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Il terremoto Metastasi, un mese dopo

vincenzo musolinoÈ passato quasi un mese e mezzo da quando, il 2 aprile scorso, l’operazione Metastasi, coordinata dal procuratore aggiunto Ilda Bocassini insieme al Gruppo d’Investigazione sulla Criminalità Organizzata (G.I.C.O.) della Guardia di Finanza, ha portato all’arresto di 10 persone tra politici, imprenditori ed esponenti della ‘ndrangheta nella provincia di Lecco. Da allora si contano i danni, esattamente come alla fine di un terremoto. A far tremare la terra, questa volta, sono state le ormai accertate collaborazioni tra il sindaco di Valmadrera Marco Rusconi e il consigliere del comune di Lecco Ernesto Palermo con l’affiliato alla ‘ndrangheta Mario Trovato  in merito alla gestione del Lido di Parè in Valmadrera. E come in ogni terremoto politico-mediatico, nei giorni che seguono lo scandalo, a far da padrone è il caos. C’è chi condanna e chi difende. Chi giudica il politico, ma giustifica l’amico. L’opinione pubblica si divide e riflette.

Tra gli atti giudiziari della Procura di Milano compare anche il nome di Vincenzo Musolino, 60 anni, titolare insieme ai figli dell’azienda Edilnord s.r.l. specializzata in scavi e movimento terra. Un nome già noto alle Forze dell’Ordine dagli anni novanta, periodo in cui l’imprenditore era tra gli uomini di fiducia, oltre che cognato, dell’indiscusso capo della Locale di Lecco Franco Coco Trovato, da vent’anni nel carcere di Terni accusato di sei omicidi. Venne allora arrestato a seguito dell’operazione Wall Street, ma Musolino aveva beneficiato di un pesante sconto di pena perché aveva iniziato a collaborare. Oggi l’operazione Metastasi lo obbliga, ancora una volta, a presentarsi davanti alla giustizia. Alla Edilnord s.r.l., infatti, sarebbero stati commissionati da un certo Redaelli, sicuro prestanome di Mario Trovato, alcuni lavori per il nuovo lido di Parè nell’aprile 2011. In sua difesa Musolino sostiene che non appena accorto della presenza dei Trovato nel cantiere si sarebbe rifiutato di portare a termine i lavori. Ma non si limita solo alle parole. Il 5 maggio scorso Musolino, infatti, sicuro della sua innocenza, si incatena a un palo della luce fuori dal Palazzo di Giustizia di Lecco. Ai piedi cosparge della benzina e, con in mano un accendino, grida la sua non colpevolezza: <<Io ho già pagato, i miei figli non c’entrano nulla. Lasciate lavorare i miei figli!>>. Mentre sorregge un cartello con scritta una celebre frase del giudice Giovanni Falcone: Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola. Mezz’ora dopo il capo della squadra mobile Marco Cadeddu lo ha convinto a desistere dal folle gesto. Portato in Procura, poi, è stato denunciato per procurato allarme e rilasciato poco dopo.

La vicenda di Vincenzo Musolino è solo una tra le tante reazioni a catena scatenate dell’inchiesta. Quella che, però, meglio fa ben sperare in un capovolgimento dei rapporti tra mafia e politica, è il provvedimento deciso all’unanimità durante il consiglio provinciale del 29 aprile scorso per ribadire <<il proprio impegno a contrastare con forza e attenzione ogni tentativo distorsivo delle regole democratiche e a condannare ogni collusione e ogni atteggiamento che possa generare a qualsiasi titolo vicinanza a tutti i fenomeni cosiddetti mafiosi>>. Un provvedimento promosso dal capogruppo della Lega Paolo Arrigoni, appoggiato fin da subito dal capogruppo del Pd Italo Bruseghini e via via anche dagli altri gruppo presenti in Consiglio fino all’approvazione finale del presidente della Provincia di Lecco Daniele Nava. Ora i presupposti per ripartire a Lecco ci sono, per iniziare una nuova politica non contaminata dalla criminalità organizzata pure. Ora aspettiamo solo i fatti.

 

 

 

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