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Lea Garofalo: esclusa l’aggravante mafiosa dal capo d’imputazione.

La Difesa: servono altre prove per continuare il processo.

Si avvia verso la propria conclusione il processo per l’omicidio di Lea Garofalo. Lunedì 27 febbraio la prima persona a deporre, nonché unica teste della giornata, è stata Graziella Nova, moglie di un cugino di Denise Cosco, figlia di Lea, arrivata direttamente dalla Calabria. La giovane donna, lamentandosi di essere influenzata e di non aver potuto testimoniare fino a quel momento per problemi di salute, ha affermato di aver visto in vita sua Lea Garofalo due o tre volte. Difficile spiegare come dal suo cellulare, tra i primi di dicembre 2009 e il febbraio 2010, siano partite diverse telefonate a favore di Lea Garofalo. All’incalzare delle domande dell’avvocato Maira Cacucci circa queste telefonate la teste prima non ha ricordato, poi ha negato, e quando le è stato rammentato di aver prestato giuramento ha concluso: «No, non ho fatto queste chiamate».

A prendere la parola a conclusione della breve deposizione è stato l’avvocato Roberto D’Ippolito, legale di parte civile nel processo, che ha proposto di aggiungere come aggravante movente dell’omicidio, le “circostanze mafiose”. Per la parte civile non si tratterebbe dunque di un delitto passionale tout court ma vi sarebbe stata la precisa volontà di «eliminare una persona ai fini delle attività delinquenziali legate al gruppo».

Tuttavia, ad oggi, restano ancora diversi punti d’ombra su cui gli avvocati della difesa ritengono debba essere fatta luce. L’udienza è così trascorsa tra le innumerevoli richieste degli avvocati della difesa per l’ammissione di nuove prove, per poter fornire alla corte tutti gli elementi per concludere la fase del dibattimento e aprire la fase conclusiva in cui verrà pronunciata la sentenza.

Diverse le richieste degli avvocati della difesa non ritenute indispensabili o non rilevanti dal PM Marcello Tatangelo: risentire persone già ascoltate in aula come il Dott. Testi, consulente tecnico specializzato in medicina legale, o come Giuseppina Scalise, compagna di Vito Cosco; oppure ascoltarne di nuove come Clarissa Cameli, con cui Lea Garofalo sarebbe entrata in contatto nel 2004 per l’acquisto di un’autovettura quando era ancora sottoposta al programma di protezione; o la cugina Liliana Garofalo, la cui testimonianza avrebbe fornito informazioni preziose circa le condizioni psicofisiche di Lea. E ancora Giuseppina Colace, Vincenzo Vicentini, Giuliano Toscana e Stumpo Antonella

Particolarmente assertivo nella sua esposizione l’avvocato di Carlo Cosco, Daniele Sussman Steinberg, che non ha mancato di aggiungere alle sue richieste commenti circa la credibilità delle testimonianze rese in passato da Lea Garofalo: «Nessuna Procura della Repubblica ha ritenuto attendibili le testimonianze di Lea Garofalo. Riferiva notizie che conoscevano tutti, anche i sassi. Inoltre la sua presenza all’interno del programma di protezione era ondivaga, avendo lei stessa abbandonato due volte il programma di protezione: la prima nel novembre 2002, per tre giorni, e la seconda nel 2006, per sei mesi». L’avvocato non ha poi mancato di commentare la proposta della parte civile circa l’aggravante mafiosa connessa all’omicidio: «la causale è passionale, un delitto di onore. Ora si dice che c’è la ‘ndrangheta sotto, ma quale gruppo di ‘ndrangheta?!».

L’avvocato ha poi richiesto alla corte di espungere dai fascicoli processuali la relazione di servizio del 21 settembre 2011 fornita dagli agenti della polizia penitenziaria, nella quale emergeva che Massimo Sabatino fosse stato minacciato da Carmine Venturino durante la traduzione dal carcere al tribunale, l’avvocato ha affermato che tale relazione sia stata portata in aula dal PM Tatangelo solo nel mese di febbraio 2012, quindi dopo cinque mesi e, inoltre, senza avvertire le parti. Anche questa istanza è stata confutata dal PM Tatangelo e poi respinta dal Presidente Anna Introini: «la relazione di servizio è legittima, non vi era obbligo di avviso delle parti».

Tra le richieste maggiormente condivise dagli avvocati della difesa è emersa la volontà di ascoltare in aula Giovanni Pecci, uomo con cui Lea Garofalo era in contatto e che avrebbe fatto diversi versamenti di denaro a suo favore nel periodo compreso tra febbraio e aprile 2009, e Salvatore Sorrentino nelle cui deposizioni ci sono non poche discrasie, a detta dell’avv. Francesco Garofalo, legale di Vito Cosco. Il Presidente Anna Introini ha accolto la prima richiesta ma ha negato la seconda: sarà dunque solo Giovanni Pecci a dover sedere in aula di fronte alla corte.

Il PM ha concluso le sue considerazioni esprimendo le sue considerazioni in merito alla richiesta della parte civile di aggiungere l’aggravante mafiosa all’omicidio di Lea Garofalo: «Mi prendo le mie responsabilità per la scelta che ho fatto riguardo all’imputazione, assunta con serietà e motivata. Faccio di testa mia. E’ riduttivo parlare di delitto passionale ma non mi sento di contestare l’aggravante».

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