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Processo Lea Garofalo: il coraggio di Denise

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«Lei si sentiva sicura solo se c’ero io… diceva che con me non le sarebbe successo niente. Ho sbagliato a lasciarla sola». Queste le parole agghiaccianti pronunciate, da dietro un paravento, dalla figlia ventenne di Lea Garofalo, Denise Cosco. Martedì 20 settembre nell’Aula Magna della Prima Corte d’Assise è ripreso, dopo la pausa estiva, il processo per l’omicidio della collaboratrice di giustizia scomparsa a Milano nel novembre 2009. Durante l’udienza sono state ascoltate le testimoni Vincenza Rando – che è anche avvocato di Denise – e Denise Cosco, la figlia di Carlo Cosco e Lea Garofalo.

Rispondendo alle domande del Pubblico Ministero Marcello Tatangelo, le due donne hanno ricostruito la storia di Lea Garofalo, dalla sua decisione di collaborare con la giustizia fino alla sera della sua scomparsa. Dai loro racconti sono emerse le numerose difficoltà che hanno dovuto affrontare Lea e Denise, lasciate sole dallo Stato senza un vero sostegno e costrette a vivere nascoste spostandosi in sei diverse località tra il 2002 e il 2009, nella speranza di un futuro migliore che non sarebbe mai arrivato. La drammaticità del racconto non ha però influito sui sei imputati che nell’arco della giornata si sono esibiti con espressioni facciali sia di divertimento che di noia. Rosario Curcio e Carmine Venturino più volte durante la deposizione della ragazza hanno preferito dialogare a gesti con i parenti, sorridendo con platealità. In aula, però, seduti dietro i banchi degli avvocati, erano presenti numerosi ragazzi e ragazze venuti a sostenere la scelta di coraggio di Denise, comunicandole la loro vicinanza anche attraverso un affettuoso biglietto firmato.

Vincenza Rando, nelle risposte alle domande del Pm e degli avvocati difensori, ha raccontato di aver incontrato tre volte Lea Garofalo tra il 2008 e il 2009:«Mi spiegò di essere stata sottoposta a misura urgente di protezione nel 2002, dopo le rivelazioni sul suo convivente e i suoi familiari ai magistrati. Era rimasta inutilmente in attesa per anni del passaggio alla misura definitiva di protezione, senza mai ricevere nemmeno i documenti di copertura: non capiva perché nonostante tutte le sue dichiarazioni non venisse celebrato alcun processo». Lea Garofalo sognava di andarsene dall’Italia, per rifarsi una nuova vita in Australia. La scelta di collaborare con la Giustizia italiana è stata dettata soprattutto dal profondo legame che la univa alla figlia Denise, a cui voleva dare un futuro migliore: «Noi staremo sempre insieme, non ci separeremo mai», aveva confidato all’avvocato Rando. Ma la mancanza di sostegno da parte degli organismi istituzionali e il senso di smarrimento dovuto anche all’inspiegabile decisione di considerarla collaboratrice anziché testimone di giustizia senza che avesse commesso alcun reato, contribuirono a creare in lei un profondo senso di sfiducia per le istituzioni. Fatto confermato anche dalle risposte di Denise alle domande del pm: «Sua madre manifestò mai sfiducia per le istituzioni?» «Più di una volta, visto che da sette anni eravamo a programma provvisorio[…]. Negli ultimi tempi dormiva con un coltello vicino al letto temendo dovesse succedere qualcosa e non dormiva la notte ma aspettava che uscissi di casa per andare a scuola e si svegliava solo per cucinare». «Le disse di chi aveva paura?» «Si, di mio padre e dei suoi fratelli» «Anche di altre persone?» «No».

