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Corleone caput mundi.

Un’esitazione per premessa. 

E’ lunedì, e finalmente ho deciso: andrò a Corleone a trovare i ragazzi della Cooperativa Lavoro e Non Solo. Fino alla sera prima ero titubante: forse è troppo presto, magari è il caso di aspettare ancora un po’. Leggere di più, informarmi di più. L’idea che mi tormenta è quella di non essere ancora pronta per vedere il luogo che ha dato i natali ai vertici mafiosi di Cosa Nostra. Bernardo Provenzano, Salvatore Riina, Luciano Liggio, Michele Navarra, i fratelli Bagarella e il sindaco di Palermo Vito Ciancimino. Poi mi sfiora la mente una di quelle frasi dette per caso (i maggiori insegnamenti) dal mio professore di lettere del liceo: “A nessun esame capiterà mai di presentarsi avendo studiato tutto: e così è nella vita”. E che vita sia.

Dea Fortuna, Caronte e l’aquila di Corleone: il viaggio.

“Corleone! Ah, ho capito, il Capo dei Capi, quindi anche a Milano siete appassionati della serie tivvù?”. Le persone vanno preseper quello che sono, soprattutto in un bar di periferia. Prima di lasciare Palermo mi fermo a guardare chi entra e chi esce seduta nel primo locale che possa offrirmi acqua fresca. Serrande abbassate nell’ora di caldo, musica napoletana in sottofondo, le macchinette del gioco d’azzardo emettono un’alienante musichetta che invade gli angoli della stanza trascinando i clienti ad effusioni con dea Fortuna. La ragazza dietro al bancone non parla con malignità, nella sua ingenuità è sincera: prendo l’affermazione per quella che è, metto in tasca la sensazione e la conservo per riflessioni prossime. Tempo per perdersi in pensieri contorti non ce n’è: bisogna essere pratici, è il momento di spingere l’acceleratore e impostare la strada: 57 km separano Palermo da Corleone. Ci fosse Caronte traghettatore dell’Ade mi lascerei trasportare bendata sino a destinazione. E invece la strada è lunga e ci si perde con facilità in Piana degli Albanesi: comune interessato tra XV e XVIII secolo dall’antico movimento migratorio, ospita oggi la più grande comunità italiana di lingua albanese. Desolazione, colline nere. Il fuoco violenta la terra: c’è puzza di bruciato, di benzina spruzzata su vecchi copertoni gettati ai bordi dei campi di frumento. Nel giro di poche ore le fiamme divorano le sterpaglie. Passata una grande montagna, scivolo in una conca profonda, estesa e nascosta. La luce è accecante: sono le coltivazioni dorate delle campagne corleonesi. Un’aquila vola libera nell’aria. Un branco di pecore gialle, due pastori. Avvicino il più anziano: sorride guardandomi appoggiato sul suo vecchio bastone di legno, silenzioso compagno di una vita. Volto rugoso, pelle mangiata dal sole e occhi chiari. Con un cenno mi dice di proseguire dritto, l’aquila conferma. Corleone è proprio in fondo alla strada.

Umiltà e arroganza: le due anime dell’isola. A Casa Caponnetto vince la bellezza.

Sigaretta accesa, occhi grandi, maglietta vissuta: Calogero è così, un tipo schietto e sincero. Talmente sincero che non gliene frega niente di abbellire il mio arrivo con frasi curate, convenevoli e presentazioni forzate. “Questa è la Cooperativa, sede ristrutturata e centinaia di ragazzi ogni anno”. Punto. Pausa sigaretta. Calogero Parisi, socio fondatore e giovane presidente della Cooperativa, racconta che essere antimafiosi a Corleone è stata sin dall’inizio una lotta spietata, sofferente. Non tanto un combattimento fisico, quanto uno scontro fra le due anime della Sicilia: l’umiltà e l’arroganza. “Hai presente cosa possa significare prendere in gestione una struttura che per metà è stata sequestrata dallo Stato e l’altra metà è ancora oggi di proprietà del fratello del Provenzano di turno?”. Corleone è l’esempio più eclatante di come i due opposti atteggiamenti umani siano in guerra. Ma qui, nella culla di Cosa Nostra, i vincenti sono loro: i volontari della Cooperativa Lavoro e Non Solo. Umiltà, che parola magnifica: sa di mani sporche e lavoratrici, di compagni e di campagna da coltivare, comunità, fratellanza. Dal latino ‘humus’, letteralmente terriccio, essere umili è un invito a guardare e vivere il mondo consapevoli che è dal basso, dalla polvere che nascono gli uomini. Uno stile di vita completamente opposto alla prepotenza dei mafiosi che con i loro sguardi affilati e le camicie ben pulite pensano di poter ridurre in schiavitù e sottomettere qualsiasi cosa al proprio volere. Anche la terra stessa. E invece è bello vedere come anche il grano, le piante di pomodori e i vigneti si siano ribellati alla supremazia della criminalità organizzata. La terra è risorta ed è proprio questo, spiega Calogero, che dà fastidio ai mafiosi: a Corleone sono 58 gli ettari di terra confiscati, 72 ettari nel territorio di Monreale e 19 a Canicattì. Il frumento della Cooperativa riflette la luce del sole, le spighe sono di nuovo libere di lasciarsi accarezzare dal caldo vento africano che nel tardo pomeriggio visita l’entroterra dell’isola. E’ dall’estate 2008 che centinaia di giovani del progetto LiberArci dalle Spine affiancano e sostengono i soci della Cooperativa nell’attività agricola. Dai sedici ai settant’anni, provengono da tutta Italia: c’è posto per tutti, ciascuno è utile al progetto nato nel 1998 a Canicattì grazie all’impegno sociale dell’Arci e portato avanti oggi con la collaborazione di Libera. Il messaggio è chiaro: la lotta alla criminalità organizzata si è diffusa lungo tutto lo Stivale tanto da colpirne anche lo storico epicentro siciliano. La mafia che spara, intimorisce, violenta i sogni e i progetti delle persone comuni, sconfitta da giovani studenti e lavoratori dagli abiti colorati e leggeri, i capelli arruffati e la chitarra sempre a portata di mano. La più grande associazione criminale Italiana sfrattata e buttata fuori di casa dai volontari di una cooperativa agricola che lavora la terra e vende in tutta Italia i prodotti ricavati sui terreni confiscati: non è utopia, non si tratta di fantasticherie. Questa è Corleone oggi, e questo oggi accade ogni qualvolta che strutture e campi strappati alla criminalità vengono dati in gestione alle associazioni antimafia.

