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Capaci di ricordare e Capaci di lottare, tutti i giorni.

Di Mattia Maestri – 24 maggio 2013

gaetano porcasi

Opera di Gaetano Porcasi

Sembra già tutto finito. Sono passati solo due giorni dal ventunesimo anniversario della strage di Capaci ed è già svanito il dolce sapore del ricordo. Impresse nei miei occhi le navi della legalità che arrivano a Palermo avvolte nei lenzuoli bianchi raffiguranti i visi semplici e onesti di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Oggi è il 25 maggio e la ricorrenza e la commemorazione sono già acqua passata. I giornali, le tivù e i social network  hanno riempito carta, trasmissioni e bacheche con le immagini del giudice Falcone, della moglie Francesca Morvillo e degli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Ma tutto questo, purtroppo, dura sempre e solo un giorno. Ora bisognerà aspettare cinquantasette lunghi giorni per sentire nuovamente parlare i media e le Istituzioni di mafia e soprattutto di Anti-mafia, di quella via D’Amelio che sembrava Beirut e di quei corpi fatti a brandelli dal tritolo. A volte vorrei davvero che ogni giorno sia il 23 maggio o il 19 luglio, per accendere la tivù e vedere un documentario su Paolo o un film su Giovanni, oppure leggere le testimonianze dei sopravvissuti o ascoltare i familiari delle vittime. Altre volte, invece, vorrei non fossero mai esistiti giorni così cupi, che ci hanno privati per sempre di grandi uomini, che attraverso il loro impegno e il loro lavoro hanno vinto una prima fondamentale battaglia contro Cosa Nostra, il tabù delle condanne ai mafiosi.

Si sono spenti i riflettori. Gli italiani si sono fermati un attimo, hanno ricordato, hanno condiviso l’emozione, e sono ripartiti per la vita di sempre. Ma non possiamo fare sempre così. Giovanni, Paolo e tutti i morti ammazzati dalla mafia non sarebbero contenti del nostro semplice ricordare e del nostro non agire quotidianamente. L’Antimafia non è una lotta ‘a tempo’, o una lotta ‘a intermittenza’, ma deve essere una battaglia da condurre tutti i giorni in molteplici forme. Informare la gente, creare forum e dibattiti sul tema mafioso, chiedere lo scontrino fiscale ad ogni acquisto, denunciare gli illeciti sono alcune delle possibili e auspicabili azioni a favore della legalità. “Non accettate mai compromessi, ma prendete sempre delle scelte” gridava dal palco Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, alle migliaia di studenti e studentesse giunti a Palermo nel giorno del ricordo. L’Antimafia comincia dalla partecipazione, sempre.

Oggi, però, è comunque un giorno speciale. Genova ha dato il suo ultimo saluto al prete di strada don Andrea Gallo che, dopo aver passato una vita intera a difesa degli ultimi, si è spento all’età di 84 anni. Proprio lui affermava sempre che “L’indifferenza è l’ottavo vizio capitale”. La sua lotta costante a favore della Costituzione, per i nobili valori quali l’onestà e la solidarietà e il suo sostegno a qualsiasi forma di Resistenza di questi ideali fanno di lui un vero esempio di cristiano dolce e purissimo. Non solo. Oggi è anche il giorno della beatificazione di un altro grandissimo parroco, padre Pino Puglisi, ucciso dalla mafia il 15 settembre 1993 a Palermo. Padre Puglisi aveva osato dare una speranza e una possibilità ai ragazzi di strada del quartiere Brancaccio di Palermo, territorio controllato dalla famiglia mafiosa dei fratelli Graviano. Attraverso giochi e attività educative, il parroco siciliano sottrae negli anni potenziale manodopera a Cosa Nostra, insegnando ai bambini e ai ragazzi che il rispetto non si ottiene con la violenza ma con la forza delle idee e delle opinioni. Insegna loro a vivere senza ricorrere al destino segnato di molti ragazzi poveri di quegli anni, insegna loro che non si diventa uomini d’onore se si fanno cose cattive, ma si diventa Uomini con l’onestà, il rispetto e la responsabilità.

Dobbiamo ripartire proprio dove padre Puglisi è stato fermato: dai ragazzi. Solo una solida formazione scolastica e civile può fermare la deriva impetuosa che sta investendo il nostro Paese. E’ un progetto lungo e faticoso ma è l’unica speranza verso un futuro e un mondo migliore che combatta, compatto e cosciente, tutte le illegalità diffuse. Stiamo vigili e attenti, soprattutto nelle nostre piccole realtà locali. Riacquistiamo la capacità di indignarci, di gridare a tutti che “la mafia è una montagna di merda”, come Peppino Impastato non esitò a fare sotto la casa del boss Gaetano Badalamenti. Lo dobbiamo a lui, lo dobbiamo a Paolo, lo dobbiamo a Giovanni, lo dobbiamo a tutti loro.

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