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C’è di mezzo Cosa Nostra, ma ricordare è cosa tua.

Di Camilla Caron

La chiamano Cosa Nostra, ma probabilmente ci sono pochi problemi che ci riguardano così da vicino come il fenomeno mafioso: perché la mafia inquina l’acqua che beviamo, erode le fondamenta delle nostre case, avvelena le arance che mangiamo, travia giovani menti, corrompe gli animi, si nutre di corruzione, omertà, ricatto, asservimento, disinformazione e indifferenza, reprime sensi etici e morali, attacca, demolisce, indebolisce, infeltrisce, impoverisce, incatena, uccide.

Ed è per questo che è così importante ricordare, soprattutto in un paese distratto e dalla memoria breve come il nostro, la storia di uomini che hanno dato la vita per cercare di estirpare questo male sociale. E se ormai l’esistenza del fenomeno mafioso non è più messa in discussione nei luoghi di origine, nei luoghi di proliferazione (oggetto della cosiddetta colonizzazione rovesciata) questa consapevolezza  non è sempre completa; ma qualcosa si muove. Il tempo degli struzzi sembra essere giunto al capolinea, Milano si toglie la benda ricca di rassegnazione e neutralità e decide di affrontare tematiche sino ad oggi tralasciate da alcuni e insabbiate da altri. La campagna di sensibilizzazione sociale rivolta soprattutto ai giovani è stata inaugurata da singole associazioni come Libera, che nello scorso febbraio ha patrocinato l’iniziativa di un gruppo scout di Agesci, “Mafianopolis”, un gioco interattivo sul territorio milanese, che ha condotto un centinaio di giovani in giro per la città a scoprire i luoghi dell’antimafia. L’informazione è passata successivamente dalla sala di registrazione dell’Archè Onlus (realizzata all’interno di un immobile sequestrato alla mafia) alle aule universitarie, grazie all’inaugurazione di un ciclo di seminari interuniversitari a Milano, con l’obiettivo  di approfondire la tematica delle mafie al Nord attraverso incontri nelle principali università del capoluogo lombardo.

In questo contesto si inserisce una lezione aperta alla città, secondo appuntamento di questo seminario, organizzata presso la Facoltà di Scienze Politiche a un giorno dal ventesimo anniversario della strage di Capaci, “ Mafia e antimafia tra oblio e memoria”, per ricordare quattro storie parallele: Pio La Torre, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Il ‘padrone di casa’, Nando Dalla Chiesa, docente di Sociologia della criminalità organizzata presso l’Ateneo milanese con l’aiuto delle coregiste Susanna Schwarz, responsabile del progetto dei seminari interuniversitari per Libera, e Luisa Leonini, coordinatrice del corso di laurea in Comunicazione e Società, integra la sua ordinaria lezione con l’intervento di Franco La Torre, figlio del segretario generale del Partito comunista ucciso da Cosa Nostra il 30 aprile 1982, Attilio Bolzoni, giornalista e autore del documentario “Uomini soli” e Patrizia Moschella, docente NABA responsabile della mostra interattiva “Comunicazione e memoria” realizzata dagli studenti del Laboratorio istituito in collaborazione tra Scienze Politiche e NABA, che ha il merito di dare un volto alla macchia spesso indistinta e isolata del movimento antimafia.

“Mille volte sono stato così solo

dacché son vivo, e mille uguali sere

m’hanno oscurato agli occhi l’erba, i monti,

le campagne, le nuvole.”

Non è la solitudine di Pasolini che circonda questi quattro personaggi, non è una solitudine che sminuisce, oscura la vista e affievolisce le speranza, ma, pur nelle difficoltà, è una solitudine che sprona a combattere, massimizza la sua portata fino a segnare la storia, senza riuscire però a sfuggire allo stesso tragico destino dell’uomo ebbro.