Per questi motivi Lea Garofalo aveva deciso, prima della Pasqua del 2009, di uscire dal sistema di protezione. È stato un episodio verificatosi a Bojano, ultima località segreta dove hanno vissuto, a determinare definitivamente questa scelta: Lea si fece suggestionare, secondo la figlia, da un gesto normale di una donna che la stava guardando e aveva infilato la mano nella borsetta per estrarre qualcosa. Una suggestione da paura secondo Denise. Una suggestione che fu “la goccia che fece traboccare il vaso”. Lea Garofalo si convinse che i sette anni nel programma di protezione erano stati sprecati e queste convinzioni la portarono a riallacciare i legami con Carlo Cosco, ritornando in Calabria. «Sua madre prese delle precauzioni prima di questa decisione?» – ha chiesto il pm Tatangelo a Denise- «Si, chiamò la sorella e le chiese di contattare Carlo Cosco per chiedergli se gli andava bene». Lea voleva mettere una pietra su tutto, la protezione non funzionava, il processo non era stato istruito, quindi voleva provare a dimenticare gli ultimi sette anni e ripartire.

Ma le paure di Lea Garofalo non erano prive di fondamento: a Campobasso la mattina del 5 maggio 2009 era sfuggita a un primo attentato alla sua vita. Quella mattina, di ritorno da Roma dove aveva partecipato al concerto del 1°Maggio, attendeva il tecnico della lavatrice, guasta da tempo. Ma alla porta si era presentato un uomo che, con ben altre intenzioni, aveva tentato di soffocarla. Denise non era andata a scuola quel giorno, e quando aveva sentito degli strani rumori provenire da un’altra stanza si era alzata dal letto ed era corsa a vedere: «Ho visto questa persona che avvolgeva mia madre, con un giubbino tra l’altro simile a quello di mio padre, quindi io inizialmente ho pensato che fosse proprio lui. Poi capii che era un estraneo e praticamente l’ho picchiato fino a che se ne è andato e l’ho seguito sulla porta, l’ho preso per il mento e gli ho chiesto: “chi ti manda?” e lui mi fa: “lasciami andare”». Denise ha riconosciuto in Massimo Sabatino il finto tecnico attentatore ed è sicura che a mandarlo lì sia stato suo padre Carlo, l’unico oltre alla nonna e al cugino a sapere del malfunzionamento della lavatrice.

Dopo questo episodio, la madre non vide altre soluzioni che una resa incondizionata. Aveva bisogno di soldi, soldi che il padre avrebbe dovuto restituirle da tempo. L’avvocato Rando ha raccontato di averle proposto dei prestiti, ma Lea «era una donna di grande dignità, voleva lavorare e rifiutava i soldi offertigli». Quindi, dopo una tappa a Firenze, aveva accettato l’invito del padre a Milano per parlare del futuro scolastico della figlia. L’occasione di Firenze -dove Lea Garofalo dovette presenziare ad un processo in cui era imputata perché aveva difeso la figlia dall’aggressione verbale di una ragazza- è stata anche l’ultima volta in cui Lea Garofalo ha incontrato Vincenza Rando. Arrivarono a Milano il 20 novembre e proprio Carlo Cosco giunse a prenderle in stazione per portarle in albergo. «Volevamo stare lì un paio di giorni e basta perché stavo perdendo giorni di scuola». Si fermarono invece fino alla sera del 24 novembre, la data del rapimento di Lea Garofalo. Mentre raccontava dettagliatamente in aula quei momenti, Denise ha mantenuto sicuro e chiaro il tono della sua voce: «Sono stata io un po’ superficiale a lasciarla da sola quella sera». Era la terza volta che i suoi genitori rimanevano soli dopo i sette anni di lontananza dovuti alla scelta della Garofalo; la figlia per questo motivo non si era preoccupata in quell’ultima occasione. Nonostante la certezza sul rapimento di sua madre, comunicata ai carabinieri di Milano nel verbale di denuncia fatto la mattina del 25 novembre, Denise ha fatto finta di niente per quella notte e per tutto l’anno successivo: «Dovevo fare la sua stessa fine?» è stata la risposta alla domanda del Pm Tatangelo.

La testimonianza della ragazza è durata più di tre ore, lei è sembrata decisa nel suo intento e consapevole del ruolo fondamentale che ha nel processo. La prossima udienza è in calendario per giovedì 13 ottobre 2011; in quell’occasione gli avvocati delle parti civili e della difesa potranno interrogare la testimone Denise.

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