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C’è differenza tra aver dimenticato e non ricordare?

di Camilla Caron

Un reportage sulla mostra “Comunicazione e Memoria”, presentata alla NABA lo scorso 27 giugno.

Si potrebbe chiamare rivoluzione colorata, se solo il termine non riecheggiasse moti post-sovietici di protesta che infuocarono le piazze degli ex paesi satellite a partire dalla Caduta del Muro. E non si tratta di cromoterapia, ma di cogliere il potere e l’incisività dei colori e dell’immagine, soprattutto in un’epoca di rivoluzione mediatica come la nostra, caratterizzata dal superamento del modello linguistico a favore di quello visivo. In settimane dove molto si è detto e molto si è scritto per commemorare la morte di due dei giudici del pool antimafia, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e delle loro scorte a vent’anni dai loro tragici omicidi e per approfondire i nuovi sviluppi delle indagini sulla presunta trattativa Stato-Mafia, è importante discostarsi dal rumore e guardare a questi argomenti con una diversa prospettiva, perché è proprio quando si crede di sapere qualcosa che bisogna osservarla da un’altra angolazione.

E’ bene dunque allontanarsi dal vociar dei mercanti, dal chiasso del passaggio dei carri e dal baccano delle mandrie per dedicarsi alla visita della mostra Comunicazione e Memoria, realizzata dagli studenti del laboratorio sperimentale di Scienze Politiche e NABA per commemorare la storia di quattro grandi uomini dell’antimafia: i giudici Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, il prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa, e il segretario generale regionale del PCI Pio La Torre. “Vite – le loro – che vanno oltre la morte se le idee hanno la possibilità di camminare sulle gambe delle nuove generazioni”. Presentata lo scorso 22 maggio presso la facoltà di Scienze Politiche all’interno del ciclo di seminari universitari sulle mafie al nord, la mostra sarà visitabile nella sede milanese NABA in via Darwin 20 (per informazioni e orari consultare il sito della NABA) fino al 15 luglio 2012, quando inizierà un itinerario che la porterà in diversi comuni italiani: Pisa, Desio, Cormano, Valmadrera, Bussero, per poi raggiungere in ottobre l’istituto Morvillo-Falcone di Brindisi.

“La mostra è frutto di un percorso didattico focalizzato sull’analisi dei fenomeni socioculturali e politici che influenzano i processi della memoria storica; propone una serie di manifesti celebrativi che favoriscono un processo di ricostruzione del valore storico, sociale e istituzionale delle quattro vittime della mafia”, recita il comunicato stampa dell’evento. In effetti, appena si entra nella sala di esposizione, si percepisce che non sono semplici manifesti, ma documenti di storia sociale, racconti appassionati di memorie che rischiano di non esistere più. La mostra invita a guardare oltre la punta dell’iceberg, a riportare alla luce tutto ciò che negli anni tende a venire sepolto nel buio, perché ricordare è un diritto, ma anche un dovere, e se le mafie si costruiscono sulla nostra indifferenza è bene rispolverare la memoria di questi uomini, schiarendo i loro volti con una spugna o uno straccio, per analizzare in profondità tematiche impossibili da capire e quindi contrastare se solo affrontate in superficie. Lo spettatore più attento riuscirà dunque a interpretare la sgranatura dei volti in alcuni manifesti e mettere a fuoco le storie che si celano all’interno di essi, scorgere il suggerimento “non scordare” all’interno dei nomi allineati dei quattro personaggi, o cogliere nel mare di parole e pensieri espliciti riferimenti a storie altrettanto degne di ricordo, che dalla mente di quattro figure si espandono in tutto il loro corpo cercando una via d’uscita, tentando di combattere l’antitesi tra il nostro diritto al ricordo e alla conoscenza e la pretesa delle cosche di mantenere i loro affari privati (non a caso il manifesto titola “C’è di mezzo Cosa Nostra ma ricordare è cosa tua”): Placido Rizzotto, sindacalista italiano rapito nel 1948 e ucciso dalla mafia per il suo impegno a favore del movimento contadino per l’occupazione delle terre; Rita Atria, la siciliana ribelle, testimone di giustizia nata da una famiglia mafiosa, che decide a 17 anni di togliersi la vita buttandosi dal balcone di una palazzina di Roma, dove viveva in programma di protezione, una settimana dopo la strage di via d’Amelio, quando pensava che nessuno ormai l’avrebbe più potuta aiutare e difendere.

