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Sí agli schiavi, no alle persone: le contraddizioni della legge italiana sull’immigrazione

di Sara Manisera

Si può finire in carcere e morirci perché licenziati dal proprio posto di lavoro? In Italia sì, ed è quello che è accaduto a Saidou Gadiaga, giovane cittadino senegalese, arrestato perché privo di permesso di soggiorno e morto agonizzante nel carcere della caserma provinciale di Brescia per una crisi respiratoria. Ora, al di là di tutto, io non voglio discutere sulle responsabilità dei poliziotti, sulla mancanza di tempestivi soccorsi  o sulla decisione della Procura di archiviare il caso, poiché toccherà alla magistratura svolgere le relative indagini. Io vorrei discutere ma soprattutto far capire l’insensatezza  e le contraddizioni della normativa italiana sulla immigrazione: la legge Bossi-Fini (legge n°189/2002) e il reato di immigrazione clandestina; una legge insensata e assurda che pone le persone straniere in una situazione di ricattabilità e sottomissione. L’assurdità della legge sta infatti proprio  nel fatto che la possibilità di soggiornare in Italia per i cittadini extracomunitari viene subordinata alla prestazione lavorativa; in altre parole, il soggiorno dello straniero in Italia è strettamente legato al mantenimento del posto di lavoro. Pertanto se il lavoratore straniero viene licenziato e passano sei mesi, il permesso di soggiorno viene perso e lui diventa un clandestino che, in base al reato di immigrazione clandestina introdotto con il pacchetto sicurezza del 2009 (legge n.94/2009), deve essere arrestato. Di conseguenza tutto ciò crea effetti devastanti alla vita di queste persone. Chi, per esempio, ha il permesso di soggiorno in scadenza, è costretto ad accettare qualsiasi tipo di contratto, per poterlo rinnovare.

Ciò significa spingere i migranti verso una condizione servile e ricattabile. E chi invece è irregolare e vuole denunciare il suo sfruttatore, viene sottoposto a una sanzione penale con procedimento direttissimo che determinerà la sua espulsione. Immaginatevi chi qui, nella Piana di Gioia Tauro, raccoglie clementine dieci, dodici ore al giorno, al freddo e al gelo per venticinque euro e non viene pagato dal caporale o dal datore di lavoro; se lo denuncia rischia lui stesso una sanzione penale e la conseguente espulsione. Ma vi sembra giusto? I migranti in Italia vengono trattati come semplici portatori di forza lavoro e non come delle persone titolari di diritti, bisogni e necessità. Medici Senza Frontiere nel rapporto “I frutti dell’ipocrisia” afferma che la popolazione degli stranieri è una popolazione invisibile che vive nel paradosso di non esistere ufficialmente e allo stesso tempo essere l’insostituibile motore dell’agricoltura italiana. Da una parte infatti si vuole intenzionalmente far credere che ci sia un’emergenza e un’invasione di immigrati e si invoca il pugno di ferro; ma dall’altra parte, tutti sanno che le persone presenti lungo le strade di campagna sono in attesa del caporale di turno che li porti al lavoro. La clandestinità, è bene ricordarlo, non è una scelta dei migranti ma è una condizione forzata prodotta dalla legislazione esistente che preferisce l’immigrazione irregolare per avere lavoratori ricattabili e senza diritti.

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