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Processo Lea Garofalo: i perseguitati, ossia i carnefici che si fanno vittima

“Non mi piace ripetermi. Nel controesame non si può continuare a chiedere conferma del dato acquisito. Ponga una domanda e non continui a recitare tabulati chiedendo conferma”. Così ha replicato il 9 febbraio il Giudice Anna Introini alle domande poste dall’avvocato della difesa Francesco Garofalo al Maresciallo Capo Giulio Buttarelli. Dopo è intervenuto l’avvocato difensore Daniele Sussman Steinberg, le cui domande hanno teso a chiarire fino a che punto la localizzazione, operata attraverso le celle telefoniche a cui si agganciano i cellulari, sia precisa e possa essere usata per situare un soggetto in un luogo preciso. La tesi sostenuta è che non sia sufficiente la presenza di un soggetto in via “x” e che un altro agganci celle telefoniche nella stessa via per sostenere un incontro fra i due. L’Avvocato infine ha chiesto e ottenuto conferma circa il fatto che Carlo Cosco la sera del 24 novembre 2009 non avesse agganciato cella nella zona di S. Fruttuoso presso Monza.

Dopo la testimonianza del Colonnello dei Carabinieri Alessio Carpanelli, che ha dovuto rispondere ad una batteria di domande apparentemente inutili, quale ad esempio il giorno in cui cominciarono le indagini, il Giudice ha chiamato a turno, al banco dei testimoni, i sei imputati. Si sono avvalsi tutti della facoltà di non rispondere e quindi hanno elencato solo le generalità, le residenze e i precedenti, Curcio Rosario e Venturino Carmine gli incensurati. Quest’ultimo, enunciando al Giudice che ora, oltre a questo processo, ne ha a carico uno anche per spaccio di droga è prorotto con un’uscita da nobel: “c’è accanimento diciamo….peggio di Berlusconi” provocando l’ilarità della maggior parte dell’aula. Il vittimismo è di moda.

In seguito al rifiuto di deporre anche dell’imputato Massimo Sabatino il pm Marcello Tatangelo ha chiesto che venissero acquisiti i verbali delle dichiarazioni precedentemente rilasciate dall’imputato. In cui Massimo Sabatino si sarebbe difeso rispetto all’accusa del tentato sequestro di Campobasso ai danni di Lea Garofalo sostenendo come sul luogo fosse presente anche Vito Cosco, come fossero stati mandati da Carlo Cosco e che l’obiettivo fosse recuperare una partita di cocaina. Non ottenendo il consenso della difesa ha chiesto alla Corte di poterne avere ugualmente l’acquisizione adducendo la motivazione delle minacce, come aveva già fatto nell’udienza del 10 gennaio quando Paola Sabatino si era avvalsa della facoltà di non rispondere. Memore che in quel caso la sua richiesta venne respinta, il Pubblico Ministero ha addotto come prova una relazione di servizio redatta dalla Polizia giudiziaria in cui si documenta che in data 21 settembre 2011 Carmine Venturino avrebbe dato dell’ “infame” a Massimo Sabatino, il quale avrebbe replicato dicendo “infame a me che mi faccio sei anni per voi”. Il pm Marcello Tatangelo ha poi precisato come l’infame sia chi parla con gli inquirenti e che tale appellativo, nel contesto del carcere, “rappresenti una forma di intimidazione”. In seguito a queste parole sia Carmine Venturino che Massimo Sabatino hanno deciso di rilasciare delle dichiarazioni spontanee. Il primo ha sostenuto come, non parlando bene l’italiano, sia stato frainteso (giusto per restare nella parte) e che lui avesse detto “guarda che infamità ci hanno fatto” in dialetto calabrese. Il secondo invece ha precisato che se Carmine Venturino gli avesse dato dell’infame lui gli avrebbe staccato la testa. E, mentre gli passava a fianco, ha anche valutato fosse il caso di lanciare uno sguardo carico di sfida e di odio verso il Pubblico Ministero, borbottandogli chissà quale improperio.

Come nell’udienza del 10 gennaio, dopo l’intervento di Massimo Sabatino, ha preso la parola l’avvocato difensore Steinberg, che in un susseguirsi ritmico di provocazioni e lusinghe nei confronti del Giudice ha obiettato alla richiesta del pm. Un oratore nato che conosce perfettamente il codice e i suoi limiti “e mi fermo qui prima che il Giudice mi tolga la parola” e che sa chi ha l’ultima parola “signor Giudice so che lei è un magistrato sommo”. Nel corso della sua arringa ha iniziato col sostenere come il documento, di cui ha contestato la stessa legittimità, contenga frasi differenti da quelle dette. Inoltre ha ricordato, come per il principio minimo di civiltà, siano necessari elementi di prova concreti, non chiacchiere. La Corte ha deciso che si riserverà di comunicare la sua decisione nella prossima udienza.

Successivamente si è seduto al banco dei teste Costanzo Rosario, cugino di secondo grado di Carlo Cosco, il primo fra quelli presentati dalla difesa. Questi ha riportato parte di una conversazione avuta con Floriano Garofalo, fratello di Lea Garofalo, il quale gli avrebbe riferito di aver “preso a schiaffi” sua sorella, oltre ad averle bruciato un’auto, perché non portava più in carcere Denise Cosco a trovare il padre. Costanzo Rosario venne nominato dal collaboratore di giustizia Angelo Salvatore Cortese, il quale asserì di averlo incontrato nel 2007 a Reggio Emilia, presso il locale Amnesia, assieme a Carlo Cosco e che il suo soprannome fosse “Capizzeddu”. Tutte circostanze negate dal testimone che ha sostenuto di non conoscere neanche l’ex ‘ndranghetista Angelo Salvatore Cortese. Anche lui conferma che i fratelli Cosco Vito e Cosco Giuseppe non si parlassero da anni.

Il quarto teste è stato Garofalo Rosario che ha detto di aver dato a Firenze nel 2009, su mandato di Carlo Cosco, cento euro a Lea Garofalo e Denise Cosco, subito prima che queste si dirigessero verso Milano.

L’ultimo testimone che la difesa ha programmato per la giornata è stata Paola Cardelli la quale ha confermato a sua volta l’inimicizia che intercorre fra i due Cosco, Vito e Giuseppe. Ha precisato che fin da che li conosce ci sia stato astio fra i due, ossia venticinque anni.

La prossima udienza si terrà venerdì 10 febbraio.

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