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La Gran Torino dell’antimafia

Secondo raduno della Rete Informale dei giovani di LiberaDue giorni di novembre, il 23 e il 24. Due città, Milano e Torino. È storia di antimafia che si dà da fare. Nella prima si ricorda instancabilmente Lea Garofalo, la testimone di verità e giustizia uccisa dalla ‘ndrangheta esattamente 4 anni fa; nella seconda si ragiona insieme su come impedire che fatti come quello appena citato accadano di nuovo.

Zaino in spalla

All’indomani della sentenza del processo Minotauro, a Torino si riunisce il Secondo raduno della Rete Informale dei giovani di Libera. Invitati i presidi territoriali e universitari di diverse città, il nascituro presidio Unilibera Milano costituito dai ragazzi di Ondantimafiosa-Nave della Legalità e gruppi come Stampo Antimafioso che con Unilibera Torino, i padroni di casa, hanno collaborato in passato. Quale sia il senso della due giorni è presto spiegato da Elisa Saraco, referente del presidio  Unilibera Torino “Roberto Antiochia”, e confermato da Paolo Costa, uno degli ideatori di questa Rete Informale: “Ci siamo accorti che non ci bastava vederci cinque giorni una volta all’anno e così nel dicembre 2012 abbiamo cominciato a immaginare dei momenti di incontro tra un raduno estivo e l’altro”. Vogliono vedersi di più per amicizia, per spirito di condivisione sia di affetti sia di intenti. Perché credono fortemente in due principi basilari. Il primo: strutturarsi sempre di più e sempre meglio. Tu, io, lei, lui: dobbiamo stare insieme; non divisi, non lontani, ma uno affianco all’altro. E il secondo: ciascuno dia quel che può, l’importante però è discuterne, farne argomento di confronto da mettere nero su bianco.

Il ritrovo è nel pomeriggio al circolo Arci No.à.-Non Violenza Attiva. Un grande salone, le sedie già disposte per il dibattito prossimo a cominciare. Nell’aria l’odore della cena che si sarebbe consumata tutti insieme la sera stessa. In fondo il bancone del bar; un bancone comune con lo zucchero e gli sgabelli, impreziosito però dal celeberrimo Quarto Stato di Pellizza da Volpedo incastonato tra le piastrelle come un gioiello. L’associazione che gestisce lo spazio nasce nel 2008, qualche tempo dopo l’adesione ad Arci e l’ingresso nei locali di corso Regina Margherita 154.  Hanno costruito tutto loro, raccontano; quando sono entrati non c’era niente, nemmeno il pavimento, soltanto calcinacci a volontà. Si rimboccano le maniche, uniscono le forze morali e materiali (e non per dire: è tutto autofinanziato con soldi propri, di amici e parenti) e da quella che era una officina ricavano un luogo di ricreazione, socialità e cultura ispirato ai principi della non violenza e della pace.Sono quattro ragazzi che non hanno chiesto niente a nessuno ma che, secondo uno strano meccanismo di scambio, hanno restituito tutto: anche, pensate, un affresco d’epoca di almeno 5 metri per 3 sulla FIAT che prima del loro arrivo era stato coperto di bianco. L’hanno riportato alla luce armati di scalpello (e casualità?).

A pochi passi dal disagio

Corso Regina Margherita dista qualche centinaio di metri da Piazza della Repubblica, la piazza del mercato del sabato a Torino. Quanti berretti, quanti visi arrossati sfidano il freddo pungente che tira dalle Alpi mentre passeggiano tra le bancarelle. Intorno alla piazza, appoggiati su auto, alcune nuove altre usate (molto usate), o stazionando alle pensiline degli autobus si vedono i visi più arrossati. Sono violacei come il vino, case di certi occhi stanchi  e consumati come stanca e consuma il degrado, la marginalità, la sofferenza. Incroci i volti e leggi mille differenti storie, da quelle che manifestano i traffici di cui sono artefici a quelle che di quegli stessi traffici sono vittime. Quando poi ti siedi nel salone del No.à. a parlare di impegno e legalità, queste parole assumono una concretezza umana inattesa e si riempiono di sostanza. E si riempiono di senso.