Siamo in un piano inclinato, o si scende o si sale: i pioli offerti da questi ragazzi sono le opportunità interattive della mostra, rappresentate da penne infisse ai muri per integrare i loro lavori e colmarli di significato, spronando il visitatore a partecipare attivamente al ricordo quasi come fosse un rituale comune, un esercizio civile collettivo, attraverso una firma o l’annerimento di uno spazio, per ricostruire fisicamente le immagini di Pio, Giovanni, Paolo e Carlo Alberto e con esse il loro ricordo, per trasformare il pallido grigio delle loro firme in nomi e ricordi vividi e indelebili. Come la luce quando viene scomposta produce i sette colori di cui è formata, allo stesso modo queste immagini, se analizzate attentamente, mostrano sfaccettature che permettono di andare oltre la genericità, diventando veri e propri veicoli di conoscenza, non solo per il loro valore estetico ma soprattutto per la reazione emotiva che provocano nell’osservatore. Non sono immagini semplicistiche, probabilmente offrono più domande che risposte, ma ogni opinione è ben esemplificata, frutto di un’attenta ricerca, e offre un’analisi esaustiva e concreta, come l’immagine dell’abbraccio mortale tra mafia e Stato, considerato il “responsabile prima della delegittimazione e dell’abbandono subiti da La Torre, Falcone, Borsellino e dalla Chiesa e successivamente anche della loro morte”. Riecheggiano allora le parole pronunciate durante i funerali del generale dalla Chiesa dal Cardinale Pappalardo, che, parafrasando Tito Livio, accostò Sagunto a Palermo, affermando che mentre a Roma si pensa sul da fare, la città di Palermo viene espugnata.

La solitudine di questa città (se non regione) mattatoio è percepibile in uno dei manifesti della mostra, realizzato da Leidy Besana, Adele Razzino e Giulia Valenti, che titola “Come se nulla fosse stato” una cartina dell’Italia popolata di uomini indifferenti che girano le spalle alla desolata Sicilia, illuminata solo da quattro puntini rossi, da sempre considerati il primo sintomo di una malattia, e per questi evitati e abbandonati da tutti coloro che rimangono invece più attratti dai luccichii delle comode luci dei loro giardini, oltre il quale perimetro agiscono gli effetti del ‘non vedo, non sento, non parlo’. “Il nostro coinvolgimento è nato da un profondo e pregresso interesse verso le tematiche antimafiose – spiega Adele Razzino – e soprattutto verso le figure di questi quattro protagonisti dei quali si è cercato di esortare il ricordo”. Parla anche in nome delle sue colleghe ringraziando innanzitutto il prof. dalla Chiesa, utile punto di riferimento nella ricostruzione dei fatti e dei contesti storici. “Abbiamo cercato di elaborare a modo nostro un messaggio che avesse una forte carica comunicativa – continua Adele –; il manifesto con la scritta “Come se nulla fosse stato” mette in evidenza il tema della solitudine: tutti voltano le spalle a ciò che accade ed è accaduto, mostra l’indifferenza dello Stato sia in quanto istituzione sia come moltitudine di cittadini. La scritta vuole essere una sorta di provocazione che ci costringe a riflettere sul nostro atteggiamento nei confronti della mafia. La tematica del ricordo è fondamentale, soprattutto in riferimento alle giovani generazioni, perché la mancanza di memoria è uno dei punti di forza della mafia, che ha interesse all’amnesia sociale, alla rimozione. La comunicazione visiva è uno strumento di comunicazione che rimane più impresso – conclude – e per questo speriamo che i nostri lavori possano davvero lasciare qualcosa a coloro che vengono a guardarli e possano soprattutto far riflettere e ricordare”.

Si sente da lontano un grido di speranza per le generazioni future, affinché si voltino, si tolgano la benda, inizino a parlare e indagare, perché un paese senza memoria è un paese che non può difendersi e un paese che non può difendersi continuerà ad aver paura, persino della propria ombra, giungendo a soluzioni affrettate ed errate, alimentando luoghi comuni, cattive abitudini e senso di distacco nei confronti di chi invece ha avuto e ha il coraggio di affrontare le situazioni con grande premura e senso civico. Il potere di queste immagini riesce ad arrivare vicino allo spettatore e a coinvolgerlo all’interno di esse. Prendere la penna e lasciare il proprio segno dipende solo dalla voglia di ognuno di noi di traghettare nell’isola dove “tutto cambia affinché nulla cambi” e smentire Giuseppe Tomasi di Lampedusa, aggiungendo sempre più puntini e capitoli alla strenua lotta dell’antimafia.

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