Basso è il simbolo della Firenze antimafiosa. È qui che, alla fine di un evento, ci scambiamo la prima stretta di mano. Basta uno sguardo per accorgersi che il professore ha dentro di sé una storia  da raccontare. La cortesia e il sorriso sono di casa per lui. Decidiamo allora che ci si ritroverà il giorno dopo, per una chiacchierata a pranzo.

“Andiamo in via Nazionale, ci sono tanti baretti lì”, dice.
Ne scegliamo uno a caso, poco ci importa e tanto lo stomaco in fondo è chiuso o forse già sazio per l’emozione di avere davanti agli occhi un uomo semplice e rivoluzionario, la cui storia parte da lontano e porta addosso, come una pelle, quelle persone, quelle esperienze, quei valori a cui noi ci ispiriamo.

Ci sediamo, ordiniamo il pranzo – che poi, preso dal discorso, il professore avrebbe consumato a metà – e siamo tutto orecchie.

“Io sono siciliano”. Queste le sue prime parole, a descrivere il mondo che si porta dentro. Giuseppe Teri  nasce nel 1951 a Palazzolo Acreide, nel siracusano, lo stesso paese di Giuseppe Fava. Stesse radici per una storia  in comune: “Conosco Fava quando inizia a pubblicare I Siciliani, questo giornale che parlava del modo con cui il potere si regge attraverso la clientela, gli affari, argomenti esclusi dal dibattito politico perché, come si diceva, l’etica è una cosa per sognatori, la politica invece è qualcosa di concreto”. Subito si avvicina alla redazione: lui, un uomo con l’onestà nella tasca destra e l’amore per la verità in quella sinistra; I Siciliani, un mensile il cui manifesto recita: “Onestamente la verità, sempre la verità”. Lo spinge la voglia di cambiare la città dove abita, la Catania degli anni ’80, dove la mafia e i Cavalieri del  Lavoro controllavano tutto, dove la stampa li dipingeva come “la frontiera per il nuovo sviluppo economico”.

D’improvviso lo sguardo si fa più profondo, sul volto del professore scorrono come diapositive le immagini dei giorni che sta rievocando. Il tono si fa più grave, la voce si abbassa, quasi a voler proteggere la sacralità di un ricordo delicato e doloroso: “Quando l’hanno ammazzato, è cambiata la mia vita, è cambiata la mia vita”. L’assassinio di Pippo Fava rappresenta per lui un punto di svolta, “perché quando succedono questi fatti violenti che sono negazione della libertà di esprimerti, dei valori più elementari,  tu entri dentro questa storia” .

E una volta dentro c’è restato. Ha continuato la sua lotta, con lo spirito di chi non è mai sceso a compromessi,  rifiutando sempre le strade facili o rese facili. Insieme a Riccardo Orioles, Claudio Fava, Antonio Roccuzzo, Antonella Mascali e gli altri “che hanno detto quella verità che non si diceva”, per parlare alla città, per smontare “le infamanti calunnie sulla morte di Pippo Fava”, Giuseppe Teri inizia l’avventura de “ I Siciliani Giovani” partecipando alla fondazione del giornale e dell’associazione. Insieme, “a dispetto delle difficoltà di reggere il giornale, delle paure”, da un sottoscala di Sant’Agata di Battiati, queste voci controcorrente hanno dato stimolo e forma ad un grande momento di alta opinione pubblica che ha permesso di cambiare l’immagine dell’omicidio. Proprio a Catania, proprio sotto gli occhi mafiosi, “dove la voce del singolo scompare subito, dove si fa in modo che non esista nella realtà e quando tu non riesci  a far diventare pubblico quello che pensi non esisti” .

“Al mercato tutti sanno tutto ma tutto avviene in ambito personale, come di gossip. Solo quando vengono pubblicate, le cose diventano realtà” . Esattamente in questo, ci dice il professore, sta il potere della parola in Sicilia: nel rendere pubblico ciò che tutti già sanno. Ed esemplifica il concetto ricordando la dirompenza delle voci via etere di Mauro Rostagno e Peppino Impastato con le loro radio rivoluzionarie.

Con il suo bagaglio pieno zeppo di Sicilia e tenacia, Giuseppe Teri arriva a Milano nel 1985. Titolare di una cattedra in italiano e storia, approda ad un liceo di Limbiate, non abbandonando comunque l’antica quanto perenne missione. Si getta infatti a capofitto in Società Civile diventandone una penna importante ed entra nel Coordinamento di insegnanti e presidi contro le mafie fondato dal Professor Nando Benigno.
“C’era tutta la primavera lì, i presidi che si ribellavano”, un’esperienza importante in quel lavoro di racconto della storia delle mafie nella loro risalita verso il Nord, che ha avuto in Milano una cassa di risonanza molto forte. Non si trattava più, come in Sicilia, di rifiutare le azioni che implicavano l’illecito e fare uno sforzo intenso perché “era molto complicato essere corretti”. Si trattava invece di sensibilizzare i cittadini del nord, per evitare che i “problemi siciliani” si estendessero. Delle innumerevoli iniziative a cui il coordinamento ha dato vita negli anni, il professor Teri ne cita due. La prima: la celebrazione annuale, in dicembre, della Dichiarazione universale dei diritti umani. La seconda: la commemorazione di Capaci, il 23 maggio, in quelli che ora a Milano si chiamano Giardini Falcone e Borsellino e dove “nel 1993 con i miei ragazzi ho piantato l’albero Falcone”. Con la tenacia che lo caratterizza, negli anni – il riconoscimento istituzionale è arrivato nel 2001- insieme ai suoi alunni si è preso cura di quel simbolo, ripiantandolo quando seccava. Il tutto ideato dai ragazzi chiaramente, ci tiene a precisarlo.

I ragazzi, appunto. Perché per lui davvero non c’è altro. Un mestiere, l’insegnamento, che è davvero una ragione di vita. Per lui la cattedra non è sinonimo di distanza, ma di dialogo; non è potenza  personale ma  potere alle persone che vi si siedono attorno, docente e studente insieme. E’ strumento nelle mani di chi deve fare in modo che “gli studenti si abituino a pensare di poter contare e di saper contare”. Poter contare:  cioè, trasmettere ai ragazzi la consapevolezza di essere determinanti per la società. Saper contare: prepararsi ad essere determinanti e ad essere protagonisti del cambiamento. Da qui l’importanza delle competenze, dello studio, dell’azione collettiva che necessariamente si basa sul dialogo con chi può farti dono degli strumenti da utilizzare.

“Bisogna preparare gli studenti, dare loro gli strumenti, educarli perché trovino un posto nel mondo e sappiano prendere posizione”, dice il professore. Educarli ad essere partigiani insomma, nel senso letterale del termine. Perciò la battaglia culturale, perciò l’amore per il suo mestiere: “L’educazione sui valori deve essere schierata sui principi della costituzione, sul rispetto. Bisogna studiare per poter trasformare, per saper agire con consapevolezza!”. “E bisogna dialogare con gli studenti, far sentire loro che contano e sanno contare, solo così si sentono parte del mondo che vivono, del mondo che cambieranno”. I ragazzi devono imparare ad accorgersi dei problemi, a saper dire di no, a non far finta che una situazione non esista.

Schierarsi, sempre schierarsi alla ricerca della verità. Parola di professore partigiano.

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