Formazione

La due giorni è stata pensata come un lungo appuntamento di formazione. Gli organizzatori  hanno invitato per la giornata di sabato Vittorio Agnoletto in qualità di membro e fondatore di svariati movimenti; a lui  perciò il compito di riflettere sul concetto di rete. Lo fa con tre esempi tratti dalla sua esperienza, individuando per ogni realtà limiti e punti di forza: la LILA, il GENOA SOCIAL FORUM, FLARE. Tre network con mission differenti ma accomunate dall’essere, appunto, network di attori collettivi. Esattamente come la Rete Informale dei giovani di Libera che, attualmente, conta al suo interno otto tra presidi territoriali e universitari; da qui, evidentemente, il senso della testimonianza di Agnoletto che almeno per due ore riesce ad accattivarsi l’attenzione delle cinquanta e più persone presenti. I ragazzi prendono appunti, fanno domande, trattengono selettivamente le informazioni da rendere operative nel loro quotidiano. Tutti infatti sono lì per imparare e tradurre l’insegnamento in azione. Strutturarsi sempre meglio e sempre di più, si scriveva.

Si procede la domenica 24, dopo una serata di musica al No.à. Del resto, come nel noto aforisma di Charlie Chaplin che fa da screensaver al televisore appoggiato su un tavolino dell’Arci, un giorno senza sorriso è un giorno perso.  Il ritrovo è mattutino e dopo la colazione Elisa invita tutti a riunirsi per ascoltare Cosimo Marasciulo, membro della segreteria nazionale di Libera, di cui è responsabile comunicazione. Come si comunica? Quali i contenuti? Creare un sito web della rete informale come strumento di rafforzamento dell’identità di Libera e di connessione delle realtà che la compongono: questo è uno degli obiettivi che il gruppo si dà. Chi scrive ascolta e osserva. E cosa nota? Nota l’importanza della formazione interna a un gruppo come momento di coesione e progettazione comune; nota la volontà di chi è lì perché sceglie di essere lì; nota la curiosità da cui muovono certe osservazioni ; nota infine la creatività di chi ancora non sa ma vuole sapere e imparare. E mettersi in gioco secondo quei due principi: unità e responsabilità individuale.Secondo raduno della Rete Informale dei giovani di Libera

Via Veglia 59, Bar Italia Libera.

Nessuna location poteva essere migliore. E non è infatti un caso che sia stata scelta come ritrovo per il secondo giorno del raduno. Dove un tempo, per anni, ogni sabato sera, si trovavano i boss della ‘ndrangheta piemontese, dove questi incontravano i politici locali, ora campeggiano fieri i colori di Libera e i baristi servono il (buon) caffè ai clienti con la maglietta di Libera indosso. All’interno del locale assegnato alla Cooperativa Nanà sono appese al muro, incorniciate, le foto dell’inaugurazione; il logo dell’associazione presieduta da Ciotti è ovunque sia possibile posizionarlo: se ne contano a decine, come a riaffermare ancora e ancora il cambio di marcia, la restituzione del bene alla collettività, lo sgarro inferto al mafioso. È l’antimafia che vince senza aver seminato morti, il bar Italia Libera; sequestrato l’8 giugno 2011 al defunto boss Giuseppe Catalano, in seguito all’operazione Minotauro, e riaperto il 3 maggio di quest’anno con l’insegna gialla, arancio e fucsia, come ricorda Maria Josè Fava (referente regionale di Libera Piemonte), presente per i saluti finali alla due giorni della Rete. “Da qui non esce nessuno senza scontrino. Qui nessuno lavora in nero”, afferma con forza Maria Josè, spiegando inoltre che, nonostante il luogo non sia dei migliori per via della lontananza dal centro città, c’è tutta la voglia, l’impegno e il desiderio di continuare sulla strada tracciata, in nome della legalità.

Tutti i processi  di trasformazione sono lunghi ma alcuni sono inarrestabili. Sono compositi, eterogenei ma cercano di tendere alla coerenza. Quel che conta è che ogni tassello giochi la sua parte rispettando una condizione: che si organizzi sapendo miscelare al meglio strategia, razionalità, istinto e passione. Il Secondo Raduno della Rete Informale dei giovani di Libera ha raccolto la sfida di rappresentare tutto questo: una promessa di cambiamento, con metodo ed emozione.

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