Ti trovi qui: Home » Interviste » Intervista a Fabrizio Gatti

Intervista a Fabrizio Gatti

Fabrizio Gatti

Intervista a Fabrizio Gatti, inviato dell’ Espresso e autore de Gli Anni della Peste, romanzo- verità edito da Rizzoli che il giornalista racconterà nello spettacolo di venerdì sera all’Ortomercato di via Lombroso, in occasione del 2° Festival dei Beni Confiscati alle mafie.

Che cosa sono, o meglio, cos’è nello specifico, Gli Anni della Peste?

Sono vent’anni vissuti da tutti noi italiani a partire dalle stragi del ’92-’93 fino ad oggi. Sono stati vent’anni di compromessi e ricatti dei poteri criminali sulla politica. Questi sono gli anni della peste che io racconto nel libro.

Il libro è stato definito un romanzo- verità appunto perchè racconta una storia che segue cronologicamente gli eventi realmente accaduti negli ultimi anni ’80 e nei primi anni ’90. Quanto gli avvenimenti di quel periodo sono ancora di stretta attualità?

In realtà la storia segue gli avvenimenti fino ai nostri giorni. La scelta del taglio narrativo è per dare anche una dimensione umana a chi ha vissuto quegli anni, cioè noi. I protagonisti sono, da un lato un personaggio della ‘ndrangheta che decide di intraprendere il difficile percorso della collaborazione perchè si fida delle garanzie date dallo Stato, poi il tradimento nei suoi confronti, cioè la revoca del piano di collaborazione con un pretesto, e sullo sfondo ci siamo tutti noi che siamo stati chi testimone impotente, chi complice e chi vittima di questa situazione. Poi si arriva fino ai nostri giorni, con personaggi che stavano non dentro ma accanto alla mafia che oggi vediamo come altissime figure istituzionali.

Un passo del libro dice: “Un conto preciso dei morti in Italia non esiste. E’ possibile leggere quasi tutti i nomi degli oltre centomila soldati caduti durante la Prima guerra mondiale. Nomi e cognomi indelebilmente scolpiti nelle lapidi del sacrario militare di Redipuglia. O a Nervesa della Battaglia lungo il Piave. Ma non esiste un luogo pubblico che raccolga l’elenco delle vittime della mafia siciliana”. Secondo lei questa guerra avrà mai fine, o il numero delle vittime resterà sempre incalcolato?

Innanzitutto, in merito ai luoghi, sembra una costante del nostro tempo, cancellare la memoria del presente. Non abbiamo un luogo riconosciuto dove piangere tutti insieme le vittime della mafia, non abbiamo un luogo dove commemorare le vittime dell’immigrazione e degli sbarchi per riprendere le stragi di questi giorni. Questa rimozione del presente è anche funzionale a eliminare la questione. Il pericolo, anche se da qualche anno a questa parte c’è una presunta tranquillità per quanto riguarda gli attacchi diretti della mafia allo Stato, è sempre presente perchè noi, o perlomeno chi ci ha rappresentato, sia a destra che a sinistra, ha scelto la tranquillità rispetto ad un impegno che era quello di ridurre il fenomeno mafioso a un episodio di presenza criminale che può essere fisiologica in una società complessa come la nostra. Questa va configurata come una resa. Quando noi, tra gli anni ’92-’93, siamo stati molto vicini a sconfiggere la mafia, quest’ultima ha potuto in realtà rialzare la testa avendo in qualche modo una relativa tranquillità. Questo, e nel libro viene raccontato, è testimoniato dalla revoca del piano di protezione ad alcuni collaboratori di giustizia e dalla chiusura di uffici di indagine della Polizia o della Guardia di Finanza.

