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Lo sfruttamento si può fermare: prodotti sani e consumo etico

di Sara Manisera

01/11/2011

Festa di tutti i santi. Oggi nessuno lavora. Eccezione fatta per i ragazzi africani che nei campi ci vanno comunque. Decidiamo ugualmente di andare nei diversi casolari sparsi tra le campagne di Rosarno per iniziare una prima distribuzione di vestiti e coperte. Il primo casolare dove ci fermiamo è la Fabiana, una vecchia cooperativa agricola, situata nell’omonima località sulla strada che collega Rosarno a Vibo Valentia; qui vivono venti persone circa, tutte provenienti dal Burkina Faso ma nel momento in cui arriviamo noi ce ne sono solo cinque. Non siamo gli unici italiani; c’è anche un signore di Rosarno che è venuto a sostituire le bombole del gas che loro utilizzano per cucinare e che tengono dove dormono. Ci chiede chi siamo, da dove veniamo e ci dice che loro sono delle brave persone, a differenza dei marocchini. Esiste pure il razzismo selettivo, penso io. Ci dice che pochi chilometri dopo, in località Calimera, c’è un casolare dove vivono altri ragazzi africani, che sono “bravi pure loro”. Decidiamo quindi di andare a vedere quanti sono e in che condizioni vivono. Seguiamo le sue indicazioni e arriviamo nel secondo casolare dove troviamo solo due ragazzi, entrambi provenienti dalla Guinea Bissau. Idrissa sa meglio l’italiano, è già venuto a Rosarno e negli altri mesi dell’anno vive nella provincia di Torino. Ci dice che lì alloggiano in nove e che tutti lavorano alla raccolta delle olive, che sta iniziando proprio in questo periodo. A loro lasciamo altre magliette, felpe e coperte, raccomandandoci di dividerle con gli altri. Le cose che mancano di più e che tutti ci chiedono sono pantaloni e scarpe che però non abbiamo con noi. Decidiamo quindi di tornare verso sera quando tutti avranno finito di lavorare. Ci salutiamo e andiamo al terzo casolare, questa volta a Rosarno, sulla strada Nazionale dove vivono ivoriani e burkinabè e a loro lasciamo gli ultimi vestiti che abbiamo con noi. Verso le sei di sera riprendiamo l’auto per andare a distribuire pantaloni e scarpe; lungo la strada ci sono decine di ragazzi di ritorno dalla giornata in campagna. Camminano tutti velocemente, con gli stivali ai piedi e le buste di plastica in mano. Persone invisibili che raccolgono la frutta e la verdura che arriva sulle tavole di tutti gli italiani, pagate venticinque euro per una giornata che inizia alle 7 e finisce alle 16. Sfruttamento? Sì, anche. Ma non è solo questo. Rosarno riassume infatti le contraddizioni dell’intero sistema agroalimentare caratterizzato da arretratezze ed inefficienze ma soprattutto monopolizzato dalla Grande Distribuzione Organizzata che oggi organizza il consumo dei cittadini e spinge i piccoli agricoltori a vendere la terra. Faccio un esempio: il piccolo agricoltore viene pagato dalla GDO venti centesimi per un chilo di clementine che saranno vendute a due euro al chilo nei supermercati. Il coltivatore, per avere un margine di guadagno, non ha molte scelte: o utilizza manodopera a basso costo o vende i terreni. Il risultato è che sempre più terre vengono abbandonate o vendute, e i frutti che crescono sono sempre più avvelenati. Per emanciparsi dal mercato monopolistico e realizzare un prodotto genuino senza inquinare la terra e senza sfruttare nessuno, Equo Sud in collaborazione con l’Osservatorio migranti AfriCalabria, ha lanciato la campagna SOS ROSARNO  che ha come obiettivo la vendita di arance “etiche”. Attraverso la rete dei Gruppi d’acquisto solidali (Gas), che collega i produttori ai consumatori senza passare per la grande distribuzione, gli agrumi vengono venduti ad un prezzo equo che garantisce il giusto reddito all’agricoltore e ai braccianti. Condizioni per i produttori? Produrre biologico e non sfruttare i migranti. Condizioni per i consumatori? Fare la spesa attraverso i Gas. In questo modo gli agricoltori non vengono strozzati dalla Grande Distribuzione, i lavoratori sono assunti regolarmente e pagati quaranta euro al giorno e noi tutti consumatori mangiamo un prodotto sano e solidale.

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