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Testimonianze a confronto per Mauro Rostagno

di Francesca Gatti

Mauro-RostagnoIncontro a Parma tra Rino Giacalone, Davide Mattiello, Calogero Germanà e Libera coordinamento di Parma.

“Che si dice di nuovo?”

“Non si dice niente”.

Una recita ben architettata che si inscena ormai da troppi anni: provocatoria la domanda, lapidaria la risposta. Una risposta che non lascia adito a dubbi, sfumature, interpretazioni, ambiguità.

Da un’antica massima siciliana possiamo apprendere il senso e il valore della Parola. Una parola che, se impiegata nella giusta direzione, è in grado di mietere più vittime di una bomba atomica. “Perché con questa spada vi uccido quando voglio”, poetava un’illustre e leggendario scrittore quale Cyrano de Bergerac.

Ad aver colto il messaggio sono stati in tanti tra intellettuali, scrittori e giornalisti, di ieri e di oggi, incessantemente impegnati contro una battaglia dal nemico comune e dall’esito incerto.

Uno di questi fu Mauro Rostagno, giornalista ricordato in questi ultimi tempi in merito alla condanna, dopo ventisei anni, dei suoi assassini: un volto e una  movente sono stati finalmente attribuiti alla sua morte; dopo  anni di attese, di depistaggi, di inquinamenti, al popolo italiano – e non solo alla famiglia – è stata restituita la Verità, la Giustizia, la Dignità. Sì, perché di Dignità di un popolo si tratta, quando un giornalista compie il proprio mestiere e denuncia le storture di un Paese frammentato, infermo, carente e oggetto di piaghe sociali quali la mafia, in nome dei suoi concittadini. Diventa in questo modo un giornalista che agisce per il bene della collettività, e svolge un lavoro per il quale andrebbe e dovrebbe essere ricordato. Un’Italia che vorrebbe essere fiera di aver partorito una mente e una penna come quella di Rostagno e di tanti come lui, è in realtà un Paese dove professionisti di questo calibro subiscono la sorte avversa: minacciati, scomparsi, uccisi, sicuramente sbugiardati, colpiti su aspetti secondari, lasciati soli.

Per evitare di essere un Paese non ideale, “ricordiamo quello che è avvenuto in passato per difendere chi è soggetto allo stesso destino nel presente, come Giovanni Tizian, ricorda la referente di Libera a Parma Alessia Frangipane.

“Mauro Rostagno faceva il giornalista come tutti i giornalisti dovrebbero fare”, spiega il giornalista Rino Giacalone: “La sua presenza nella regione siciliana era molto viva e attiva, soprattutto nella città di Trapani, che lo elesse proprio portavoce. Rostagno parlava con tutti, anche con il mafioso, e condivideva quello che aveva in mano, raccontando senza filtri ogni cosa, in una città dove questo non era permesso nel 1988, come non è permesso ora, nel 2014”. Già, perché – sempre secondo un antico monito – è molto più salutare prevenire piuttosto che curare, tacere piuttosto che divenire scomodi. Negli anni Ottanta, come adesso, parlare equivale a danneggiare qualcuno o qualcosa, in una società che fa del silenzio un sinonimo di benessere e di adattamento. “Cambiata, invece, rispetto all’epoca dell’omicidio è la reazione della società civile”, spiega Giacalone, ultimamente più sensibile e accorta.

Un altro barlume di ottimismo arriva anche dal questore di Piacenza Calogero Germanà, all’epoca dell’omicidio Rostagno dirigente della Squadra Mobile alla Questura di Trapani: “Non è vero che gli italiani dimenticano”, chiarisce, “hanno memoria e questa funziona: riflettere e ragionare sul passato porta ad operare confronti nel presente. Solo il fatto che voi siate qui oggi ne costituisce un esempio: vuol dire che avete una testa, che ragionate, che volete essere informati. E quale posto se non la scuola può offrire più di ogni altro valori e principi che ci aiutino a vivere insieme, che siano prima ancora di nozioni, lezioni di vita?”. La prima lotta alla mafia va quindi condotta tra i banchi di scuola, capaci di diffondere modelli di vita ed insegnamenti su cui l’individuo forgia le basi della propria conoscenza e della propria esistenza.

Ma Rostagno non era il solo in questa lotta. “Che cos’ hanno in comune le figure di Rostagno e di Peppino Impastato?”, si chiede Davide Mattiello, deputato della Commissione Parlamentare Antimafia: “Entrambi sono morti da più di una decina di anni, entrambi sono morti giovani, entrambi erano degli ‘scassa minchia’”, nell’accezione più positiva del termine. Ragazzi, il cui obiettivo era sconfiggere il sistema mafioso che si stava insinuando tra le pieghe del mondo sociale, politico ed economico, che sono morti nel nome di un impegno comune contro la mafia.

Ma cosa significa essere “antimafia” – parola ultimamente molto strumentalizzata – quando si ricercano valori quali “libertà, verità e giustizia”? Tutti dovremmo ricercarli in una società civile ed avanzata, in una società dove “la democrazia vigente prevede che la sovranità, cioè il potere più alto, spetti al popolo. Questa è la sfida della democrazia: perché il popolo non la coglie?”. Il singolo può contribuire a cambiare le cose e non più a subirle, può rimboccarsi le maniche ed entrare nei processi decisionali. Le menti lucide di Rostagno e di Impastato lo avevano colto, e lo sfruttavano per colpire i poteri criminali. Impastato puntava alla politica per tenerli d’occhio, per controllarli più da vicino; dal canto loro, i mafiosi, col fiato sul collo, non gliel’hanno permesso, e se ne sono sbarazzati prima che potesse fare qualcosa, prima cioè che la politica gli desse gli strumenti, il potere e la visibilità nazionale per ottenere quello che la sua penna e la sua voce, ancora, non gli permettevano di fare.

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