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La fine del Chapo

di Thomas Aureliani

el chapoSono circa le 7 del mattino del 22 febbraio quando le agenzie di tutto il mondo battono una notizia sensazionale: Joaquin Guzman Loera detto El Chapo, il narcotrafficante più ricercato al mondo, è stato catturato in un hotel a Mazatlan, nello stato di Sinaloa. Sono stati gli ufficiali della Marina messicana, coadiuvati dal servizio di intelligence della DEA e della U.S. Marshall Service, a sfondare la porta del beach resort “Miramar” nella quale El Chapo stava soggiornando con una donna. Il presidente messicano Enrique Peña Nieto sceglie twitter per manifestare a caldo la sua gratitudine verso le agenzie che hanno favorito il buon esito dell’operazione: “La coordinación de la @SEGOB_mx, @SEDENAmx, @SEMAR_mx, @PGR_mx, @PoliciaFedMx y el CISEN, fue determinante. Felicidades a todos.” A seguire, anche l’ex presidente Felipe Calderon, optando per un cinguettio, si complimenta dell’operazione sottolineando il “gran golpe” che le autorità messicane avevano sferrato alla criminalità organizzata.

È decisamente un gran colpo quello che ha messo a segno il governo di Peña Nieto, presidente considerato troppo lassista nei confronti del crimine organizzato. El Chapo Guzman infatti non è semplicemente un narcotrafficante, ma è da molti anni il narcotrafficante per antonomasia. Cresciuto negli anni ’80 sotto le ali del padrino della droga messicano Miguel Angel Felix Gallardo, Guzman mostrò subito grande arguzia ed intelligenza nel gestire la logistica del cartello di Guadalajara, l’organizzazione criminale che controllava a livello accentrato e istituzionalizzato i traffici di droga che passavano per il paese. Dal 1989, quando fu catturato Felix Gallardo, il sistema divenne frammentato e decisamente più competitivo; in questo sistema era il Chapo a comandare, dal 1995, l’organizzazione che avrebbe dominato la scena negli anni successivi: il cartello di Sinaloa. Quando fu arrestato nel 1993 il suo potere non diminuì ma al contrario, grazie all’intermediazione del fratello Arturo detto El Pollo, continuò a gestire il traffico di droga verso gli Stati Uniti, in particolare riuscendo a trasferire enormi quantità di cocaina da una parte all’altra del confine. Quando nel 2001 stava per essere estradato negli Stati Uniti, El Chapo riuscì a scappare dalla prigione di massima sicurezza di Puente Grande. La ricostruzione dell’evasione mostrò come, oltre che godere di enormi libertà all’interno della prigione, El Chapo avesse corrotto a suon di milioni diverse guardie carcerarie.

Ma per alcuni, dietro alla sua evasione, vi era un progetto ben preciso. Riportando le parole della giornalista Hernandez, comparse sul mensile Narcomafie nel febbraio 2011 si nota: “non fu per intelligenza che il Chapo potè scappare, ma grazie a una negoziazione e a 20 milioni di dollari. Non si trattò solo di un caso di corruzione come quelli che avvengono ogni giorno in Messico, ma di una strategia precisa in cui il governo del presidente Vicente Fox e successivamente quello di Felipe Calderon hanno pattuito con il cartello di Sinaloa una certa pace e governabilità in cambio del contrasto ai nemici del Chapo”. Le accuse di protezione furono respinte da entrambi i governi ma il fatto che la stragrande maggioranza degli arresti avvenne nei confronti dei cartelli avversari fu più che un indizio. El Chapo divenne dunque El Intocable, status che gli permise di estendere il proprio impero in tutto il mondo grazie al suo senso del business ma anche e soprattutto per mezzo della propria ferocia. L’alleanza con altri cartelli minori e con alcuni narcotrafficanti di spessore come Ismael “El Mayo” Zambada e Juan Jose Esparragoza “El Azul” consentì al cartello di Sinaloa, chiamato anche La Federazione, di estendere i propri tentacoli su ben 17 stati messicani tanto da essere considerato dalle autorità statunitensi “the most powerful drug trafficking organization in the world”.

Considerato dalla rivista Forbes uno dei personaggi più influenti del pianeta grazie al proprio multimilionario patrimonio, divenne, dopo la morte di Osama Bin Laden, il criminale più ricercato dagli Stati Uniti. Ma la cattura del Chapo pone non pochi interrogativi rispetto alla guerra alla droga che sta insanguinando il Messico da ormai troppo tempo. In questi ultimissimi anni, l’egemonia del Cartello di Sinaloa è sfidato dalla volontà espansiva dei Los Zetas, il vecchio braccio armato del cartello del Golfo che da parecchi anni agisce in modo indipendente e particolarmente violento. Come sottolineano gli esperti di Stratfor, la think tank americana che si occupa di geopolitica, l’uscita di scena del Chapo potrebbe portare ad un incremento delle mire espansionistiche dei cartelli avversi a Sinaloa e dunque provocare un’ulteriore escalation di violenze nel paese. Inoltre la presenza di un leader di altissimo profilo come El Chapo permetteva un certo equilibrio all’interno del cartello stesso e dunque di riflesso anche nelle regioni messicane che dominava. A questo riguardo il New York Times, intercettando un imprenditore locale subito dopo l’arresto, riporta le seguenti parole: “its a bad news for Mazatlàn, he was keeping the peace”.  Se per l’imprenditore di Mazatlàn contribuiva a mantenere la pace nella zona, El Chapo ha sicuramente contribuito alla disastrosa situazione in cui si trova il Messico. Guidando uno dei gruppi criminali più potenti della storia, El Chapo è stato uno dei principali interpreti della tragedia messicana, in cui narcotrafficanti e ufficiali corrotti sgomitano per giocare la parte da protagonista e dove la vita ha un prezzo decisamente più basso di una singola dose di cocaina.

Quello che lascia la cattura di uno dei più importanti trafficanti al mondo è la speranza, probabilmente utopica, che dopo la fine del “capo dei capi” finisca tutto, che il castello costruito anche da lui si sgretoli pezzo dopo pezzo. Ma forse, ripiombando subito nella realtà, sarebbe più pragmatico chiedersi se dietro le sbarre di una prigione o accomodato sul divano di un resort extralusso la sua influenza rimanga invariata. Quindi l’interrogativo da porsi è solamente uno: la fine della sua libertà porterà alla fine del suo impero? Saranno i prossimi mesi, forse anni, a rispondere.

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