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Processo Lea Garofalo: chiesti sei ergastoli per gli imputati

di Monica Angelini e Marzio Balzarini

Le udienze di lunedì 26 marzo e martedì 27 hanno segnato la conclusione della fase dibattimentale del processo “Lea Garofalo” e hanno visto protagonista il pm Marcello Tatangelo che ha condotto la requisitoria: oltre 14 ore di ricostruzione dei fatti e l’arringa finale con la richiesta di sei ergastoli per gli imputati responsabili dell’omicidio «programmato e compiuto con lucida crudeltà» la sera del 24 novembre 2009. Il pm ha ribadito la sua volontà di escludere l’aggravante mafiosa dal delitto e ha negato l’aggravante domestica, non si tratterebbe dunque di un omicidio commesso con abuso di relazioni domestiche.

Ancora una volta nel pubblico erano molti i giovani venuti ad assistere. Dietro alla Corte una porta aperta, l’accesso reso inagibile agli sguardi da un paravento per tutelare Denise Cosco che ha voluto ascoltare le ultime udienze del processo e scoprire se per sua madre verrà finalmente fatta giustizia.

Nemmeno per un istante la voce del pm è vacillata impedendogli di descrivere minuziosamente tutti i passaggi che hanno portato i sei imputati a sequestrare, torturare, uccidere Lea Garofalo e infine a dissolverne il cadavere nell’acido. Avvalendosi di intercettazioni telefoniche, intercettazioni ambientali, testimonianze in aula e collaborazioni di giustizia, è emerso un quadro dei fatti nitido che ha visto i fratelli Vito e Giuseppe Cosco, sotto mandato del fratello Carlo, e i complici Rosario Curcio, Massimo Sabatino e Carmine Venturino, avvicendarsi in una vera e propria staffetta criminale per portare a termine l’efferato piano omicidiario ideato dall’ex convivente della donna. Odio e rabbia accecante nei confronti di Lea avrebbero infatti portato Carlo Cosco a programmare già dal 2001 un piano di vendetta nei confronti della donna che avrebbe dovuto pagare le sue colpe col sangue. Tre le colpe di Lea: aver collaborato con la giustizia fornendo preziose informazioni sull’omicidio di Antonio Comberiati (1995) che vedeva direttamente coinvolto il suo convivente Carlo insieme al fratello Giuseppe; aver rifiutato per sette anni di portare la figlia Denise in carcere dal padre e infine aver macchiato «l’onore criminale» dei Cosco collaborando con la giustizia. «Lea aveva fatto una scelta di vita radicale e voleva dare alla figlia una vita diversa ma», precisa il pm, «nel dna di un padre c’è l’amore per i propri figli ed è comprensibile che ciò abbia aumentato ulteriormente l’odio per la sua ex compagna».

Il pm ha poi dedicato ampio spazio alla descrizione dei fatti di Campobasso del 5 maggio 2009, quando avvenne il primo tentativo, fallito, di sequestro e omicidio ai danni di Lea Garofalo. «Il 5 maggio è stato organizzato in modo pressoché perfetto. Se Denise quel giorno non fosse stata a casa Lea sarebbe stata uccisa e non ce ne sarebbe stata traccia. Questo è da tenere in conto per valutare il 24 novembre 2009. I fatti di Campobasso e di Milano non sono due vicende distinte, sono due momenti della stessa ed unica vicenda, il piano di vendetta ideato da anni da Carlo Cosco. E tutto ciò è importante per capire se Lea sia ora in Australia o se Carlo ci abbia riprovato».

Troppi i punti in comune tra le due vicende: il sequestro, la volontà di estorcere a Lea le dichiarazioni rese durante il periodo di collaborazione, la volontà di ammazzarla con un  colpo di pistola alla testa e infine di disfarsi del corpo dissolvendola nell’acido perché, come riferito da Salvatore Cortese compagno di cella di Carlo Cosco già nel 2001: «Lea deve scomparire perché facendola scomparire c’è sempre il dubbio che sia scappata».

Il pm ha dunque ripercorso, con l’ausilio di immagini, tutti gli spostamenti delle utenze cellulari dei sei carnefici nel corso della giornata del 24 novembre. Ore 18:39, ultima immagine di Lea ancora in vita, dopodiché un appartamento in Piazza Prealpi, un garage in Viale Espinasse e infine un magazzino alla periferia di Monza, zona San Fruttuoso. Tre giorni, ci sono voluti tre giorni affinché le chiavi di quel magazzino venissero restituite al proprietario. Tre giorni, secondo il medico legale Dott. Testi, è il tempo necessario per dissolvere un corpo di 56 chili in 50 litri d’acido. I dettagli si incrociano e ricostruiscono una verità sempre più difficile da individuare in mancanza del corpus delicti infatti, ha affermato il pm, «purtroppo non si può stabilire con certezza a che ora l’abbiano portata al magazzino, uccisa e sciolta», si limita ad aggiungere che  «i cani dell’unità cinofila sono andati diretti alla fossa biologica del magazzino ma», continua con amara ironia il pm, «purtroppo non possiamo interrogare i cani».

La requisitoria si è conclusa con la richiesta di trasmettere agli atti diverse accuse di falsa testimonianza perché «è gravissimo testimoniare il falso in un processo per omicidio, non andrà a finir bene per loro», il riferimento è ai testimoni: Renata Plado, Francesco Ceraudo, Carlo Toscano, Gennaro Garofalo e Antonio Garofalo.

Infine il pm ha concluso: «tutti gli imputati hanno commesso i fatti. Chi non ha premuto il grilletto non si differenzia giuridicamente da chi l’ha fatto». «E’ orrendo pensare a una donna indifesa legata e vittima di sei uomini, è nauseante pensare a un padre che sfrutta il desiderio della figlia di comprare una felpa» per attirare la madre in una trappola. Pertanto «nessuna attenuante a questi vigliacchi, date giustizia a questa donna, a lei e a chi la piange. Condannateli alla pena giusta, a quella che meritano e mi auguro che, un soprassalto di umanità gli farà venire un rimorso per quello che hanno commesso, che non hanno avuto finora in questo processo. Chiedo per tutti l’ergastolo e l’isolamento diurno per 18 mesi».

 

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