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Kevin: Italia-Albania, due schegge della stessa mitraglia.

di Marco Perini

albaniaQuando Kevin comincia a raccontare, il suo sguardo assume con estrema naturalezza le tinte foscamente vigili di chi, per un tempo che è difficile riscattare dai bagliori degli spari che gli accendono la memoria, ha vissuto quel tragico paradosso che è il dramma e, nel contempo, la sola tutela psicologica per un uomo cui è imposto di lottare giorno e notte per difendere l’incolumità della propria esistenza: l’inconsapevole certezza di poter morire da un momento all’altro.
Ed è nella fatale persistenza di questo presentimento che il giovane guerrigliero, appena ventenne, impara a considerare il rispetto della parola data come unico strumento grazie a cui misurare il valore di un’altra persona.
“Prova a immaginarti” mi dice, davanti ad una pinta di birra pressoché intatta, “super stressati com’eravamo in quel contesto, perennemente sotto pressione, non c’era spazio per le parole futili o le decisioni secondarie”.
Tutto, insomma, è di vitale importanza. La precarietà del tempo respirato dai soldati li condanna ad uno stato di urgenza permanente, in cui i pensieri corrispondono alle parole, e le parole ai fatti: questione di vita o di morte, il domani non esiste.
“Quando guidi una jeep tutta scassata come quella che guidavo io e le forze nemiche ti scaricano addosso una trentina di caricatori automatici ammazzando tutti i passeggeri che trasporti, quando un istante vedi un albero rigoglioso, e quello successivo la sua chioma si sbriciola nelle traiettorie disegnate dai proiettili dei kalashnikov, quando vedi morirti tra le braccia il tuo migliore amico, con il quale, nel bene o nel male, hai condiviso tutto, è come se stessi frequentando l’università, un corso accelerato di sopravvivenza all’università della vita. Devi essere lucido. Capisci soprattutto che se hai paura, se tentenni di fronte al pericolo, sei morto. Ti abitui ad attribuire alla vita un valore diverso (diverso, precario come il tempo respirato!), e solo chi ha rispetto dei suoi insegnamenti mantiene sempre la parola data”.
Diventa naturale, allora, che un ragazzo albanese, nato e cresciuto in un paese che identifica soltanto con il campo di battaglia, di cui non conosce ne ricorda praticamente nulla all’infuori delle raffiche dei mitra, dei mezzi arrugginiti crivellati dai proiettili anticarro, o dei resti dei compagni regalati al vento da una mina antiuomo, sviluppi, e cerchi di rafforzare, quegli aspetti del carattere selezionati nel rispetto di una serie di regole da lui stesso imposte e direttamente funzionali alla sua sopravvivenza, in un territorio dove la morte e la sofferenza si mescolano quotidianamente all’odore della polvere da sparo.
“Se ti rifiuti di sparare contro un plotone di uomini armati che avanza nella tua direzione facendosi scudo dietro un gruppo di donne e bambini indifesi, stai trasgredendo un ordine. E prima di trasgredirlo devi rifletterci bene, devi assumerti la responsabilità di ciò che stai per scegliere, e devi essere pronto a pagarne le conseguenze. Quando l’anarchia regna sovrana, impari a scindere da solo il giusto dallo sbagliato applicando la legge che ti sei stabilito. In mancanza di regole, diventi giudice di te stesso! E ti posso garantire che ancora oggi, quando ritengo di aver commesso un errore, la punizione peggiore me la infliggo da solo!”.

In Albania l’ordine verrà parzialmente ristabilito in seguito all’invio dei 7000 soldati italiani facenti parte dell’ Operation Sunrise. Kevin sopravvive alla guerra civile, e carico dei frutti delle sue tragiche esperienze riempie la valigia con altre decine di migliaia di connazionali e parte alla volta del nostro paese con l’intento di rifarsi una vita, seguendo la scia di un’orda migratoria che dalla metà degli anni novanta travolge un’ Italia letteralmente impreparata ad affrontare un simile fenomeno.
“In quegli anni ho fatto lavori di ogni tipo,” mi dice “sempre in nero, perché non avevo il permesso di soggiorno, ma i soldi non bastavano mai a sfamare tutti. Venivo da una famiglia molto povera e in qualche modo dovevo provvedere ai bisogni dei miei cari, o almeno di ciò che ne restava: due dei miei tre fratelli maggiori sono morti in guerra, il terzo se n’era andato di “casa” poco prima di me, ma mia madre e la mia sorellina, alla quale, in assenza di mio padre, mi sentivo in dovere di pagare gli studi, magari in una prestigiosa università italiana, erano rimaste entrambe in Albania.”
Sono queste le premesse che, a fronte di un’evidente insufficienza economica, introducono la sua regolare attività nell’ambito di un organizzazione criminale albanese finalizzata al traffico illecito di cocaina sul territorio dell’hinterland milanese.

