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Gli agrumi della Piana: dagli affari allo sfruttamento

di Sara Manisera

26/10/2o11

E’ trascorsa poco più di una settimana dal nostro arrivo a Rosarno e con il passare dei giorni la cittadina si sta popolando sempre  più di ragazzi stranieri. La stagione della raccolta inizia indicativamente a metà Novembre e dura fino a Marzo, anche se per alcuni tipi di arance, come “la Valencia”, può andare avanti fino a Maggio. La Piana di Gioia Tauro è il secondo produttore di agrumi a livello nazionale dopo la Sicilia anche se, come mi spiega un agronomo del posto, Nello Navarra, la raccolta delle arance non la fa più nessuno. Non conviene per diverse ragioni: la arance calabre non possiedono la stessa qualità di quelle siciliane, sono più amare, con una buccia più spessa e quindi non indicate per il consumo del fresco. Potrebbero essere utilizzate nella filiera industriale ma la Grande Distribuzione Organizzata (che controlla tutto) le pagherebbe 6-7 centesimi al chilo; il che significa che l’agricoltore non ha margini di guadagno.

Per poter competere con la concorrenza straniera, inoltre, dovevano essere realizzati aggiustamenti strutturali volti al miglioramento degli impianti e all’introduzione di coltivazioni richieste dal mercato quando gli aiuti comunitari venivano concessi sulla base della quantità prodotta; in realtà, l’aiuto comunitario ha solo creato meccanismi distorsivi lungo tutta la filiera. La quantità veniva gonfiata e a nessuno interessava vendere realmente il prodotto perché l’aiuto dall’Unione Europea arrivava comunque ed era più che sufficiente a far ingrassare produttori e cooperative che gestivano il ladrocinio,  con il tacito consenso di tutti. Oggi quindi il comparto agrumicolo calabro sopravvive grazie ai mandarini ma soprattutto grazie  alle clementine (ibridi tra arance e mandarini presenti soprattutto nella Piana per il clima più rigido) che hanno ottenuto il marchio IGP (identificazione geografica protetta); la manodopera stagionale è pertanto fondamentale durante la stagione della raccolta delle clementine, anche se, secondo Renato Fida, segretario Flai-Cgil di Polistena, quest’anno ci sarà un flusso minore dei cosiddetti stagionali, soprattutto di africani provenienti dall’area subsahariana. Si prevede invece un aumento di persone provenienti dal Nord Africa, in particolare Tunisia, Egitto e Libia che, non conoscendo la situazione di Rosarno e della Piana, si fermeranno qui per l’inverno. La situazione della Piana appunto. La giornata lavorativa inizia alle prime ore dell’alba; verso le 7 decine di persone escono dai casolari in cui alloggiano e si riversano lungo la strada statale 18, che attraversa Rosarno. Stessa strada che nel Gennaio del 2010 fu teatro della più grande rivolta antimafiosa di cittadini stranieri dopo quella di Castel Volturno del 2008. Stessa strada, però, dove continuano a transitare uomini in attesa del caporale di turno che li faccia lavorare per una manciata di euro al giorno. Sì, perché una giornata lavorativa di sette ore in campagna viene pagata 25 euro o 1 euro per cassetta d’arance riempita, se si è più fortunati, ai quali poi bisogna sottrarre dai 3 ai 5 euro, che devono essere dati al caporale per il trasporto.  Sfruttamento? No, perché chiamarlo così. Il caporalato è sempre stata la tipica forma di organizzazione del lavoro agricolo nel sud Italia e  ancora oggi sono moltissime le lavoratrici italiane che vanno a lavorare nelle campagne, dopo essersi accordate con i caporali. L’unica differenza è che prima il caporalato aveva delle regole e in un certo modo aveva un ruolo sociale nella comunità; per quanto caporali e braccianti avessero due funzioni diverse, il fatto stesso di appartenere alla stessa comunità poneva un freno allo sfruttamento. Oggi invece il caporalato, spesso gestito da persone straniere che vivono da più tempo in Italia e che organizzano le squadre, ha come unico fine lo sfruttamento; i proprietari hanno sì bisogno di persone per la raccolta ma di persone che costino poco e che lavorino molto, soprattutto in nero, altrimenti il guadagno non esisterebbe. Poi ovviamente ci sono proprietari che hanno dipendenti assunti regolarmente o che chiamano direttamente (senza l’intermediazione di un caporale) i ragazzi che tornano ogni anno o che vivono da più tempo a Rosarno ma per la maggior parte delle persone africane  non resta altro che porsi lungo il ciglio della strada e aspettare. Aspettare sperando che qualcuno offri loro un lavoro. Aspettare sperando che nessuno li utilizzi come bersaglio di un gioco.

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