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Rocco Chinnici, mio padre.

di Francesca Gatti e Adelia Pantano – Trame.4, Lamezia Terme, Calabria

Caterina Chinnici ne parla con Felice Cavallaro.

22 giugno, h 21,30, Piazzetta San Domenico

caterina chinniciScendevano le scale al mattino, e raggiungevano l’androne del palazzo. Ma insieme non si spingevano oltre:  qui  la salutava, preoccupato di esporla ai rischi di cui lui stesso sarebbe dovuto essere vittima. Un sorriso e un bacio lieve sulla fronte erano il suo modo di lasciarla, prima di scomparire e di immergersi – con la sua schiena dritta, la sua testa grande e l’immancabile borsa da lavoro – nella chiarissima luce di Palermo.

Quella stessa luce, un afoso venerdì mattina di metà estate, se lfè inghiottito, il giudice istruttore Rocco Chinnici, dilaniato da unfautobomba insieme agli uomini della scorta Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta, e al portiere del palazzo Stefano Li Sacchi. La criminalità organizzata concepì per lfoccasione unfesecuzione spettacolare costruendo la prima autobomba al tritolo, che provocò un cratere in mezzo alla strada di via Pipitone Federico, finestre rotte nel giro di quattrocento metri, alberi divelti, diciassette feriti, quattro corpi sfigurati, segnando la fine della gprima, lugubreh stagione in cui la mafia uccideva i rappresentanti delle istituzioni.

 A trent’anni di distanza da quella fatidica data, Rocco Chinnici rivive nelle parole e nelle pagine del libro “E’ così lieve il tuo bacio sulla fronte” della figlia Caterina, capo del dipartimento per la giustizia minorile, anche lei giudice, anche lei impegnata in prima linea nella lotta alla mafia, anche lei sotto scorta. Nelle ultime elezioni è stata eletta nel Parlamento Europeo con il Partito Democratico. Ma lei è imbarazzata nel sentirsi chiamare “onorevole” dal giornalista Felice Cavallaro, che ha condotto l’intervista in occasione dell’ultima giornata del Festival Trame. Non si sente un onorevole, e non si sente un politico. Non si sente nemmeno una scrittrice, perché quel libro lei non lo avrebbe mai scritto se non fosse stata spinta da qualcun altro; il dolore, dopo trent’anni, è ancora vivo e il coinvolgimento emotivo è troppo.

Ma alla fine c’è riuscita: ha scritto la storia di Rocco Chinnici, un padre prima che un magistrato.  Lo ha fatto anche per rendere giustizia a questa figura, che molti tendono a dimenticare o che non conoscono affatto. Caterina ha voluto ripercorrere la storia della sua famiglia ponendo luce sul suo lato umano e sulle figure che hanno fatto parte della sua storia come Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, “esempi altissimi, ma non irraggiungibili” perché “di uomini si tratta – avevano le loro manie, i loro vizi, i loro gusti, si sono innamorati, talvolta si sono arrabbiati, talvolta non hanno capito i loro figli”. Una storia, un dolore, una testimonianza archiviati per trent’anni, rimasti senza qualcuno che li svelasse, che li affidasse alla memoria di altri, concedendoci gli strumenti per analizzarli. “Sono stata costretta a chiedermi se non valesse la pena uscire allo scoperto, rischiare, ma farlo vivere ancora una volta, il mio papà”. E così, uno dopo l’altro, i ricordi sono riaffiorati e ci hanno restituito l’immagine di un uomo paterno, umano, rigoroso, severo, instancabile; di una famiglia unita, felice, “normale” a volte persino “noiosa”; di valori saldi quali l’impegno, la serietà, la correttezza, il rispetto, l’attenzione nei confronti del prossimo; di una figlia indipendente, seria, saggia. La storia ci tramanda un eroe, ma non avrebbe voluto essere definito tale, quel giudice –“profondamente giudice, profondamente padre”– che prima di tutto era un marito, un padre, un uomo “cui è toccata in sorte una vita straordinaria, o forse un destino, che lui ha scelto di assecondare fino alle estreme conseguenze”.

Caterina chinnici vuole ricordare soprattutto il padre per l’amore, l’attenzione e l’importanza che rivolgeva ai giovani. lo aveva fatto anche il generale carlo alberto dalla chiesa, ma non ebbe il tempo a sufficienza per concludere il suo lavoro. lo fece chinnici, convinto che la lotta alla mafia dovesse partire dalle giovani generazioni. poneva l’attenzione soprattutto sulla droga. sostenne addirittura che il traffico di droga, da ricondurre alle logiche mafiose, era un vero e proprio delitto di lesa umanità. anche caterina continua a parlare ai giovani, presentando il suo libro in giro per le scuole di tutta italia, ed entusiasmandosi di quanto i ragazzi rispondano e siano incuriositi dal personaggio.

Non nasconde però l’amarezza di come ad oggi siano poche le persone che partecipano alle celebrazioni dell’anniversario ogni anno. ma nonostante questo, lei ha fiducia e porta avanti la battaglia paterna, continuando a svolgere i compiti che è stata chiamata a ricoprire con lo stesso senso del dovere, delle istituzioni e dello stato che le aveva insegnato il padre.

 Così, grazie al libro e alla testimonianza della figlia, Rocco Chinnici è rivissuto, a differenza di quelli che l’hanno voluto morto, e ha lasciato un segno, o forse più di uno, grazie al suo essere “coraggioso e incosciente abbastanza da scegliere di vivere nella memoria di chi verrà più che nel tempo presente”.

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