Un altro passo del libro recita: “Forse la peste non siamo noi collaboratori, la malattia non siamo noi, Luca. Non sono io, che ho deciso di rivolgermi alla legge. La peste è quello che abbiamo vissuto, quello che abbiamo fatto vivere agli altri. E non ce ne siamo resi conto. Credevamo che il mondo fosse così. Accecati dai nostri interessi, non conoscevamo alternativa”. E’ ancora possibile, secondo lei, far cambiare cultura e mentalità ai mafiosi, facendogli capire che l’alternativa che loro non vedono dovrebbe essere in realtà l’unica possibile?

Si, e la storia di Rocco lo dimostra .E’ chiaro che poi gli impegni vanno mantenuti, e per impegni intendo la protezione da parte dello Stato. In realtà dal ’97 in poi c’è stata una smobilitazione per far risaltare i comportamenti deleteri di alcuni collaboratori, come rappresentativi di tutta una categoria di persone. Questa base è stata condivisa dalla politica e dai mezzi di informazione. Questa campagna ha reso quindi molto più difficili le collaborazioni e le testimonianze ai processi. Effettivamente con le strutture e le misure di indagine attuali diventa molto difficile portare avanti qualsiasi attività di contrasto alle associazioni mafiose, non identificate solo con il reato del 416 bis, ma anche con tutta quella serie di reati derivati, non sempre configurati come mafia, come corruzione, estorsione, le intimidazioni e quell’area grigia, che è il nostro dramma, che unisce economia, politica e poteri militari criminali.

Nella recensione che l’Espresso ha dedicato al suo libro, Nicolai Lilin scrive: “Lo snodo sono le stragi, quelle che hanno smembrato con l’esplosivo la storia del nostro Paese, innestandovi con il terrore l’accettazione di un compromesso inconfessabile che ha lentamente contagiato ogni settore, ogni classe sociale ed ogni regione. A vent’anni da quegli avvenimenti ci sono racconti, ricostruzioni e testimoianze di collaboratori di giustizia che stabiliscono che una trattativa tra lo Stato e la mafia c’è stata. Perchè ci sono ancora persone, anche non facenti parte delle istituzioni, per esempio giornalisti o opinionisti, che negano in qualche modo questa tesi, definendo la taìrattativa “cosiddetta” o “presunta”?

La domanda in realtà andrebbe fatta a loro. Per quanto riguarda i politici, evidentemente, il loro bacino elettorale prende voti da alcuni ambienti e non possono smentire quegli ambienti. Per i giornalisti, il loro bacino professionale riceve potere, promozioni e denaro da quegli ambienti e neanche loro possono quindi smentirli.

Una curiosità sul ruolo dei giornalisti che si occupano di questi temi: riprendendo un passo del libro, durante un dialogo tra il giornalista ed il poliziotto, quest’ultimo dice: “Proprio così, non c’è nessuna condanna. Ma tu continui a scrivere, Guarda che loro sono commercianti affermati, gente onesta che lavora. Non sono delinquenti. Cosa vuoi, li vuoi far chiudere?”. E’ ancora oggi diffusa l’opinione che i giornalisti scrivano quasi per rovinare carriere o attività a certi personaggi e che le cose vadano scritte solo in presenza di condanne definitive, mentre non si debba nemmeno informare i cittadini di comportamenti, magari non penalmente rilevanti, ma moralmente inaccettabili da parte di persone che ricoprono cariche importanti. E’ ancora possibile cambiare questa mentalità? Mi sembra inoltre che i cronisti che si occupano di queste tematiche siano poco tutelati, sarà possibile in futuro premiare il loro coraggio invece di sopprimerlo?

