Ti trovi qui: Home » Cronaca » Processo Lea Garofalo: in Calabria in queste situazioni non si uccide si fa sparire

Processo Lea Garofalo: in Calabria in queste situazioni non si uccide si fa sparire

Carlo Cosco

Giovedì 27 ottobre nella prima aula della Corte d’Assise è continuato il processo per la scomparsa di Lea Garofalo, la collaboratrice di giustizia rapita, uccisa e sciolta nell’acido, nella periferia di Milano, durante la notte tra il 24 e il 25 novembre 2009. Presenti tutti i sei imputati, mentre per la prima volta i parenti erano in pochi. Nel corso della giornata sono stati ascoltati quattro testimoni: Angelo Salvatore Cortese e Cosco Carmine durante il mattino, Gennaro Garofalo e Ferrucci Francesca alle 14.00 dopo la pausa pranzo.

«Mi chiamo Cortese Angelo Salvatore nato a Cutro il 24 febbraio 1975». Così è iniziata la dichiarazione del teste, non presente in aula e quindi rilasciata tramite videoconferenza. In seguito alle domande del pm Marcello Tatangelo il collaboratore di giustizia ha chiarito come, dopo il suo arresto nel corso dell’operazione Scacco Matto, fosse detenuto a Trani in Puglia mentre il processo si svolgeva a Catanzaro. Proprio per prendervi parte, tra il 2001 e il 2003, fu trasferito più volte a Siano dove conobbe Carlo Cosco. Infatti «in carcere c’è l’usanza di appoggiarsi ai compaesani» e quelli del testimone risiedevano nella cella vicina a quella di Carlo Cosco che era vuota, per questo motivo decise di condividere con lui lo spazio. Nel mese trascorso insieme in cella Salvatore Cortese ha spiegato come avesse instaurato «un buonissimo rapporto e poi essendo che nella sezione eravamo tutti delle cosche Crotonesi l’ambiente era proprio familiare».

La testimonianza è continuata con un breve excursus della carriera criminale del testimone – iniziata con l’entrata nella’ndrangheta come picciotto nel 1985 e terminata con la carica di Crimine – fino ad arrivare al rapporto instauratosi fra i due detenuti. Carlo Cosco tornava sempre triste dai colloqui con i parenti e spiegò al compagno di cella come la causa fosse la moglie che si era trasferita a Bergamo ed aveva iniziato una nuova relazione. Il sig. Cortese ha definito «psicologicamente a terra» l’imputato, tanto che «mi chiese se potevo diciamo uccidere Lea Garofalo e farla sparire, su due piedi non gli risposi né sì né no». Infatti “il problema” era rappresentato dal fratello Floriano Garofalo, elemento di spicco all’interno della’ndrangheta. Appunto per questo bisognava parlarne anche con Pasquale Nicosia capo della cosca di Isola di Capo Rizzuto e Domenico Megna capo di quella di Papanice, personaggi storici della’ndrangheta, entrambi detenuti nello stesso carcere. Infatti l’eventuale ritorsione del fratello si poteva evitare in due modi: chiedendo aiuto a personaggi più alti in grado, poiché se un affiliato ha problemi di onore si può rivolgere all’organizzazione, oppure facendola sparire. E proprio su questo punto il pm Tatangelo si è concentrato: «lei ha detto prima che Carlo Casco ha chiesto a lei di uccidere la moglie e farla sparire, volevo chiederle se lei sa per quale ragione volesse la sparizione» facendo evidentemente conto sulla risposta del teste: «lui facendola sparire automaticamente non veniva subito incolpato perché poteva essere scappata con un uomo, di solito in Calabria si evita di ucciderla platealmente perché si mette contro tutta la famiglia di lei, invece facendola sparire lui si poteva giustificare essendo che lei era a Bergamo con un nuovo compagno o che sia andata all’estero». Per le mire vendicative dell’imputato non ci fu però spazio perché in quel periodo era in corso una guerra fra Pasquale Nicosia e la famiglia Arena. Infatti i due capi, dopo che gli fu esposto il caso, parlando da soli con Salvatore Cortese, gli esplicitarono come ritenessero quello un problema di secondaria importanza.

Il secondo testimone della giornata, Cosco Carmine con i tre fratelli imputati ha in comune solo il cognome dato che è membro del corpo dei Carabinieri presso Lissone. Ed è stato chiamato a testimoniare perché il 20 novembre 2004 alle 21.20 fu fatto un accesso alla banca dati del Ministero dell’Interno, utilizzando le sue password, per la richiesta di informazioni sul nominativo “Cosco Denise nata il 4/12/1989”. Il carabiniere ha spiegato che era in servizio nel momento dell’accesso e quindi gli fosse impossibile essere l’esecutore materiale dell’accesso. Le domande del pm hanno quindi permesso di capire come la password fosse in un’agenda sulla scrivania di Cosco Carmine ed alla domanda del presidente FIlippo Grisolia: «Lei si sente di affermare che potevano entrare altre persone ed appropriarsi della sua password?» la risposta affermativa del teste ha gettato un poco di luce sull’apparente mistero.

