Ti trovi qui: Home » Reportage » Dal bunker alla speranza: l’esempio del centro diurno integrato di Galbiate

Dal bunker alla speranza: l’esempio del centro diurno integrato di Galbiate

Venerdì 26 agosto 2011, Galbiate (LC)

A Galbiate, comune di 8.600 abitanti a pochi chilometri da Lecco, fino all’inizio degli anni Novanta agivano indisturbati boss mafiosi, che presumibilmente usavano anche il bunker sotterraneo della villetta in via Caduti di via Fani per le loro riunioni segrete. Dal 2004 quel bunker non esiste più e nelle varie stanze di questo edificio confiscato trascorrono il loro tempo una trentina di anziani, accompagnati da educatori, fisioterapista, infermieri e dottori: è il centro diurno integrato “Le Querce di Mamre”, gestito dalla cooperativa “L’Arcobaleno” di Lecco.

La terza giornata di campo i volontari l’hanno trascorsa proprio qui: nella mattinata hanno cominciato il lavoro di sistemazione del cancello e della ringhiera, approfittando della pausa per trascorrere un po’ di tempo con gli ospiti del centro diurno integrato. All’interno della casa sono presenti tutte le strutture necessarie al benessere degli anziani che vi trascorrono le mattine e i pomeriggi e al piano terra è visibile una fotografia del giorno dell’inaugurazione, 29 maggio 2004, alla presenza di Rita Borsellino, sorella del giudice Paolo. Il primo luglio di quest’anno, proprio da questa villetta, ha preso il via la VI edizione di Libero Cinema in Libera Terra, rassegna cinematografica che ha attraversato tutta Italia, dalla Lombardia alla Sicilia, facendo tappa in 11 regioni italiane.

La giornata di ieri è stata incentrata per i volontari sul tema delle Ecomafie: dopo la visione pomeridiana del documentario “Biùtiful cauntri” di Esmeralda Calabria, Andrea D’Ambrosio e Peppe Ruggiero, la serata aperta al pubblico si è tenuta presso la splendida cornice di Villa Bertarelli a Galbiate, con la presenza di Sergio Cannavò, vicepresidente di Legambiente Lombardia e curatore del Rapporto Annuale sulle Ecomafie. Titolo dell’incontro: “Monnezza Connection: Ecomafie al Nord”.
Sergio Cannavò, dopo aver sottolineato il segnale positivo per il territorio lecchese rappresentato dalla presenza numerosa a questo tipo di serate, più di sessanta persone, ha esposto un intervento dettagliato sul tema delle Ecomafie: «Questo termine è un neologismo che indica tutte quelle organizzazioni criminali o singole persone che commettono reati contro l’ambiente, azioni illegali a scopo di lucro che aggrediscono uno o più settori dell’ambiente. In questa categoria rientrano attività come il ciclo illegale dei rifiuti speciali, residui di attività industriali e imprenditoriali; il ciclo illegale del cemento, dato ad esempio dall’abusivismo edilizio; l’addestramento di animali da combattimento clandestino e il traffico illegale di animali esotici; infine, il saccheggio di beni artistici e archeologici».
Nel rapporto sul 2010 pubblicato nel giugno 2011, Legambiente spiega come il totale dei rifiuti speciali sequestrati in Italia nell’ultimo anno riempirebbe 82.181 tir, che in fila occuperebbero una distanza di 1.117 chilometri, come da Milano a Reggio Calabria. Nello stesso periodo, sono anche state realizzate 18mila abitazioni abusive ex novo sul suolo italiano. «In Lombardia, in particolare – ha spiegato Cannavò – sono stati accertati dalle forze dell’ordine 1.619 reati ambientali, in aumento rispetto agli 855 del 2009, pari al 5,3 % del totale nazionale. Nel 2010 la nostra regione, con 371 reati accertati nel settore dei rifiuti, è diventata la prima regione del Nord per questo tipo di reato, passando dal 14° al 6° posto nella graduatoria nazionale».

Il problema più grosso in Italia è dovuto al fatto che tutti i reati ambientali sono caratterizzati come “contravvenzioni”, che prevedono sanzioni molto tenui, tempi brevi di prescrizione e multe lievi; l’unico caso di delitto esistente, introdotto a fine 2011, è quello che prevede “l’organizzazione di traffico illecito di rifiuti”. «Il settore movimento terra in Lombardia è attualmente in mano in gran parte alla ‘ndrangheta, che lo utilizza come una sorta di lasciapassare per un primo inserimento nel territorio, per poi favorire in questo modo l’arrivo di aziende più grandi, come quelle edilizie. Purtroppo negli ultimi anni – ha concluso Cannavò, citando i casi esempio della “Riso Scotti” a Pavia e “Perego Strade” in Brianza – i nomi, i riferimenti e gli accenni a personaggi riconducibili a organizzazioni criminali sono sempre più presenti nelle inchieste in Lombardia che hanno coinvolto reati ambientali». Gli strumenti a disposizione dei cittadini per contrastare questo fenomeno criminale sono la curiosità, il protagonismo civile e la responsabilità.

Qui trovate il rapporto annuale di Legambiente “Ecomafia in Lombardia 2011”.

Inserisci un commento