Innanzitutto la persona che dice quella frase non è un poliziotto, ma è una persona che veste la divisa della polizia, ma in quel caso aveva usato parole intimidatorie nei confronti del giornalista, che poi sarei io, per cercare di fermare un’inchiesta che stavo facendo. Lo scopo di un giornalista onesto non è quello di far chiudere aziende o mettere nei guai le persone, nè farle arrestare, ma semplicemente è quello di raccontare. Poi ognuno ha una sua figura istituzionale nella società e deve esercitare il suo ruolo. Uno degli aspetti che non è mai stato tenuto in considerazione è ciò che rappresentano le conseguenze sociali delle operazioni antimafia sulle famiglie, le quali sono spesso private di introiti e qundi obbligate a rivolgersi alle stesse organizzazioni per sopravvivere o per vivere. Questo, dal mio punto di vista, è uno dei temi che una seria attività antimafia dovrebbe affrontare, cioè non solo la lotta dal punto di vista giudiziario, ma anche un supporto sociale alle famiglie che, con l’arresto dei loro capifamiglia, si trovano in difficoltà. Il punto di vista che i giornalisti rovinano le persone è ovviamente un punto di vista interessato, cioè viene sostenuto da chi non vuole che le indagini vengano fatte. Sull’aspetto dei colleghi che tra l’altro vivono sotto scorta e sono stati minacciati, e qualcuno ha addirittura pagato con la vita, noi non dovremmo consderarci un Paese normale finchè ci sarà anche un solo cittadino, che sia giornalista, magistrato, testimone, costretto a vivere con la scorta.

Lei prima ha accennato ad un supporto sociale e psicologico, a questo riguardo volevo prendere altri passi del libro che recitano: “Guarda, non lo so. Mi chiama perchè l’hanno lasciato completamente solo. Ha bisogno di un sostegno psicologico, oltre che di amici, di una famiglia. E lui non ne ha. Rischiamo di far fallire la legge sui pentiti perchè lo Stato non prevede un supporto psivologico a quanti stanno cambiando vita”. E ancora: “Potrebbe inventare una norma che, in cambio di qualche beneficio, obblighi i familiari a frequentare corsi di formazione e di avviamento al lavoro organizzandoli, che so, in cooperative o altre iniziative del genere. La mafia è un sistema di mutuo soccorso antico che, dal loro punto di vista, funziona perfettamente. Se non riempi, se non governi il vuoto che gli arresti creano, il vuoto sarà sostituito da altre forme di mafia, da altri clan. Perchè il Fortino secondo te ha funzionato?”.Qui si fa riferimento alla mancanza di supporto psicologico nel programma di protezione per i collaboratori. In quali aspetti potrebbe essere migliorato il programma? Si potrebbe ipotizzare, secondo lei, una maggiore colaborazione interdisciplinare tra Giurisprudenza e Psicologia? Quanto una maggiore attenzione alle condizioni psicologiche potrebbe rendere il programma di protezione più utile a combattere la mafia?

L’aspetto psicolgico è solo uno degli aspetti e lì era riferito a Rocco, lasciato completamente solo, così com’è successo a molti altri collaboratori. L’attività giudiziaria dovrebbe andare di pari passo con un’attività sociale sul territorio, altrimenti si va incontro al fallimento. Da un lato ora, con la riduzione dei costi pubblici a causa della corruzione che sta sottraendo tantissime risorse al nostro Paese, diventa difficile attuare una politica di questo tipo. E’ anche vero che una politica del genere non è mai stata avviata tranne che in piccole eccezioni e spesso con l’intervento di parrocchie e associazioni di volonariato. Non è mai stata attuata perchè i Comuni attingono voti da quell’ambiente, quindi non aiuteranno mai chi quell’ambiente lo vuole combattere. In generale, tutto ciò che è stato fatto dal ’92-’93 è stato un grandissimo errore. Bisogna ripartire, e io ripartirei da un’intervista straordinaria rilasciata nel Febbraio del 1998 da Gherardo Colombo, famoso magistrato del pool di Mani Pulite, in cui si parla della politica del ricatto, nata con la bicamerale, nella quale destra e sinistra si sono ritrovate a discutere di come normalizzare il Paese. Per l’attualità dei suoi contenuti, quest’intervista potrebbe esserer stata pubblicata oggi stesso.