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Da Sud a Nord: lo Stivale acquiescente.

di Francesca Gatti

1795963_425915104206301_710165935_o Complici, collusi e infetti. Pochissimi gli esclusi, rare le eccezioni che vedono protagoniste, nel proliferare delle mafie nei diversi territori, personaggi provenienti dall’estremità più meridionale e afosa della Sicilia, alla punta più gelida della capitale piemontese. L’ascesa delle grandi organizzazioni criminali nella nostra penisola e nel resto del mondo è stata agevolata, quando non favorita, dall’omertà di alcuni e dalla connivenza di altri, dall’ignoranza manifesta all’astuzia latente, non ha più importanza di quale regione e con quale accento.

In un clima diffuso di negazionismo, ventitré anni fa, la mafia aveva già fatto enormi passi avanti, dimostrandosi lungimirante nel comprendere il contesto nel quale avrebbe dovuto operare. Al 1990 risale infatti un’intercettazione ambientale contenente il seguente monito: “Quando voi terrorizzate il popolo, il popolo lo perderete”. Se il mezzogiorno italiano è stato la culla che ha concesso all’ “infezione” di germogliare, il settentrione non è di certo rimasto a guardare e ne ha abbracciato la medesima cultura: quella dell’indifferenza e dell’opportunismo, dischiudendo così, attraverso il consenso sociale, le sue porte alla criminalità organizzata. “Noi calabresi abbiamo infettato il mondo”, dichiara il magistrato Nicola Gratteri, ma il Nord deve abbandonare la finta purezza dietro la quale si cela e “smettere di fare la vittima”.

Nicola Gratteri, procuratore aggiunto presso la Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, è impegnato su più fronti nella lotta contro l’organizzazione più potente e misteriosa in Italia, “la grande sconosciuta” ‘ndrangheta, come ebbe a definirla lo storico Enzo Ciconte, qualche anno fa. Il magistrato, ospite venerdì presso una libreria del centro di Parma, ha presentato il suo recente libro “Acqua santissima. La Chiesa e la ‘ndrangheta: storia di potere, silenzi e assoluzioni”, frutto della collaborazione con Antonio Nicaso, storico delle organizzazioni criminali. Nel testo viene affrontato l’intricato e delicato tema del rapporto tra i due grandissimi poteri, Chiesa e ‘Ndrangheta, legittimo il primo, illegale il secondo.

Farsi vedere vicino alla Chiesa è una forma di esternazione di potere”, spiega il procuratore. Non confondiamo quindi l’accanimento verso la religione come manifestazione di fede, perché i mafiosi non hanno fede ma devozione, e la loro presenza alle processioni gli permette di acquisire visibilità e consenso sociale. Da un sondaggio portato avanti nelle carceri dallo stesso Gratteri, è emerso che il 98% dei residenti all’interno del 41 bis, il regime carcerario duro, sono credenti. Il mafioso, prima e dopo l’omicidio, prega, costretto ad uccidere da regole che altrimenti lo etichetterebbero come ‘poco credibile’ agli occhi degli altri affiliati e del resto della società. Gli uomini di Chiesa spesso, ancora oggi, per paura o convenienza fanno finta di non vedere, “mettono la testa dentro la gabbia toracica”, accettando inviti a casa di capimafia, giustificati dal compito degli ecclesiastici: redimere.

Il libro non poteva non riscuotere numerose critiche da parte dei vescovi calabresi, ma esso vuole essere prima di tutto un “atto d’amore” nei confronti della Chiesa, quella fatta di valori sentiti e non solo manifesti, quella dalla quale sono emerse anche figure che hanno combattuto, in veste del loro ruolo, la mafia: le prime vittime della ‘ndrangheta furono infatti due preti colpevoli di aver denunciato e testimoniato. Antesignani del ben più commemorato don Pino Puglisi, entrambi sono stati  abbandonati prima e dimenticati poi, dalla Chiesa, lo stesso organo per il quale portavano avanti le loro battaglie.

Scalfite nella sua memoria di bambino le immagini dei morti ammazzati a terra, così come gli atteggiamenti arroganti dei figli di capimafia alle scuole medie – fieri delle loro origini e felici di poterle sfruttare – Gratteri parla anche della sua storia. “Se fossi nato cinquanta metri più in là”, rivela, “oggi sarei un capomafia. Ma sono nato in una famiglia fatta di gente onesta, che mi ha trasmesso dei valori, per questo mi sono salvato”. La Calabria, oltre che luogo di nascita è anche luogo dove più si concentrano le sue indagini: “Avrei potuto fare il giudice a Sanremo, a Venezia, a Parma, ma ho scelto la Calabria, terra dove si è magistrati ventiquattro ore al giorno, dove il prezzo del tuo lavoro è altissimo … ma rifarei tutto”. Gratteri si è occupato in particolar modo delle rotte internazionali della droga, sequestrando in soli sei mesi quattro tonnellate di cocaina. La ‘ndrangheta è leader indiscussa del narcotraffico, grazie al quale intasca ingenti patrimoni che le consentono di “comprare tutto ciò che è in vendita da Roma in su”. Il vero problema dell’organizzazione è come giustificare tale liquidità, che spesso per essere contata viene, nel vero senso della parola, pesata.

La mafia finirà quando finirà l’uomo sulla Terra”,ripete con parole poco ottimistiche il magistrato durante l’incontro, parlando di quello che non va nel nostro Paese.“Il sistema giudiziario non basta com’è”,così come non funziona il sistema carcerario del 41 bis, che accoglie un numero di criminali superiore a quello che potrebbe effettivamente ospitarne in totale sicurezza: settecentocinquanta reclusi invece che cinquecento. Necessitiamo quindi di un cambiamento nel codice di procedura penale. La pena prevista per un mafioso è ridicola: per questo il procuratore Gratteri parla dell’importanza di innalzarla da venti a trent’anni, considerando il fatto che i criminali temono di più l’imputazione per droga e quella per omicidio, dato che per altri reati ‘minori’ le sbarre si apriranno per loro solo dopo qualche anno. Lo Stato in tutto questo deve farsi sentire forte, presente e capace di emanare delle regole, garantendo in primis la salute e l’incolumità dei suoi cittadini. Solo così ci può essere libertà e democrazia.

Ho deciso di scrivere” asserisce il magistrato, “per informare, per far pensare e per (far) smitizzare le mafie”. Forte della convinzione che la cultura sia lo strumento più importante per combattere il fenomeno mafioso, dedica il tempo libero ai ragazzi, proprio come prima di lui facevano Rocco Chinnici e Paolo Borsellino, sicuro che “valga la pena provare”. Determinante è una maggiore presa di coscienza da parte della società, conclude il procuratore, ed essenziale è discernere tra antimafia ‘a parole’ e quella invece fatta di azioni e di gesti concreti, perché “ognuno di noi va valutato in base a quello che fa”, e la “coerenza” è ciò di cui più gli italiani necessitano.

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