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Parlarne è male.

Parlarne è male. Esprimere la propria opinione può essere causa di spiacevoli conseguenze. Dove? Sarà in qualche paese africano non democratico o la Siria di Assad, si dirà. E invece no! Invece, è la Regione Lombardia la protagonista. Qui, dove ancora una volta rimbomba il frastuono vergognoso di scandali tra spregiudicati uomini d’affari ed esponenti delle istituzioni, non sembra consentito pretendere che gli amministratori della cosa pubblica adempiano con rigore alle loro funzioni, assumendosene fino in fondo le responsabilità. Alla luce delle ultime recentissime indagini che hanno coinvolto diversi membri del Consiglio Regionale e dell’Ufficio di Presidenza della Regione, in un’intervista per “Repubblica” pubblicata pochi giorni fa, il figlio di Giorgio Ambrosoli, Umberto, aveva invocato un intervento da parte del Governatore lombardo, Roberto Formigoni.  «Quattro su cinque, appunto, nominati, per restare solo all’ufficio di presidenza… C’è una sfacciataggine condivisa, in queste vicende. Si ha la sensazione che sia venuto meno il controllo reciproco, quello per cui non compio atti illeciti non solo perché è reato, ma anche perché chi mi sta accanto potrebbe scoprirmi. Da cittadino non sono il solo a provare disagio per questa situazione, fermo restando che certamente in Regione ci sono anche tante persone per bene. Mi chiedo cosa si aspetti per prendere provvedimenti radicali», si legge nell’intervista. E forse ha osato troppo l’avvocato Umberto Ambrosoli quando ha chiesto un passo indietro a tutti coloro che sono stati toccati dalle indagini di questi giorni, sperando anche che Formigoni ritenesse opportuno azzerare la giunta regionale perché «in questa fase una titubanza potrebbe essere interpretata come assenza di autorità. In una azienda privata, in situazioni analoghe, se la proprietà non cambiasse un cda corrotto, rischierebbe di passare per collusa». Ma l’affondo del membro del Comitato antimafia del Comune di Milano evidentemente ha disturbato gli umori al Pirellone. Il verdetto: l’esclusione di Umberto Ambrosoli dalla cerimonia per la giornata regionale dell’impegno e in ricordo delle vittime di mafia durante la quale è stato proiettato il film  “L’eroe borghese”, proprio per celebrare l’onestà  di suo padre.

Un’altra occasione persa. In Lombardia pare che siano più importanti le iniziative di facciata che i gesti concreti. In Lombardia pare che dare prova di impegno reale non sia azione gradita alle alte sfere delle politica. In Lombardia pare invece che si preferisca “lavorare” nell’ombra, come le recenti indagini sembrano dimostrare. Escludere il figlio di Ambrosoli dalla cerimonia in ricordo del padre è quanto mai indegno. Si vogliono forse affossare, annacquare, ridimensionare le vicende – giudiziarie ed etiche insieme – di questi mesi? O, semplicemente, non si accettano critiche? Non sarà per caso che un’ipotetica “cricca” intenda chiudersi a riccio, come a proteggere i suoi membri da chiunque osi interpellarli, interrogarli, indagarli? Sarebbe stato un reale segnale di apertura la presenza di Umberto Ambrosoli alla cerimonia di commemorazione; la sua assenza, invece, disegna un vuoto ancora più netto e getta ancora più dubbio su una politica regionale la cui lista di rappresentanti indagati si estende in modo impressionante e il cui Presidente resta fermo, inerte, a guardare. Il tutto con Expo alle porte e le organizzazioni mafiose che bussano con prepotenza crescente, non solo a Milano ma in tutta la Lombardia. Se non si parte dalle più piccole azioni tanto simboliche quanto significative, se al contrario si tentano di oscurare opinioni contrarie, come si farà a smascherare le criminose alleanze tra mafia politica e imprenditoria? Come farà la politica a rendersi davvero responsabile? Un bel simbolo la proiezione del film e la giornata commemorativa, ma è doveroso spingersi fino in fondo alle questioni, guardare idealmente alla fine del tunnel per poter vedere la luce. La luce quella vera.

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