“Maneggiavo un sacco di soldi, sempre in contanti, e sullo scambio tra merce e roba guadagnavo una percentuale che mi consentiva di assolvere ai miei compiti e di vivere una vita accettabile. Credimi, se avessi voluto, avrei potuto scappare con abbastanza denaro da costruirmi un castello di diamanti in qualunque parte del mondo”. Gli chiedo allora perché non l’ha fatto. Per paura?
“Paura? Chi decide di scappare di solito sa anche dove andare a nascondersi! Non l’ho fatto perché tra uomini d’onore esistono delle regole, e anche se nessuno ne parla, tutti le rispettano! ( …impari da solo a scindere il giusto dallo sbagliato applicando la legge che ti sei imposto. In assenza di regole diventi il giudice di te stesso).
“La cosa che più mi sconcertava era la faciloneria di certi acquirenti italiani. La gente con cui dovevo trattare molto spesso prendeva sotto gamba la storia della puntualità, per esempio. Da noi non funziona così, ad un appuntamento ci arrivi puntuale anche se ti ammazzano il figlio. Per me era inconcepibile, e mi è costato fatica abituarmici, come mi è costato fatica abbandonare la mia educazione alla violenza. Un tempo non avrei mai accettato che qualcuno mi parlasse come stai facendo tu adesso, alla prima mancanza di rispetto ti facevo male”.
Sono gli anni in cui nel nord Italia, l’odio tra i clan albanesi e le famiglie appartenenti alla malavita calabrese si va progressivamente consolidando in una violenta lotta per il controllo del mercato della coca, culminata in una serie di scontri armati in cui è il numero di morti a decretare il dominio di una specifica porzione del territorio. Mi viene spontaneo allora domandargli cosa ne pensa dell’omicidio compiuto l’anno scorso ad Abbiategrasso da due giovanissimi ragazzi italiani ai danni di una coppia di suoi connazionali, i quali, mentre tornavano casa in bicicletta, venivano barbaramente travolti da una raffica di colpi di fucile sparati a bordo di un motorino e freddati con due colpi di pistola alla testa in una delle vie più conosciute della città.
“Sono stati due pazzi, queste cose non si fanno per un motivo futile come il loro (una mancanza di rispetto sommata ad un profondo sentimento xenofobo maturato nel tempo). Oltretutto hanno sparato a due persone disarmate, e una delle due non c’entrava niente. Io sono fuori dal giro: mi hanno arrestato, ho pagato i miei errori e oggi sono un uomo libero. Ma se allora l’avessero fatto a me, una ventina di persone si sarebbero sentite in dovere di vendicarmi, è la regola. L’omicidio è l’ultima risorsa, non si spara ad una persona con tanta leggerezza”.

La domanda che chiude l’intervista riguarda nello specifico il suo presente: gli chiedo se alla luce di ciò che mi ha confidato, si senta ancora di condividere la mentalità dell’uomo d’onore.
“Come ti ho già detto, in passato ho sbagliato e ho pagato il mio debito con la giustizia, ma nella vita non rimpiango niente. Mia madre si è potuta curare a dovere, mia sorella si è laureata in una delle migliori università d’Italia, e personalmente se mi dovessi trovare in una situazione del genere la mia coscienza mi impedirebbe di restarmene con le mani in mano. A volte la vendetta è inevitabile”.
Prima di alzarmi mi azzardo a domandargli se conosce il giudice Falcone. Kevin mi risponde che ne ha sentito parlare qui in Italia, ma non sa bene chi sia.
Scopo unico della mia intervista, era quello di mettere in evidenza le analogie presenti nelle mentalità di due diverse tipologie di organizzazioni criminali che differiscono per cultura, regole interne e retroterra da cui sono nate, ma il cui comune senso dell’onore e della giustizia, ha origine e si distorce nello stesso disperato bisogno di regole.

Questo invece è un estratto del libro Cose di nostra, scritto dal giudice Giovanni Falcone in collaborazione con la giornalista francese Marcelle Padovani:

io credo nello Stato, e ritengo che sia proprio la mancanza di senso dello Stato, di Stato come valore interiorizzato, a generare quelle distorsioni presenti nell’animo siciliano: il dualismo tra società e Stato; il ripiegamento sulla famiglia, sul gruppo, sul clan; la ricerca di un alibi che permetta di vivere in perfetta anomia, senza alcun riferimento a regole di vita collettiva. Che cosa se non il miscuglio di anomia e di violenza primitiva è all’origine della mafia? Quella mafia che, essenzialmente, a pensarci bene, non è altro che espressione di un bisogno di ordine e quindi di Stato”.

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