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Armando Spataro. Lezione di storia ai ventenni.

di Nando dalla Chiesa

armando spataroCerte cose, se le vedi, devi raccontarle. Armando Spataro, magistrato di punta della Procura milanese, non è certo un milite ignoto della nostra democrazia (ossia non è il tipico esemplare di queste “Storie italiane”). Ma la questione cambia quando lo vedi tenere un incontro con un gruppo di studenti universitari fuori dai riflettori o dalla frenesia delle foto digitali. Quando lo vedi affrontare una piccola platea di giovani senza che nessuno lo sappia, perché -vivaddio- non tutto si fa perché gli altri lo sappiano. Università itinerante. Questo è il progetto in cui il giudice accetta di entrare come chansonnier della propria storia. Perché i ventenni sappiano attraverso la sua vita qualcosa in più della storia d’Italia. Capiscano attraverso la sua lotta al terrorismo rosso, quindi ai clan mafiosi e infine al terrorismo internazionale a che diavolo di intrecci si riferisca quell’idea di “legalità difficile” che dà il titolo al corso anomalo che, fuori dalle aule, si invola per i luoghi più diversi, da Milano a Torino alla Sicilia.
Lui sente l’orgoglio di potere raccontare loro una vita di cui non deve nascondere nulla. L’arrivo a Milano da Taranto nel 1976, giovanotto ancora infatuato della pallanuoto. Pochi mesi a Palazzo di Giustizia, il tempo di annusare il clima, e poi la richiesta del procuratore capo: se la sente di fare il pm nel processo alle Brigate rosse? Non esistono eroi, sottolinea il giudice ai giovani. Ci sono volte in cui senza volerlo si finisce a occuparsi di certi processi, come se il destino e non la tua volontà ti avessero risucchiato dentro un compito che segnerà la tua vita.  Ricorda il primo processo, le parole allusivamente minacciose del difensore di Renato Curcio, quella sorta di protezione professionale che viene a dargli in udienza un giudice di poco più anziano, si chiamava Emilio Alessandrini.
Ne parla di quel giudice mite, coraggioso e senza scorta, davanti a ragazzi che a stento l’hanno sentito nominare. Racconta di quando lo uccisero e lui si trovò davanti all’auto dell’amico rannicchiato nel sangue, senza sapere che fare. La voce gli si rompe, perché non basta un terzo di secolo a congelare le emozioni. Non riesce ad andare avanti, si forma un silenzio rispettoso e incredulo. In quel momento, in quel preciso momento, Alice e Giorgia, Samuele e Mattia, capiscono meglio che cos’è la legalità difficile. Non solo storia di complicità mafiose, ma anche storia di complicità a sinistra con i “compagni che sbagliano”. Intreccio maledetto di pavidità, di rischi, di sofferenze, di solidarietà umane; di cretini anche, come Marco, il figlio di Alessandrini, ritiene fossero gli assassini del padre.
Vedere un ultrasessantenne costretto a bloccare la voce sulla frontiera del ricordo. Vederlo avvicinarsi al racconto di Guido Galli e del suo assassinio accelerando le parole e soppesando le pause, per paura di farsi riagguantare dall’emozione una seconda volta, perché non sta bene che un giudice tanto famoso torni all’anticamera del pianto una seconda volta in mezz’ora: che penseranno mai gli studenti di un giudice che deve reggere responsabilità tanto grandi e che ha le fragilità emotive di un adolescente? Questo sembra essere il suo timore, specie quando viene a sapere che in prima fila tra gli studenti c’è un giovane sottufficiale della Finanza.
Parla del caso di Abu Omar, delle indagini fatte contestando il principio che l’Italia debba essere il giardino di casa degli Stati Uniti. Spiega come lui e altri magistrati degli anni settanta fossero considerati “toghe nere” perché non abbastanza sensibili alle garanzie dei terroristi rossi e si siano poi ritrovati a essere “toghe rosse” perché troppo sensibili alle garanzie dei terroristi internazionali. Ricorda il Berlusconi del 2005 che spiega che non si può mica combattere il terrorismo con il codice in mano e riconsegna ai giovani l’immagine di Guido Galli, anche lui senza scorta, ucciso dentro l’università, steso nel sangue e con il codice a qualche centimetro dalla mano.
Il codice in mano. Questo è il messaggio che lascia ai giovani. Parla di altri suoi maestri, racconta sapidi episodi delle sue inchieste sulla criminalità organizzata a Milano, ‘ndrangheta, Cosa nostra o Sacra corona unita. Sbugiarda l’idea dilagante che strutturalmente la ‘ndrangheta non possa avere pentiti, lui ne ebbe a decine solo in Lombardia. Parla dei segreti di Stato con cui il potere ha cercato di fermarne le indagini. La legalità difficile si leva dalla sua autobiografia con mole e contorni inquietanti.
Quante cose si possono imparare dal racconto di una vita. Emozioni, fatti incoercibili,  affreschi di storia (impagabile il racconto della Commissione stragi e delle sue fantasie sul caso Moro). La differenza tra verità giudiziaria, verità politica e verità storica. E i dietrologi, quelli che vogliono che i fatti non turbino una “bella narrazione”. Alla fine i giovani lo circondano. Hanno incontrato un pezzo di storia mai trovato né sui libri né in tivù. Armando Spataro se ne va dopo un bicchiere di vino. Senza scorta. Può sembrare strano. Ma nell’università ormai senza più fondi, i giovani fanno ricerca anche così. Senza promesse di crediti e di premi. Ma solo per difendere meglio, a vent’anni, il proprio paese dall’incubo eterno della legalità difficile.

(fonte: nandodallachiesa.it)

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