Ti trovi qui: Home » Cronaca » Il lavoro per battere la criminalità organizzata

Il lavoro per battere la criminalità organizzata

di Clemente La Porta e Fiammetta di Stefano

lavoroIl 90% delle aziende confiscate alle mafie è destinato al fallimento. Al fine di far cessare questa anomalia, pochi giorni fa è stata depositata alla Camera dei Deputati un’importante proposta di legge, di iniziativa popolare, promossa dalla campagna “Io riattivo il lavoro”, volta a tutelare i lavoratori e le lavoratrici delle aziende confiscate alla criminalità organizzata. 

Come sconfiggere la criminalità organizzata? Semplice, con il lavoro.

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro…”, così recita l’art. 1 della nostra Costituzione. Il lavoro dovrebbe rappresentare il fondamento del nostro Paese, il mezzo per tutelare il bene più importante di un popolo: la dignità. Ma soprattutto, il lavoro dovrebbe incarnare la rappresentazione massima della lotta alla criminalità organizzata. In teoria. Non si dovrebbe prescindere da questo baluardo se si volesse veramente vincere la battaglia contro le organizzazioni criminali, non solo a parole, ma nei fatti. Pertanto, ad oggi, è necessario ricostituire le condizioni per la legalità economica che possa permettere al nostro Paese di uscire dalla crisi.

In Italia le aziende confiscate in via definitiva alle organizzazioni criminali sono 1708, come rivela l’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Esse hanno sede non solo nel Meridione, ma anche al Nord, in territori dove, fino a poco tempo fa, in base alla mentalità comune e, anche, secondo le dichiarazioni di alcuni esponenti politici, la mafia non esiste.
Ebbene, la regione con il più alto numero di aziende confiscati è la Sicilia, ben 623 (pari al 36,48%), segue la Campania, con 347 aziende confiscate (pari al 20%) e, sul podio di questa triste classifica, abbiamo compare anche la Lombardia, con ben 223 aziende confiscate (pari al 13%). L’azione di confisca di questi beni riguarda molti settori produttivi del Paese, soprattutto il terziario (55%), l’edilizia (27%) e l‘agroalimentare (6%). Tuttavia, a causa di una legislazione inadeguata, più del 90% delle aziende confiscate alle mafie è tristemente destinato al fallimento. Una percentuale ancora più allarmante se si considera che circa 72.000 lavoratori e lavoratrici hanno pagato con il licenziamento, quindi con la disoccupazione, la confisca dell’azienda in cui lavoravano. Paradossalmente, l’intervento dello Stato, anziché assicurare la certezza di un posto di lavoro, garantendo la legalità sul territorio, lascia a casa i dipendenti di queste aziende, spesso del tutto inconsapevoli della mafiosità dei loro datori di lavoro.

Quale può essere la conseguenza di tutto ciò? Cosa può nascere in questi lavoratori che da un giorno all’altro si vedono senza lavoro e senza futuro, per una colpa da loro non commessa? Disaffezione nei confronti dello Stato, che non li tutela e che anzi li penalizza ed una pericolosa affezione nei confronti delle organizzazioni criminali, che con i soldi ricavati da attività del tutto illecite sembrano creare più lavoro. Un clamoroso autogoal.

Uno schiaffo alla Costituzione e una sconfitta per lo Stato.

Criticità dell’attuale legislazione.

È un fatto tristemente notorio che in Italia la Giustizia soffre di una lentezza cronica. Questa patologia è ancor più evidente se si considera che un bene impiega ben 8 anni per il passaggio da un sequestro ad una confisca. Un periodo di tempo eccessivo, inaccettabile, soprattutto in ragione del fatto che i beni in questione sono delle aziende che, col passare del tempo, perdono non solo il proprio patrimonio aziendale, ma anche la propria posizione di mercato. Tutto ciò determina, inoltre, l’interruzione del credito bancario, ossigeno necessario per la sopravvivenza di attività commerciali. Un disastro. Nondimeno, sono sorte problematiche circa il ruolo svolto dagli amministratori giudiziari, che spesso hanno agito come dei liquidatori anziché come manager abili nel saper garantire una continuità aziendale. Infine, la recente riforma Fornero, eliminando la possibilità per i lavoratori delle aziende sequestrate e confiscate di accedere agli ammortizzatori sociali previsti dalla legge 109/96, ha ulteriormente aggravato la situazione. 