Amore per la legalità e per la terra: questo è antimafia, questa è Corleone.

A Corleone i volontari che ogni giorno lavorano sui campi confiscati, alla sera rientrano alla base di via Crispi: situata lungo una delle tante stradine del paese, in prossimità della Piazza Falcone e Borsellino, Casa Caponnetto è un edificio bello e simbolico. E’ qui che alloggiano i volontari durante la loro permanenza. “Prima della confisca era l’abitazione dei Grizzaffi, i nipoti di Riina. Dal 2008 è stata assegnata alla Cooperativa Lavoro e Non Solo e oggi, ribattezzata in onore del giudice che negli anni ‘80 guidò il Pool antimafia ideato da Rocco Chinnici, è il punto di accoglienza per i volontari di tutta Italia”. Gabriele racconta che negli anni la Casa è cambiata molto: “Struttura completamente messa a nuovo, pareti dipinte di colori sgargianti, la cucina funziona come una cucina deve funzionare”. Toscano, Corleone è la sua seconda casa: alto, sguardo amichevole, Gabriele è un buono e gli voglio bene da subito. E’ questa la bellezza dell’antimafia: capita di incontrare siciliani in Romagna e toscani in Sicilia e grazie agli ideali comuni si instaurano con naturalezza e velocità amicizie che durano anni. E’ buffo sentire il suo accento toscano in un paesino in cui tutte le donne anziane che incontro portano abiti neri in segno di lutto. Con Gabriele e Calogero visito il museo della Cooperativa, sulla stessa via di Casa Caponnetto, tutto dritto e poi si gira a sinistra: si tratta del Laboratorio della Legalità realizzato in una casa confiscata alla famiglia Provenzano. Ogni angolo ospita coloratissimi quadri che raffigurano le drammatiche scene delle stragi e degli attentati che hanno colpito l’Italia: le cicatrici sono ancora aperte, e mentre nei piani alti del ‘Palazzo’ i politicanti infangano e denigrano la giustizia, a visitare questo luogo ci vengono bambini e ragazzi da ogni angolo della nazione. Sempre nella stessa struttura si vendono i prodotti ricavati dai campi confiscati e i costi sono davvero concorrenziali: salsa di pomodoro, conserve, legumi, dell’ottimo vino, pasta e taralli dai campi di lavoro. Prodotti non solo in Sicilia, ma nei terreni dell’intero Meridione che ha posto solide basi per riscattarsi. La terra è d’accordo, la società civile si sta accordando. I giovani sono entusiasti, tanto da spendere le vacanze estive svegliandosi alle 6 del mattino per lavorare la terra sotto il sole. E riempire gli scaffali di tutta Italia con i propri prodotti, tante piccole gocce di legalità.

Cominciano così le rivoluzioni, o no? Qualcosa sta cambiando e i siciliani sono i primi ad essersene resi conto.

Calogero ha un accento di cui non riesco ad individuare la provenienza: “Da dove vieni?”, “Da tutta la Sicilia e da nessun posto, questa è la mia terra e nessuna città lo è”. Accendino. Sigaretta. Un abbraccio a Gabriele, stretta di mano a Calogero. Lascio Corleone con un peso sullo stomaco e un senso di vuoto, Casa Caponnetto e i ragazzi felici seduti sui gradini assieme ai vecchietti di via Crispi. Il viaggio deve continuare, un giovane mi regala le parole della sua maglietta. E’ Caponnetto che parla:

“Ragazzi godetevi la vita, innamoratevi, siate felici ma diventate partigiani di questa nuova resistenza, la resistenza dei valori, la resistenza degli ideali. Non abbiate mai paura di pensare, di denunciare e di agire da uomini liberi e consapevoli ribadiscono e sollecitano di diventare protagonisti e partecipi nella salvaguardia della comunità in cui vivono”.

Questa è Corleone oggi, questo il Paese che i ragazzi delle associazioni antimafia stanno costruendo.

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