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Maglio 3: «Pare che la Liguria è ‘ndranghetista»

Il 27 giugno 2011 a un anno di distanza dagli arresti lombardi e calabresi, vengono raggiunte da misura cautelare 12 persone, mentre sono circa 40 gli indagati (numero ricorrente nei processi liguri). E’ l’operazione Maglio 3, che porta in carcere il fruttivendolo Lorenzo Nucera, Cecé, Angelo Condidorio, Calipso, l’impiegato Raffaelino Battista, l’artigiano Rocco Bruzzaniti; a Ventimiglia vengono catturati Fortunato e Francesco Barilaro, Benito Pepé (già condannato a 13 anni per omicidio dalla Corte d’ Assise di Catanzaro nel 1959), Michele Ciricosta; ci sono poi Antonio Romeo di La Spezia e Paolo Nucera di Lavagna.
La Liguria si risveglia di soprassalto dopo un lungo torpore, sebbene il sindaco Marta Vincenzi avesse più volte lanciato l’allarme ‘ndrangheta. Il Prefetto Musolino poi, subentrato ad Anna Maria Cancellieri, aveva denunciato chiaramente la sottovalutazione del fenomeno: nel 2011 consegnò alla Commissione parlamentare antimafia in visita a Genova una relazione durissima. Sottolineava il mimetismo delle cosche, dedite alriciclaggio nell’investimento speculativo, alle attività commerciali, all’edilizia; ancora, l’infiltrazione del movimento terra, il traffico illecito di rifiuti, l’usura, il traffico di droga, il subentro nelle imprese in crisi . Immancabile, infine, il condizionamento della politica. Il velo di ipocrisia era stato squarciato.

Nel 2012, non per caso, Genova è scelta da Libera per celebrare la giornata nazionale della memoria e dell’impegno, dedicata alle vittime di mafia.
Prima di addentrarsi in Maglio 3, urge una premessa, più volte sottolineata dal pm Lari che ha curato l’inchiesta: sono stati indagati, con ampio utilizzo di intercettazioni ambientali e telefoniche, gli uomini di primo piano della ‘ndrangheta ligure, persone che discutono di organizzazione, strategie, cariche. E’ fisiologico, secondo l’accusa, non imbattersi in singoli reati-fine: quelli sono posti in essere dalla manovalanza criminale, è difficile che una figura di spessore si rechi materialmente, poniamo, a compiere un atto incendiario o un’estorsione .
Questa è la cifra dell’indagine: i dieci imputati che hanno optato per il rito abbreviato devono rispondere del solo reato associativo, ricostruito sulla base di numerose circostanze che non configurano di per sé reato, ma sono senz’altro indicative di un certo contesto criminale. E’ indubbio, tuttavia, che in territori storicamente non mafiosi, è buona prassi ricostruire il 416 bis a partire dalla sequenza di episodi delittuosi (minacce, danneggiamenti, rapine, estorsioni, traffico di droga); quando l’associazione mafiosa è stata così dimostrata, sono arrivate le agognate condanne in sede giudiziaria .
Il “peccato originale” di Maglio 3 è dunque l’assenza di delitti-fine, frutto peraltro di un’infelice scelta della Procura distrettuale che non riunì due indagini fortemente collegate ; ma vediamo nel dettaglio, pur consci di questo limite, quali elementi fondavano la tesi accusatoria, tutt’altro che peregrina. Non si può che partire dal summit avvenuto a Lavagna, all’Hotel Ambra, di Paolo Nucera, di Condofuri (RC). Era il 16 marzo 2010: l’incontro, preceduto da telefonate del tutto non equivoche, è la classica riunione tra uomini delle cosche; meno “spettacolare” forse di quelle avvenute alla Madonna di Polsi o a Paderno Dugnano, ma senz’altro significativa. In macchina, sulla via del ritorno, un’ambientale capta la conversazione tra Mimmo Gangemi e Arcangelo Condidorio: «Una bella ‘ndranghetella te la sei fatta, dài… ’na scialata con il tuo compare» .
Poi ci sono i rapporti con la politica: si accendono i riflettori in particolare sulle Regionali del 2010, che hanno visto un sicuro inquinamento del voto. Si registrano addirittura scontri tra gli uomini dei clan, perché i paesani da sostenere sono numerosi. Delle regionali liguri si parla addirittura alla lavanderia di Giuseppe Commisso, a Siderno, il 4 marzo 2010: lì Domenico Belcastro si sfoga, riportando i contrasti avuti con Gangemi circa i candidati da sostenere (Picozzu si spendeva per Fortunella Moio, figlia di Vincenzo, ex sindaco a Ventimiglia e ritenuto un affiliato, a sua volta figlio di ergastolano; Gangemi si era invece “promesso” a Praticò).