Storie di conti aperti con Cosa Nostra, destinati a chiudersi solo con il calare del sipario. Storie di solitudine, come sottolinea Bolzoni nel suo documentario realizzato nel labirinto di stragi delle strade di Palermo, città dannata più volte accostata a Beirut. Storie di uomini armati solo di coraggio, perseveranza, fermezza e trasparenza, lasciati soli a combattere con mezzi insufficienti un sistema di criminalità organizzata che aveva ormai esteso le sue reti nella politica, nella pubblica amministrazione e nell’alta finanza. Solitudine che ha fatto del movimento antimafia nella sua prima fase un movimento di singoli, non una lotta unita delle istituzioni. Solitudine non solo rispetto ai rispettivi vertici organizzativi di riferimento, ma anche rispetto al contesto sociale: molti furono gli attacchi lanciati al giudice Falcone, spesso accusato di vanità e presenzialismo, e alle sue indagini, accusate di contribuire al declino dell’economia siciliana, torto attribuito nei nostri giorni anche ad altri scrittori e magistrati, “medici accusati di essere i responsabili per la diagnosi di un tumore”. Solitudine da parte delle istituzioni, dei partiti, di settori della magistratura, ma anche dei singoli cittadini: è una signora palermitana a spedire a un giornale una lettera nella quale si raccomandava di trasferire Falcone e i suoi colleghi dell’antimafia in ville costruite appositamente nella periferia di Palermo, per garantire maggiore tranquillità, pace e sicurezza, una sorta di ghetto per reietti. Tuttavia il silenzio che li ha circondati in vita è esploso in seguito alle loro morti, che hanno contribuito a incrinare i fragili equilibri della passività e dell’asservimento popolare. Anche se “la mera violenza è muta”, il morto di mafia fa sempre parlare, facendo moltiplicare in maniera esponenziale le voci di protesta che nelle intenzioni dei mandanti avrebbero dovuto essere smorzate dalla paura. La normativa antimafia è sempre stata segnata dal sangue, i giri di boa in questa materia (come purtroppo in molte altre in questo paese) si sono verificati solo a seguito di grandi delitti. Le principali innovazioni sono state create dal rigore e dalla concretezza di questi uomini, ma la loro introduzione e applicazione nel sistema si devono purtroppo alla loro morte.

A Pio La Torre, si deve l’introduzione di una specifica legislazione antimafia, attraverso la realizzazione della legge Rognoni-La Torre, che ha istituito il reato di associazione mafiosa e ha previsto la confisca dei beni. E’ con grande sincerità che il figlio Franco, che per la prima volta si rivolge a un gruppo di studenti a Milano, parla delle lotte e dei sacrifici affinché il padre Pio, figlio di generazioni di contadini, riuscisse a studiare per intraprendere un futuro diverso, puntando sull’educazione come strumento di riscatto. Diventato segretario del partito comunista in Sicilia, La Torre legò il suo destino a quello del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, prefetto inviato in Sicilia per risolvere il problema di Cosa Nostra, vista l’incisività dimostrata contro le Brigate Rosse.
Al prefetto, si deve la realizzazione di una struttura di coordinamento gerarchica alla lotta antimafia, che premiava il merito e la competenza, e l’accentuazione dell’importanza del dialogo nelle scuole, per contrastare la mafia con il consenso delle nuove generazioni.
Gli ultimi tasselli del puzzle sono i giudici Falcone e Borsellino, protagonisti indiscussi del maxiprocesso che dal febbraio del 1986 al dicembre del 1987 emise condanne sulle spalle di 360 mafiosi per un totale di 2605 anni di carcere; a questi giudici si devono contributi sia sociologici che giuridici, come l’introduzione del metodo investigativo fondato sulla ricostruzione dei movimenti bancari, l’uso incisivo della legge Rognoni-La Torre, l’introduzione del concorso esterno in associazione mafiosa, la nascita della Procura nazionale antimafia, la sperimentazione del carcere duro e delle leggi per i pentiti. Strumenti utilizzati non solo per contrastare la legittimità, l’invisibilità materiale (che tende a far identificare la mafia come una semplice mentalità o come leggenda letteraria), l’invisibilità concettuale (che, partendo dall’impossibilità di dire cos’è la mafia e di spiegarne le dinamiche interne, tende a farla confondere con corruzione, clientelismo o altre forme di criminalità comune), l’impunità della mafia, ma anche e soprattutto la sua propensione all’espansività, favorita da un’ingente accumulazione illecita di capitale. Ed è proprio contro l’espansione dell’economia mafiosa che si è mossa ultimamente la legislazione, perché “il denaro della mafia comporta prima o poi la presenza dei metodi mafiosi”. Bisogna quindi seguire il flusso di denaro per scovare le zone grigie, quegli intrecci con imprenditoria, politica, libero professionismo e magistratura che hanno permesso alla mafia di uscire dai latifondi e di compiere il salto di qualità, dando origine a un vero e proprio sistema mafioso.

