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Questa è la nostra storia.

30/08/2012, Lecco

«Perciò, se mi chiedono come nascono le storie, io non lo so – dice l’attore e regista teatrale Ascanio Celestini –. Ma so che ne abbiamo bisogno perché è il nostro modo di stare al mondo. Perché finché abbiamo parole per dirlo, forse il mondo non finisce». Quelle parole, a tratti quasi sussurrate e urlate dal profondo dell’anima, lasciano il segno in chi ha il privilegio di poterle ascoltare. Storie di dolore, di mafia e di solitudine. Storie poco conosciute, perché le vittime della violenza mafiosa non sono solamente Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Peppino Impastato, ma anche centinaia di persone come Pietro e Marcella. Due vite distinte tra loro, lontane geograficamente mille kilometri, la distanza che separa Corsico da Torchiarolo, in provincia di Bari. Pietro e Marcella sono legati da un destino drammatico, uccisi per mano mafiosa rispettivamente nel 1995 e nel 1990; ancora oggi la loro scomparsa non ha avuto giustizia, ma alcuni loro familiari hanno deciso di prendere in mano il profondo desiderio di verità che portano con sé da quelle tragiche date, perché «Come possiamo darci per vinti di fronte ad un cambiamento di vita dovuto alla mano di sconosciuti e non ad una nostra scelta?». Il desiderio di verità e di giustizia, questo spinge dopo tanti anni a combattere quel dolore immenso di una madre a cui è stato proibito di partecipare al funerale della figlia e di un figlio che ha visto il padre venire ucciso al suo fianco con un colpo di lupara, a provare a raccontare quelle persone strappate improvvisamente ai propri affetti. Dall’altra parte, gli sguardi attenti e la disarmante consapevolezza di quei ragazzi e ragazze che in questa esperienza a Lecco stanno scoprendo giorno per giorno la complessità nel costruire una comunità alternativa alle mafie, anche attraverso quel dovere della conoscenza che deve diventare dovere dell’impegno. E allora non basta graffiarsi con i rovi che hanno conquistato gran parte del cortile della caserma della Guardia di finanza di Airuno, un ristorante confiscato negli anni ’90 che oggi è affidato alle forze dell’ordine, sudare sotto il sole per strappare le erbacce e ridare vita a quegli spazi, ma serve anche aprire la mente e il cuore, lasciarsi mettere in discussione dagli incontri, dalle testimonianze di questi giorni. Questo è il cammino che i volontari, forse inconsapevoli quando hanno deciso di partecipare al campo di Libera e Legambiente a Lecco, stanno percorrendo passo dopo passo, e che non potrà non lasciare un segno indelebile e concreto nella vita di ciascuno di loro. Nella storia, di ciascuno di loro. (T.M.)

Verità e giustizia. Voci coraggiose che ci chiedono di non dimenticare, che ci raccontano storie che non fanno rumore, ma cuori che urlano per sapere perché, perché delle vite sono state spezzate.
L’incontro di ieri sera, nella sede Agesci di Lecco, con alcuni famigliari vittime innocenti di mafia, ci ha trasmesso la forza e il coraggio di chi deve lottare tutti i giorni non solo con il proprio dolore, ma per ottenere giustizia.
La storia di Marcella e la storia di Pietro. Due storie diverse, due vite diverse, ma entrambe spezzate dalla prepotenza e dalla violenza di chi calpesta gli altri, di chi non ha rispetto pur di ottenere ciò che vuole.
Marcella era una ragazza neanche trentenne, assassinata in un bosco, uccisa da una società che emargina invece di accogliere. Cresciuta in un paesino della Puglia, era rimasta intrappolata nel giro della droga, allontanata da chi avrebbe dovuto aiutarla: la scuola, le istituzioni, la famiglia. Aveva trovato il coraggio di parlare e di denunciare, di raccontare tutto quello che aveva visto, di fare nomi e cognomi. Ha pagato un prezzo troppo alto, chi si ribella deve pagare, deve essere un ammonimento per tutti.
Per anni Marisa, la madre di Marcella, ha tenuto per sé il suo dolore, un lutto vissuto nel silenzio perché tutti ne avevano vergogna, preferivano dimenticare. Ma una madre non può dimenticare. E in questo percorso ha incontrato Libera, Associazione nomi e numeri contro le mafie, e ha incontrato persone che avevano voglia di ascoltarla, di ascoltare la storia di sua figlia e di condividere il peso del suo dolore.
Pietro era un commerciante, un padre presente e un marito premuroso, un gran lavoratore. Un uomo che dedicava la maggior parte del suo tempo a difendere i diritti dei lavoratori, era il presidente della Confesercenti, il sindacato dei commercianti. Una mattina come tante, era alla guida del suo furgoncino insieme al figlio per iniziare un’altra giornata di lavoro. Il suo impegno da sindacalista doveva aver infastidito più di qualcuno. Un colpo di lupara in fronte ha voluto fermarlo, azzittirlo. Ma Lorenzo, il figlio, è diventato la sua voce e da anni continua a chiedere che sia fatta giustizia, che vengano trovati i colpevoli.
Parole le loro, quelle di Marisa e di Lorenzo, che sono entrate, penetrate nei nostri cuori e che abbiamo deciso di fare nostre. Ora sappiamo cosa voglia dire memoria, stare vicino ai famigliari vittime innocenti delle mafie: farci carico di un pezzettino di dolore, provare ad alleggerire la loro sofferenza e non dimenticare.

Rosanna Picoco

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