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“La scelta di Lea ” e l’antimafia dove c’era la mafia.

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Giovedì 30 maggio, l’evento “Aspettando il secondo Festival dei Beni Confiscati”. Nell’appartamento confiscato di viale Jenner a Milano, la storia di Lea Garofalo raccontata da Marika Demaria, autrice del libro “La scelta di Lea”, prossimo ad uscire per Melampo.

Viale Edoardo Jenner, civico 31, Milano. Da un comune portone in legno marrone laccato si accede all’appartamento che una volta fu di Giuseppe Ferraro, ‘ndranghetista legato alla cosca rosarnese dei Pesce, e che, dopo la confisca nel 2006, il Comune di Milano ha adibito a casa di permanenza temporanea per anziani in difficoltà. Attivo dal 1° gennaio 2010, questo appartamento è stato uno dei luoghi del Festival dei Beni Confiscati che si è tenuto nel 2012 per poi ospitare, giovedì 30 maggio, un incontro aperto ai cittadini.

Tra le mura che, in tempi non sospetti, hanno custodito segreti mafiosi è stata raccontata la storia di Lea Garofalo, la testimone di giustizia calabrese originaria di Petilia Policastro che ha pagato con la vita la decisione di ribellarsi alla ‘ndrangheta. “La scelta di Lea”: è questo il titolo del libro in cui Marika Demaria, giornalista di Narcomafie e referente di Libera per la Valle d’Aosta, ricostruisce una storia di dolore, riscatto, dignità e violenza mafiosa. Il rapimento di Lea, nel novembre 2009, all’Arco della Pace a Milano, il processo di cui si è appena concluso il secondo grado di giudizio, il dramma ed il coraggio della ventunenne Denise, figlia di Lea e Carlo Cosco, atrocemente privata della madre – pare – proprio dal padre, così come atrocemente privata della sua identità in una vita che trascorre sotto protezione, tra aule di tribunale e località segrete.

Marmo ovunque

Spingi la maniglia della blindata bianca, superi l’uscio e metti piede nell’appartamento di viale Jenner: quello che vedi è marmo, marmo ovunque. Bianco, nero, verde, azzurro. Lussuoso, barocco, opulento marmo. La suggestione ti assale: catapultata tra realtà e finzione cinematografica; la villa del camorrista Walter Schiavone, figlio di Francesco ‘Sandokan’ Schiavone, e la reggia hollywoodiana di Scarface. Il caminetto pacchiano, la rubinetteria vistosa, una grande veranda coperta presumibilmente abusiva. E FMV. Ferraro Mussuni Vincenzo. È l’incisione marmorea che calpesti a meno di un metro dalla soglia, un omaggio di Giuseppe Ferraro detto ‘Mussuni’, ‘ndranghetista ex proprietario di casa, a Vincenzo Pesce detto ‘U Babbu’, suo capomafia di Rosarno. Un cerchio aperto con al centro le iniziali: il segmento che manca è geometria irregolare, destabilizzante. Impressiona.

L’aria che si respira si incolla sulla pelle come l’afa. È pesante, dà insofferenza. Ma si rinfresca se guardi i cittadini e le persone presenti: Marika Demaria, Pierfrancesco Majorino, assessore della giunta Pisapia con delega ai beni confiscati, David Gentili, presidente della Commissione Consiliare Antimafia, Barbara Sorrentini, giornalista di Radio Popolare e direttrice artistica del Festival dei Beni Confiscati, Giulio Cesani, cofondatore del presidio Lea Garofalo. Il giornalismo, la politica, la passione civile. L’antimafia, raccontata e praticata.

Niente deleghe, solo responsabilità

Giulio è iscritto al primo anno di Economia. Mentre ripercorre l’impegno suo e dei suoi coetanei compagni di presidio nel sostenere Denise e nel sensibilizzare Milano, con serietà e fantasia, rispetto alle vicende di mafia che hanno colpito le due donne, catalizza l’attenzione di tutti. I suoi occhi sorridenti, il suo volto sbarbato e i suoi ricci tenaci illuminano l’aria. Diventano il simbolo dell’alternativa possibile. Scrivono a caratteri cubitali, nelle coscienze di ciascuno, che qualcosa si può sempre fare, anche con pochi mezzi, e che è dovere di ciascuno capire cosa, in ogni circostanza, sia sempre possibile fare. Niente deleghe, solo responsabilità. Piccole o grandi che siano queste, la mafia e la cultura mafiosa si combattono così.

Alcuni rispondono grazie alla testimonianza di Giulio, poi l’applauso sgorga spontaneo. E più forte risuona, in quella casa. Se il silenzio cresce come cresce un cancro, le parole si depositano come si depositano le pietre. Costruiscono il selciato, tracciano il percorso da seguire. Le scarpe che indossi si chiamano reazione civile, le insidie che scalci si chiamano omertà, prevaricazione e complicità.

 

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