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Pippo Fava. Un filo lungo ventotto anni

Pippo Fava (fonte: pinofinocchiaro.blogspot.com)

Cinque gennaio: il ricordo

Cinque gennaio duemiladodici. E’ un pomeriggio qualunque a Catania. Domani si festeggia l’epifania, la fine delle feste. In via Giuseppe Fava, fu via dello Stadio, non è un pomeriggio qualunque. Elena sorride, il suo sguardo si posa con cura su ciascuno dei presenti, persino su quelli che, come me, osservano discretamente in un angolo, mischiati tra la folla. Non risparmia un grazie silenzioso a nessuno. C’è chi è arrivato da Roma, chi da Milano, chi dalla più vicina Milazzo, come Riccardo. Non persone importanti ma tutti amici. Uno importante però c’è e si fa strada tra la folla, è il procuratore capo: “Doveroso essere presente”, dice a Elena. Una bella novità. E’ la prima volta, in ventotto anni. Peccato che oggi a rappresentare le istituzioni ci sia solo lui (ma questa, invece, non è una novità). Due ragazzini sbucano fuori dall’officina dell’elettrauto Saem che si trova proprio accanto alla lapide. Lanciano occhiate un po’ dappertutto, non si perdono un gesto, una parola. Per qualche minuto attirano la mia attenzione: all’inizio si ha quasi l’impressione che stiano curiosando per capire, poi guardo meglio quei loro volti adolescenziali ma già consumati e penso che no, di certo sanno tutto. Quella scritta “giornalista ucciso dalla mafia” non lascia spazio a dubbi. Se la trovano lì davanti, ogni santo giorno. Come anche quel ricordo scolpito su pietra da alcuni studenti, un grido ancora più chiaro: “La mafia ha colpito chi con coraggio l’ha combattuta, ne ha denunciato le connivenze coi poteri politico ed economico, e si è battuto contro l’installazione dei missili in Sicilia.”

 Cinque gennaio: il presente e il futuro.

 Come si ricorda un uomo come Pippo Fava? “Lavorando”, dice Riccardo Orioles. E lo ripete ormai da quasi trent’anni. Riccardo scrive e lavora come un dannato, da quel cinque gennaio di ventotto anni fa non si è mai fermato. Oggi, nel duemiladodici, ancora cinque gennaio, Orioles presenta a Catania I Siciliani giovani: un giornale online, un progetto ambizioso che tiene insieme in rete l’esperienza di alcune giovani testate sparse in tutta Italia. Catania, Roma, Napoli e Milano. Anche Stampo Antimafioso aderisce al progetto. Un filo unico lega l’esperienza de I Siciliani, mensile creato da Fava negli anni ‘80, a quella de I Siciliani giovani e di tutte le piccole testate che vi collaborano. I giornali sono diversi, la spinta vitale è la stessa. “Un giornale che non sta nè a destra nè a sinistra”, spiega Orioles, “ma politicamente schierato. Noi non sosteniamo alcun partito, ma siamo politicamente schierati, sappiamo da che parte stare.” La definizione, usata per I Siciliani giovani, è racchiusa nel progetto Stampo Antimafioso fin dalle sue origini. Per comprenderla bisogna andare al senso profondo della parola “politica”, quello etimologico. Giornale politico, strumento di cittadinanza attiva per chi vi partecipò, fu infatti I Siciliani di Pippo Fava. “La vera scommessa è fare il giornale non coi grandi giornalisti, con le grandi firme, ma con Luca, Fabio, Michela e tutti gli altri giovani e sconosciuti.”, spiega Orioles. Come di giovani e non noti era fatta la redazione de I Siciliani quando fu costituita da Fava. “Fare il giornale” significa farlo bene. Il rigore e la precisione sono d’obbligo: correggere un pezzo dieci, venti volte, finchè ce n’è bisogno. E poi bisogna costruire il “contesto”, dare dettagli sull’ambientazione, su cose e persone: questo in un pezzo può fare la differenza. I Siciliani era un giornale di attualità, politica, cultura, non semplicemente di inchieste: aveva dei buoni inchiestisti come lo stesso Orioles, Antonio Roccuzzo, Michele Gambino, ma quando la mafia ha sparato ha ucciso Fava. Era lui il motore culturale del progetto. La mafia non teme lo scoop, molto di più ha timore del potere culturale: esso non è episodico, non riguarda la singola inchiesta ma è lo strumento con cui si arriva a cambiare la mente delle persone, inducendole a riflettere. Oggi cinque gennaio “festeggiamo trent’anni de I Siciliani, e un anno de I Siciliani giovani”, ricorda Giovanni Caruso, storico fotografo de Il giornale del Sud. E, in linea con Orioles, ricorda che “quì sta l’eternità di Fava, nel fatto che dal giorno della sua morte lo abbiamo ricordato senza retorica, senza parole d’elogio o celebrative ma continuando a lavorare”. Non c’è dunque da stupirsi se siamo ancora qui, a Catania, Milano e Roma, a ricordare così Pippo Fava. Siamo legati da un filo lungo ventottoanni, da un normalissimo passaggio di testimone: ilpercorso a ostacoli è quello affrontato da tutte le redazioni, giovani e meno giovani, che a Catania e in tutta Italia scelgono un preciso modello giornalistico, cioè un preciso modo di raccontare la realtà. “Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente all’erta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo. Se un giornale non è capace di questo, si fa carico anche di vite umane.”Giuseppe Fava, Giornale del Sud, 11 ottobre 1981.

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