“Io riattivo il lavoro”

Come una ventata di aria fresca, pochi giorni fa è stata depositata alla Camera dei Deputati un’importante proposta di legge, di iniziativa popolare, volta a tutelare i lavoratori e le lavoratrici delle aziende confiscate alla criminalità organizzata. In poco tempo, la campagna ha preso avvio e, a favore della proposta di legge, sono state raccolte già più di 100.000 firme, sbaragliando la soglia minima di 50.000 previste dalla legge. Tante associazioni, tra le quali la Cgil, Libera, Anm, Arci, Acli, LegaCoop, Centro Studi Pio La Torre, Anm e SOS Impresa, hanno promosso e sostenuto questa campagna, impegnandosi nella raccolta delle firme. L’obiettivo è quello di garantire che le aziende sequestrate e confiscate diventino dei presidi di legalità, luoghi simbolo della lotta alla criminalità organizzata. Secondo il segretario confederale Cgil, Serena Sorrentino, la proposta di legge offre i mezzi necessari affinché si possa “dare ai lavoratori una prospettiva alternativa alla rassegnazione e dire loro che lo Stato gli è vicino ed è promotore di legalità”.

Cosa prevede la proposta di legge

Cosa prevede quindi la proposta di legge presentata alla Camera? Vediamo in sintesi i punti salienti. Innanzitutto, la creazione di una banca dati nazionale delle aziende sequestrate e confiscate. In secondo luogo, garantire la ristrutturazione aziendale, attraverso l’istituzione di un apposito fondo di rotazione, presso il Ministero dello Sviluppo Economico, in modo da poter pagare gli stipendi dei lavoratori e sostenere allo stesso tempo i costi dell’emersione alla legalità delle aziende sopperendo, così, all’insufficienza del credito bancario. Questo fondo inoltre sarebbe in parte finanziato con liquidità confiscate alle organizzazioni criminali. Una vittoria insomma. Nella proposta di legge è anche previsto un sostegno al reddito dei lavoratori ed un percorso di reinserimento, tramite l’accesso universale agli ammortizzatori sociali (che, invece, sono stati cancellati per le aziende confiscate dalla riforma Fornero, a partire dal 2016.).

Inoltre, è anche previsto un’azione di contrasto al lavoro nero, attraverso agevolazioni fiscali per la regolarizzazione e incentivi per la messa in sicurezza delle imprese. Un altro punto riguarda l’istituzione, presso l’Agenzia nazionale dei beni confiscati, di un ufficio che si dedichi alle relazioni sindacali e alle attività produttive, volto a fornire tutto il supporto necessario per evitare il fallimento delle imprese, garantendone i livelli occupazionali. Si prevede anche il coinvolgimento degli attori economici e istituzionali presenti sui territori, tramite una creazione di tavoli provinciali, in collaborazione con l’Agenzia e le Prefetture. Sono proposte, infine, anche delle agevolazioni fiscali per la costituzioni di cooperative dei lavoratori disposti a rilevare l’azienda, promuovendo così un adeguato percorso di formazione e aggiornamento, con l’obiettivo di utilizzare al meglio il potenziale di sviluppo delle imprese.

Carlo Leoni, consigliere politico della Presidente della Camera, Laura Boldrini, ha garantito il sostegno all’iniziativa di “Io riattivo il lavoro”, assicurando una corsia preferenziale circa la calendarizzazione, scongiurando così il rischio che la proposta di legge rimanga “incagliata” in qualche cassetto remoto del Parlamento, trattamento spesso riservato alle proposte di iniziativa popolare.

Ora non ci resta che aspettare che a questa proposta segua una legge. Che alle parole seguano i fatti, tenendo bene in mente, come recita il messaggio della campagna di “Io riattivo il lavoro”, che le aziende confiscate alla mafia “sono un bene di tutti”.

Inserisci un commento