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Anche il cinema può

Ieri il convegno “Mafiosi, eroi o criminali” all’università IULM ha concluso il ciclo di incontri organizzato da Libera negli atenei milanesi.

Mafia e cinematografia: un rapporto più articolato di quanti si immagini. Partiamo dunque dall’inquadramento del genere. Secondo il Rettore della Facoltà di Comunicazione della IULM Gianni Canova, i film di mafia sono «il tragico che si instaura nel cinema italiano dominato dal comico». Inoltre, un sistema di personaggi fissi e il protagonismo delle vittime o degli antagonisti istituzionali che si oppongono ai criminali – è l’inverso nei gangster movie americani – sono le caratteristiche narrative. Invece ora chiediamoci: film come “Il padrino” e “Gomorra” o fiction come “Il capo dei capi” possono promuovere la lotta alla criminalità o offrono modelli impropri? Entrambi eventi possibili. Canova spiega infatti come nella cinematografia si trovino in abbondanza sia processi di mitizzazione e identificazione del pubblico nel personaggio cattivo – tramite meccanismi d’empatia, come ne “La piovra”– ma anche delle eccezioni. Una è “Gomorra”. Questa pellicola «per non cadere nel rischio de “ Il capo dei capi”» è priva di eros e pathos rispetto ai comportamenti mafiosi, verso i quali non suscita né immedesimazione né indignazione. Quindi il film, che «non giudica l’inferno ma ci obbliga a farne esperienza», non permette allo spettatore di assolversi.

Non è dello stesso parere il Procuratore della Repubblica di Caltanissetta Roberto Scarpinato. La sua idea è che Garrone metta in scena un inferno dantesco senza evidenziare che la città dell’ombra abitata dai bruti è un sottoprodotto dell’altra faccia della medaglia, la nostra città della luce. Per Scarpinato è proprio questa la pecca del cinema italiano che gli fa provare «un senso di disagio e solitudine vedendo film di mafia» poiché trova un forte scarto tra percezione e realtà. «Sembra una storia semplice», fatta di pura contrapposizione tra bene e male, che proietta quest’ultimo all’esterno rassicurandoci così che non ci riguarda, se non come vittime. Invece per il Pm è necessario parlare di quel mondo di «piccoli Don Rodrigo» che usano la mafia come «instrumentum regni» e di quei colletti bianchi che legano i signorotti ai bravi perché è il mix tra «il cervello borghese e il braccio armato del proletariato» che garantisce l’irredimibilità della mafia. Infatti le storie degli intrecci politico-mafiosi che portarono a omicidi come quelli di Piersanti Mattarella e di Rocco Chinnici – nonostante «storie così potrei raccontarne per mille e una notte» – non fanno cinema. Ci si concentra solo sulla macelleria criminale, non si parla dell’accettazione e del successo sociale dell’economia mafiosa, non si narra il «segreto ritratto di Dorian Gray»; quelle verità scomode che fanno capire che «ciò che combattiamo è dentro di noi» e che «sporcano la coscienza di chi si sente in pace». È necessario per il procuratore una sorta di effetto specchio che faccia capire che dietro lo sparo del killer c’è la politica e dietro quest’ultima c’è lo spettatore che vota e che «si prodiga con i pop corn nell’assistere allo spettacolo».

Ma d’altronde finanziamenti per i film che davvero raccontano non ci sono, o non si vogliono trovare. È ciò che emerge dalla storia del regista Marco Amenta e del suo film-documentario del 2006 “Il fantasma di Corleone”, un’inchiesta sulle protezioni ricevute da Bernardo Provenzano durante la latitanza. Realizzato con soldi francesi, visto il rifiuto iniziale della Rai, fu la stessa televisione pubblica che poco dopo comprò i diritti per trasmetterlo, senza però mandarlo mai in onda. Un’occasione mancata pur avendo l’esclusiva del primo film sul boss all’indomani dell’arresto. Il motivo secondo il regista? La Rai gli chiese di tagliare delle parti su Berlusconi e lui si rifiutò. Così ora Amenta si trova a promuovere il suo film consigliando di cercarlo su youtube, anche se piratato. Una volontà lo muove: la voglia di evitare quello che sta accadendo in Italia dove «si uccide il cinema documentario per non raccontare la nostra storia». Da qui l’importanza del progetto di Angelo Agostini, coordinatore del master in giornalismo della IULM e autore, insieme ad alcuni studenti, del documentario “Terre liberate” che racconta realtà di imprese nate e cresciute tra i beni confiscati. Oppure dell’attività di “Libero cinema in Libera terra” che grazie agli sforzi di Nello Ferrieri e Libera porta nelle città d’Italia film sulla criminalità organizzata in modo da riconquistare il territorio e insinuare, grazie alle pellicole, il meccanismo del dubbio  perché «farlo in piazza è iniziare un dialogo». Senza dimenticarsi del film-documentario “MM-Mafia Milano” del giornalista Gianni Barbacetto e del regista Bruno Olivieri, incentrato sullo strapotere e la pervasività della ‘ndrangheta in Lombardia. Territorio che, secondo l’autore, fa ancora fatica ad accettare la presenza della mafia sebbene piccoli segnali di comprensione arrivino dalla classe dirigente. Vi sono problemi anche sul versante della rappresentazione. Barbacetto crede ci sia stato un capovolgimento rispetto ai tempi de “La piovra” quando il film, girando una scena a Milano, anticipava una classe politica meneghina che negava fermamente l’esistenza della mafia. Oggi appare invece che la cinematografia sia ancora confinata al concetto di mafia come fenomeno solo del Sud e, per giunta, molto spesso rappresentato ricorrendo a figure stereotipate, con il rischio che il mafioso “protagonista diventi simpatico” e dunque accettabile.

Il cinema è dunque un ambito su cui iniziare ad agire per sconfiggere la mafia e quella classe dirigente che, mentre conduce «una strana guerra civile» contro i migliori italiani, occupa anche «la storia e le centrali di costruzione del sapere sociale sulla cultura e sulla mafia». Con la voce calma e profonda di un Re Leone, il procuratore Scarpinato incoraggia gli studenti ad impegnarsi perché «c’è una parte della Storia che pesa come un macigno e che vi è stata negata» ed «è una parte che vi riguarda». «Fuori da qui vi aspetta la fossa dei leoni, se vi farete i fatti vostri diventerete complici».

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