Perché la mafia ha fatto molta strada da Osso, Mastrosso e Carcagnosso, i tre cavalieri spagnoli che secondo la leggenda avrebbero fondato il codice dell’onorata società, dando vita rispettivamente a Mafia, ‘Ndrangheta e Camorra. E’ camaleontica, si plasma e si conforma col passare del tempo e dei costumi, si sviluppa, e si fortifica, puntando sul suo carattere di impresa problem-solving, combinando l’alta variabilità delle materie prime con una bassa determinatezza tecnologica; in questo modo, sfruttando il doppio binario di mercato legale e illegale, la mafia costruisce scuole, smaltisce rifiuti tossici, ripara acquedotti e si aggiudica appalti, incrementando un continuo processo di innovazione dei prodotti, degli sbocchi e dei metodi di lavorazione, con l’intento di massimizzare i profitti mantenendo bassi i costi, tagliando su sicurezza e qualità, ma “guadagnando” sulla prontezza del risultato  finale. Lavori rapidi ma imprecisi, settori scelti seguendo la scia del flusso di denaro. Si è passati da criminalità latifondista a impresa mafiosa, che ha saputo arricchire il suo capitale tra spesa pubblica, edilizia, traffico di droga, riciclaggio, smaltimento di rifiuti tossici, arrivando a fatturare, secondo una stima di Eurispes, un giro d’affari pari al 3% del pil italiano. Si è macchiata di molti altri assassini dopo quello di Emanuele Notarbartolo del 1893 (considerata la prima vittima eccellente di mafia), è stata protagonista di molti scandali, inchieste e studi. Ma per contrastarla non basta scavare sulla superficie, bisogna andare in profondità, sviluppare un’efficiente capacità di analisi dei fatti; non basta arrestare lo Scannacristiani Giovanni Brusca con l’accusa di aver premuto il tasto del telecomando che ha fatto saltare in aria la macchina del giudice Falcone sull’A29 tra Punta Raisi e Palermo; egli non è altro che un esecutore, e anche l’arresto di un boss non può far cantare vittoria, perché la strategia della decapitolazione non ha mai riscontrato successo nei campi di battaglia: “In tempi di guerra è molto difficile localizzare un leader, e anche quando ciò riesce è poco probabile che la politica del successore sia sostanzialmente diversa da quella del predecessore”. Grandi blitz non possono far abbassare la guardia; non basta l’indignazione fine a se stessa, non basta la sollevazione post-trauma, serve un’azione massiccia e unitaria, un’attenzione continuativa.

Ma per fortuna anche le voci di questi uomini soli non sono state stroncate invano. Gli anni ’90 hanno visto un crescente sviluppo della legislazione antimafia (si pensi per esempio al riutilizzo dei beni sequestrati per finalità sociali), e anche del movimento antimafia attraverso enti locali, associazioni e cooperazioni, dentro e fuori la Sicilia: Addio Pizzo, Libera, Ammazzateci tutti, e la lista potrebbe continuare a lungo. Sta crescendo inoltre l’attenzione internazionale al fenomeno mafioso, manifestata attraverso la conferenza di Napoli del ’94 e la convenzione di Palermo del 2000, che hanno portato alla firma di accordi multilaterali su strategie di contrasto e controllo comune della criminalità organizzata transnazionale. Se a 20 anni dalle stragi di Capaci e via D’Amelio la società civile e la magistratura hanno deciso di non assistere più inermi alla corrida mafiosa, altrettanto non si può dire della sfera politica, sempre sotterrata da scandali di deputati, senatori e militanti legati al mondo mafioso, partendo dall’alone di ambiguità dell’ex premier Silvio Berlusconi, chiamato a rispondere ad alcune accuse sollevate dal pentito Gaspare Spatuzza, che  hanno riempito molti fascicoli della magistratura.

Non bastano 600 chili di tritolo per fermare un’idea, soprattutto se supportata da oneste intenzioni: dallo sdegno si passa all’azione, alla presa di coscienza, alla partecipazione, come dimostra la grande affluenza nell’aula 11 della Facoltà di Scienze Politiche. L’importanza della memoria e di un’educazione alla legalità diventa fondamentale per combattere la criminalità e la corruzione. I volti dei simboli dell’antimafia rappresentati nei lavori degli studenti di Scienze Politiche e NABA sono schiariti da una spugna che sembra cercare la verità lavando anni di insabbiamenti, perché in fondo non può esistere libertà senza verità. Borsellino diceva che le giovani generazioni sono le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà; noi quindi ci informiamo e ricordiamo, nella speranza di poter respirare presto aria migliore.

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