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La mafia uccide solo d’estate

la mafia uccide solo d'estate«La vedete quella ragazza?» Non poteva che iniziare così il film di Pif. Frase di rito, telecamera in mano e inquadratura che va a stringersi su una ragazza, Flora.

È infatti questo il biglietto da visita di “ La mafia uccide solo d’estate ”, la pellicola uscita nelle sale il 28 novembre e diretta da Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif. Lo stesso biglietto da visita con cui iniziano le storie che il neo regista racconta nel suo programma “Il Testimone”, in onda dal 2007 su Mtv.

Ma, come in tutte le sue puntate, un inizio così leggero è solo il primo passo per cominciare una storia ben più complessa. Pif nasce infatti a Palermo il 4 giugno del 1972 e appartiene a quella generazione che il 1992 se lo ricorda bene. È la generazione che ha vissuto la guerra di mafia, quando ancora la mafia secondo molti non esisteva, o meglio, non esisteva in Sicilia. È la generazione che ha sentito con le proprie orecchie lo scoppio di via D’Amelio, che ha visto arrivare in città Carlo Alberto Dalla Chiesa, che ha annusato l’odore del sangue proveniente da tutti i lenzuoli bianchi stesi in quegli anni fra le strade di Palermo.

E nel film c’è tutto questo. Dopo la prima scena si passa ad uno stile di ripresa più “canonico”, con carrelli e inquadrature fisse che raccontano la storia di Arturo, un bambino palermitano nato all’inizio degli anni ’70 la cui vita è condizionata dalla mafia. Se qualsiasi regista avrebbe potuto trattare questi avvenimenti in termini tragici, Pif non lo ha fatto. Ha deciso di raccontare sì la sua storia, la Palermo che lui ha vissuto. Ha scelto sì di rendere omaggio a tutte le vittime della mafia, ma lo ha fatto lasciando lo spettatore con un sorriso sulla bocca mentre esce dal cinema.

Tutto quello che Arturo cerca di fare per conquistare Flora, il suo grande amore, viene scandito da omicidi e fatti di politica nazionale. Ogni volta che le cose sembrano andare bene, ogni volta che Arturo sta per dichiararsi ecco che uccidono qualcuno, scoppia una bomba o bisogna stare incollati alla televisione per seguire qualche grande avvenimento. Il suo destino è segnato dalla notte in cui è stato concepito, durante la strage di via Lazio, dall’ospedale in cui è nato il suo fratellino, lo stesso dove è stata partorita Sonia Riina, dalla prima parola che ha detto: «Mafia». E a tutto questo Arturo comincia ad interessarsi, ma a modo suo. Trova le risposte ai suoi dubbi d’amore in quello che accade attorno a lui, incontra giudici e commissari che gli danno consigli su come comportarsi con Flora fino a trovare i migliori consigli nel politico più potente di quel periodo, Giulio Andreotti. Il longevo esponente della Democrazia Cristiana diventa per lui un mito, come oggi potrebbe esserlo per un bambino Lionel Messi. Ritaglia le sue immagini dai giornali e appende anche il suo poster in camera.

Ma Arturo cresce e all’improvviso si ritrova sdraiato nel suo letto, ormai ventenne. Ora è più consapevole di quello che sta accadendo a lui. Flora è lontana da Palermo ma in quella città dove è nato la guerra di mafia continua. Ha deciso che Andreotti non è più il suo mito. Il poster che aveva appeso alla parete è caduto insieme alle speranze nell’esplosione che ha travolto il giudice Rocco Chinnici. Arturo ha capito quello che sta succedendo e lo ha capito anche Palermo. La scena che raffigura questa nuova consapevolezza è quella dei funerali di Paolo Borsellino. Quando il 24 luglio 1992 l’intera città si riversa davanti alla cattedrale della S. Vergine Maria Assunta per urlare ai politici intervenuti alle cerimonie: «Fuori la mafia dallo Stato!».

Nelle scene finali ritorna poi quella telecamera in mano e quello stile di racconto amichevole di Pif. Non sveleremo qui come si conclude la storia, ma solo la speranza che lascia. La speranza che le nuove generazioni non debbano metterci altri vent’anni di omicidi per essere consapevoli della mafia. La speranza che fra vent’anni un film ambientato a Palermo che inizia con :«La vedete quella ragazza? Si chiama Flora. Io sono innamorato di lei da quando eravamo bambini» sia solo una storia d’amore, non un omaggio a chi ha messo in gioco la propria vita per la libertà di una terra.

Il trailer:

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