La seduta è ripresa dopo la pausa con l’ascolto della testimonianza di Gennaro Garofalo, veloce nel parlare e molto sicuro nella deposizione a differenza di Cosco Carmine che era parso decisamente imbarazzato. Se si dovesse fare una statistica, le risposte più frequenti non sono stati né i no né i si, ma i: “Non ricordo”. Il teste ha chiarito con le prime risposte come fosse “mezzo parente” con la signora Lea Garofalo perché suo nonno e il padre di Lea erano cugini. Ha poi precisato come però non l’avesse vista che una volta a Petilia Policastro, mentre invece fosse in buoni rapporti con tutti gli imputati e intrattenesse in particolare un’amicizia con Vito Cosco. Nel corso degli anni 2003-2004 il signor Garofalo fu sotto la leva militare presso il corpo dei carabinieri di Lissone. Il racconto, pieno di incertezze a causa dei molti anni trascorsi, ha fatto emergere come Floriano Garofalo avesse chiesto al testimone di fare una ricerca sul nominativo. Stando alle sue dichiarazioni, Gennaro Garofalo non si è ricordato però a chi avesse chiesto di fare l’accesso al database del Ministero dell’Interno, è stato però sicuro che i dati gli siano stati letti e non che li avesse visti lui sullo schermo del pc. L’indirizzo di residenza scoperto, via Ruggia a Perugia, ed ormai dimenticato dal testimone che ha detto di ricordarsi la parola “ruggine” non è mai stato comunicato a nessuno, né al richiedente Floriano Garofalo né ai fratelli Cosco.
In ogni caso un fatto è che, durante questa deposizione, i sei imputati in gabbia apparivano divertiti, quale fosse la ragione non è dato saperlo.
Il contro interrogatorio del difesore Daniele Sussman Steinberg ha variato le domande non riferendosi tanto al periodo in cui Gennaro Garofalo era a Lissone nell’arma dei carabinieri quanto al suo rapporto con Lea Garofalo e la figlia Denise. Secondo le dichiarazione del testimone «Denise stava bene quando era con il padre e stava male quando era con la madre» e invece Lea Garofalo non andava d’accordo con nessun familiare.

L’ultima testimonianza della giornata è stata quella del tenente Ferrucci Francesca, oggi comandante del nucleo operativo mobile dei carabinieri di Campobasso. Con estrema precisione la teste Ferrucci ha ripercorso tutte le dinamiche investigative a partire dalla denuncia fatta dalla signora Garofalo dopo l’attentato fallito del 5 maggio 2009. A quell’epoca però il tenente Ferrucci non era ancora in carica, quindi il suo racconto ha riportato anche la parte di indagini svolte dal suo predecessore, il maresciallo Caputo. Questo fatto ha spinto la difesa a richiedere anche la sua testimonianza incorrendo nel rimprovero del pm Marcello Tatangelo. Questi ha sottolineato come quel teste fosse stato rifiutato proprio dalla difesa la scorsa volta e l’ha quindi invitata ad attenersi con più rigore alle regole del codice: ogni nuova richiesta di testimoni d’ora innanzi dovrà essere fatta alla fine dell’istruttoria dibattimentale e solo in caso di assoluta indispensabilità. Il tenente ha terminato la ricostruzione storica delle indagini parlando dei colloqui tenuti con Denise Cosco dopo la sparizione della madre. La ragazza era molto spaventata e sfiduciata, appunto per questo si rifiutava di collaborare e fu solo in seguito alle rassicurazioni che le offrì il tenente Ferrucci che riacquistò un po’ di speranza. La prossima sarà una lunga udienza considerato che è previsto l’ascolto di cinque nuovi testimoni, ed è fissata per mercoledì 23 novembre alle ore 11.00.




Un commento

  1. Lea Garofalo non fu affatto una collaboratrice di giustizia (cioè una “pentita”, ovvero una mafiosa o comunque una delinquente autrice di reato), ma una testimone di giustizia (cioè una persona perbene che rende testimonianza di fatti commessi da altri, nel caso di specie dai suoi familiari ‘ndranghetisti). Poichè nessun addebito penale è mai stato contestato a Lea ed essendo sempre stata audita dai Pm come persona informata dei fatti (cioè testimone di reati commessi da chi le stava attorno quotidianamente), definire Lea “collaboratrice di giustizia” offende non solo la memoria sua e di tutti gli altri testimoni di giustizia (come Rita Atria e Felicia Bartolotta Impastato), ma anche la dignità degli odierni testimoni (come Pino Masciari, Valeria Grasso, Francesca De Candia).
    In una lettera aperta al Presidente della Repubblica Napolitano scritta manualmente da Lea nell’aprile 2009 e destinata ad alcuni quotidiani nazionali (da loro mai pubblicata, provvide solo “Il Quotidiano della Calabria” il 2 dicembre 2010), scrisse le seguenti parole:
    “Il legale assegnatomi dopo avermi fatto figurare come collaboratrice, termine senza che mai e dico mai ho commesso alcun reato in vita mia (…). Questi mi comunicarono di figurare come collaboratrice, premetto di non avere nessuna conoscenza giuridica, pertanto il termine di collaboratore per una persona ignorante, era corretto in quanto stavo collaborando al fine di far arrestare dei criminali mafiosi (…). Ora non so, sinceramente, quanti di noi non abbiano mai commesso alcun reato e, dopo aver denunciato diversi atti criminali, si sono ritrovati catalogati come collaboratori di giustizia e quindi appartenenti a quella nota fascia di infami, così comunemente chiamati in Italia, piuttosto che testimoni di atti criminali, perchè le posso assicurare, in quanto vissuto personalmente, che esistono persone che nonostante essere in mezzo a situazioni del genere riescono a non farsi compromettere in nessun modo e ad aver saputo dare dignità e speranza oltre che giustizia alla loro esistenza”.
    Una di loro si chiamava Lea Garofalo.

Inserisci un commento