Emblematiche sono le intercettazioni tra Mimmo il verduraio ed il consigliere comunale che anela al salto in Regione: il secondo spiega al primo, nel dettaglio, come votare per lui, cosa scrivere sulla scheda e quale simbolo barrare. Ancor più significativa, però, sarà la scoperta di 500 voti nulli, che costano a Praticò l’elezione; tutti annullati per la medesima ragione: il vecchio boss non aveva compreso le disposizioni dettategli. Praticò è a processo per corruzione elettorale, sebbene si sia sempre difeso dicendo di condividere con queste persone la mera provenienza geografica . Per il pm, tali episodi sono segnali evidenti della presenza ‘ndranghetista; per il GUP al contrario, prova della mancanza della forza d’intimidazione, perché l’elezione di Praticò non viene conseguita.
Senz’altro vicino ai boss è inoltre Alessio Saso, consigliere ragionale intercettato e fotografato con Mimmo Gangemi, cui dimostra sempre la propria disponibilità. L’accordo elettorale è evidente (infatti Saso è a processo come Praticò) così come la volontà del politico, romano di nascita, di accreditarsi presso la comunità calabrese. Emblematico il finale di una conversazione, in cui trionfalmente si suggella il patto: «I suonatori ci sono», «e facciamoli suonare!».
E’ stato documentato anche un vertice al ristorante “Le Volte”, in cui Gangemi e Marcianò, i due anziani capi dell’organizzazione, si incontrano per decidere chi sostenere. Infine, nonostante l’attivismo di papà Vincenzo, la corsa di Fortunella Moio alla Regione sarà sfortunata e terminerà con soli 289 voti validi (più 220 annullati tutti nello stesso modo, ancora una volta). La delusione è cocente dal momento che a Fortunella, in quanto Moio, «i voti spettano per eredità» .
Il caso di Rosario Monteleone, anch’egli calabrese e mai indagato (va detto) per fatti di mafia, è meno chiaro. Dalle intercettazioni si comprende che vi era stato un abboccamento, in particolare era sostenuto da Onofrio Garcea (attivo anche per Cinzia Damonte, IdV, come documentato da uno scatto al ristorante “Jerry” di Voltri). Pare che l’esponente dell’UDC, dopo aver preso i voti, non avesse debitamente compensato i suoi sostenitori. Un’intercettazione è emblematica: «A lardo adesso lo andiamo a prendere per le orecchie». Monteleone in una conversazione suggerisce: «La facciamo sta spaghettata?» – per ricucire lo strappo secondo gli inquirenti – ma gli viene risposto seccamente: «Dottor Monteleone, gli spaghetti fanno ingrassare e voi siete già tanto».
Un personaggio di spessore dell’inchiesta Maglio 3 è senz’altro Onofrio Garcea, originario di Pizzo Calabro (VV) e già noto all’autorità giudiziaria: trafficante di droga e attivo nel racket dei videopoker, ha già scontato molti anni di carcere. Una volta uscito si è reinventato agente finanziario (titolare della “Effegidirect” a Cornigliano) e possiede il bar “GO” (dalle sue iniziali), ma soprattutto è un usuraio. E’ distante dal basso profilo che accomuna molti degli indagati: Garcea gira in Maserati nel ponente genovese ed è vicino a molti politici (fa anche l’autista di Trematerra, europarlamentare UDC). Mentre è in corso il processo Maglio 3, il Tribunale di Genova lo condanna a 9 anni di reclusione per usura aggravata dal metodo mafioso, insieme a Giuseppe Abbisso (un siciliano legato ai Fiandaca sfuggito all’offensiva giudiziaria). Dopo una breve latitanza, in seguito all’ordinanza di custodia cautelare, viene arrestato mentre sta acquistando i regali di Natale ed afferma sfrontato: «Complimenti».
Tra gli indagati c’è anche Rocco Lumbaca, venditore di angurie con un banco a Piazza Terralba, ma già condannato per il sequestro Sgarella. La sua vicenda è singolare: immortalato durante la semilibertà presso il negozio di Mimmo Gangemi, riesce ad uscire dal carcere con un programma di lavoro grazie all’Ortofrutta Nucera, che è di Antonino Fiumanò, anch’egli indagato in Maglio 3 !
Ricapitolando, ci sono le riunioni, le intercettazioni icastiche, la finalità politico-elettorale evidente, persino la condanna di uno degli imputati per un reato-fine, aggravato proprio dal metodo mafioso. Lo scenario è piuttosto ricco, ma per il GUP Carpanini non c’è il reato; nelle 351 pagine di sentenza, il giudice si sforza di dimostrare una tesi ampiamente riscontrata nei processi alle mafie al Nord: l’assenza della forza di intimidazione e delle conseguenti condizioni di assoggettamento e di omertà, cui segue l’immancabile assoluzione. Dal contesto «si evince non certo l’estraneità degli imputati, o quanto meno della maggior parte di essi, alla ‘ndrangheta giacché è indiscutibile che di ‘ndrangheta in molti casi si parli»; tuttavia il giudice perviene alla «impossibilità di affermare, con il necessario grado di certezza che si impone nella fase di giudizio di merito, che questo “essere” ‘ndranghetisti si concretizzi anche nel “fare” gli ‘ndranghetisti e, prima ancora, da un punto di vista logico oltre che giuridico, che la ‘ndrangheta che oggi è in Liguria e di cui gli attuali imputati sarebbero i massimi esponenti, abbia assunto i connotati che le sono propri nella terra di origine e realizzi, quindi, un’associazione criminale riconducibile all’art. 416 bis c.p.» .
Il giudice produce ricca giurisprudenza sulla condotta partecipativa, comprese le note sentenze Carnevale e Mannino delle Sezioni Unite, facendo propria la teoria della compenetrazione organica e ribadendo lo scarto tra “essere mafioso” e “fare il mafioso”. Le adesioni formali (documentate) sarebbero sì indicative, ma in presenza della prova di una fama criminale, che secondo l’accusa andrebbe desunta automaticamente dalla ‘ndrangheta in quanto tale, mentre per il giudice va dimostrata in concreto in Liguria.
La dott.ssa Carpanini avrebbe preteso una ricostruzione puntuale dell’operatività dell’associazione in questione, giacché in Liguria la presenza della ‘ndrangheta non può ritenersi fatto notorio. Dunque, prima di affermare la partecipazione di questi soggetti al consesso criminale andava dimostrato l’alone di intimidazione diffuso, le condizioni di assoggettamento ed omertà, su cui tante volte ci siamo soffermati. Solo allora le varie conversazioni in tema di cariche, fiori, sostegno alla politica, avrebbero acquisito un preciso significato.
Il ragionamento del giudice è coerente e impeccabile, anche se forse non del tutto convincente. Si potrebbe infatti rovesciare la prospettiva: il fatto di essere parte dell’organizzazione equivale ad accettare implicitamente metodi e finalità del sodalizio. Nel processo Maglio 3 ci sono riunioni, incontri, dirottamento di preferenze; i casellari giudiziari degli indagati raccontano una lunga militanza criminale, i rapporti con la “Mamma” sono comprovati. Non può pretendersi al Nord, soprattutto in una grande città come Genova, un assoggettamento paragonabile a quello che si registra nel piccolo paese del Sud; non deve sorprendere il fatto che la comunità genovese fosse del tutto ignara di tali presenze. La giurisprudenza di legittimità, conscia delle caratteristiche dei sodalizi mafiosi radicati al Nord, mette in guardia circa «l’impossibilità di configurare l’esistenza di associazioni mafiose in regioni refrattarie, per una serie di ragioni storiche e culturali, a subire i metodi mafiosi» .
L’episodio forse più significativo dell’intera vicenda è l’intercettazione all’agrumeto di Rosarno (14 agosto 2009): il boss ligure Gangemi (condannato a 19 anni e 6 mesi in ordinario) conversa con don Micu Oppedisano (condannato a 10 anni in abbreviato): «Siamo tutti una cosa, pare che la Liguria è ‘ndranghetista… Quello che c’era qui, lo abbiamo portato lì». I due parlano diffusamente dei vari gradi (Santista, Vangelo, Quartino, Trequartino, Padrino); di giuramento, di «stella sulla spalla destra», di bacio in fronte, simboli e riti palesemente afferenti all’universo ‘ndranghetista.
Ma nulla sembra scalfire le convinzioni dell’organo giudicante; lapidaria è la conclusione del GUP:
«Essere ‘ndranghetista, soprattutto al di fuori della Calabria dove realmente la ‘ndrangheta permea ogni aspetto della vita sociale ed economica, non vuol dire necessariamente, in assenza di concrete dimostrazioni in fatto, fare l’ndranghetista, contribuendo al perseguimento delle finalità criminali del sodalizio, il che presuppone, come si è detto, la concreta verifica del reale inserimento organico, dell’operatività del singolo sodale e della sua messa a disposizione per il perseguimento dei fini e con le modalità propri dell’associazione mafiosa e, quindi, nella piena consapevolezza di detti fini e modalità che devono entrare nella sfera della sua rappresentazione volitiva».

Il giudice stigmatizza inoltre la mancata ricostruzione dei singoli locali («dove sono gli almeno 50 membri che dovrebbero costituire un locale?») e mette in dubbio la supposta presenza della camera di controllo di Ventimiglia. Dunque i dieci imputati vengono assolti perché il fatto non sussiste, ai sensi dell’art. 530 capoverso c.p.p., che si utilizza quando la prova «manca, è insufficiente o contraddittoria».
D’altronde lo stesso Gangemi nelle intercettazioni diceva di «comandare solo patate e cipolle», benché fosse di diverso avviso la magistratura calabrese…
Era il 9 novembre 2012 e la ‘ndrangheta si era salvata. L’operazione si era concentrata prevalentemente sul locale di Genova, pur coinvolgendo alcune figure di spicco di Bordighera e Ventimiglia. Nella originaria strategia della procura distrettuale il fascicolo avrebbe dovuto essere riunito ad un’altra indagine, questa volta radicata nel solo ponente, che avrebbe completato il quadro criminale. Per un difetto di coordinamento, l’operazione non si concretizzò, sicché Maglio 3 risultò solo un segmento, sfortunato, dell’offensiva giudiziaria ligure. Ma un’altra operazione stava per prendere avvio: nata sotto migliori auspici, è stata ribattezzata La Svolta.

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