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Quarant’anni di mafia in Germania. A che punto siamo?

di Valentina Valentini e Giorgio Garofalo

Anni ’80 e ’90.

tavola rotonda

Festival di Perugia

La mafia non esiste, figuriamoci in Germania. È un problema italiano e non certo tedesco. Ecco, diciamo che le dichiarazioni del governo tedesco non promettono bene, visto che nessun territorio può dichiararsi immune e – si può star certi – la mafia in Germania esiste (eccome!) ed è sempre più presente e più forte. Già negli anni ’80 la polizia tedesca aveva nel mirino i traffici di cocaina gestiti dalla ‘ndrangheta nell’allora Repubblica Federale Tedesca. Proprio a partire da quegli anni si moltiplicano i locali gestiti da famiglie affiliate alla ‘ndrangheta, luoghi che diventano presto basi operative per lo smistamento della droga in vari paesi europei. E’ così anche negli anni ’90, dopo la caduta del muro di Berlino che ha aperto il mercato ad est: territorio ancora vergine. Insomma, si tratta di un fenomeno che da sempre merita attenzione, eppure troppo spesso ignorato dalle istituzioni tedesche. Questa è stata, in sintesi, anche la tesi dei relatori al convegno «Mafia made in Germania: inchieste transnazionali» andato in scena in occasione del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia di quest’anno. Tesi alimentata dalle analisi di un’inchiesta transnazionale realizzata dal FunkeMedien-Gruppe, Der Spiegel, WDRtv, IRPI e Grandangolo, giornale locale della provincia di Agrigento. A dire che “c’è ancora molto lavoro da fare per contrastare le attività della criminalità organizzata di stampo mafioso tra Italia e Germania” sono stati CeciliaAnesi, co-fondatrice IRPIInvestigative Reporting Project Italy, Anna Maria Neifer, Westdeutscher Rundfunk, GiulioRubino, co-fondatore IRPI e DavidSchraven, Funke Medien-Gruppe, in occasione della tavola rotonda perugina.

Dagli anni ’90 ai giorni nostri.

Baumafia

Baumafia, ovvero “mafia delle costruzioni”

Dagli anni ’90 ad oggi sono accadute “molte cose” anche in Germania: la più eclatante la strage di Duisburg che nel 2007 ha aperto gli occhi anche ai tedeschi più scettici. Il 17 gennaio 2013 alcune persone vengono arrestate tra la Germania e Licata, piccola cittadina dell’Agrigento, nell’operazione denominata “Scavo”. Gabriele Spiteri, originario di Licata, e Rosario Pesce, di Riesi, erano stati incaricati di gestire la Baumafia, ovvero la “mafia delle costruzioni”. Entrambi dovevano coordinare i cosiddetti “procacciatori di prestanome”, i quali dovevano trovare tra parenti e amici in Sicilia qualcuno che li aiutasse nel loro operato. I cosiddetti “cretini” dell’apologo di Frank Coppola – riportato nel libro “La Convergenza” di Nando dalla Chiesa – ovvero coloro che più o meno inconsapevolmente si prestano a fare il gioco della mafia. Attraverso i prestanome, Spiteri, che gestiva Colonia, e Pesce, a capo di Dortmund, aprivano varie aziende edili con scopi di riciclaggio. Il sistema funzionava così: il denaro veniva trasferito sui conti correnti delle aziende in questione per pagare alcune fatture false, a cui non corrispondeva alcun servizio di costruzione e il prestanome “titolare” li ritirava in contanti. Il 90% della somma veniva riconsegnata all’imprenditore che aveva comprato la fattura falsa, mentre il 10% andava ai due “manager”, Spiteri e Pesce, che li usavano per pagare i commercialisti, i prestanome e per i loro affari. Spiteri e Pesce discutevano spesso in merito al sistema da loro creato e si incontravano presso un bar gestito dallo stesso Spiteri a Colonia.

Calogero di Caro (1)

Calogero di Caro

È rilevante notare un aspetto: anche in Italia, le “chiacchierate” tra personaggi appartenenti alla criminalità organizzata si svolgono nei bar e presso ristoranti e pizzerie. Un importante collaboratore di Spiteri, Calogero Di Caro ha raccontato agli investigatori che Spiteri “consumava tanta cocaina quanta l’intera Colonia” e all’interno del bar avvenivano grandi traffici di cocaina. Affari e traffici che Spiteri aveva importato anche in Germania. Di Caro fu scarcerato nel 1994 e divenne collaboratore di giustizia ma dagli inquirenti era considerato come un parziale e poco affidabile aiuto per le autorità. Sta di fatto che i boss lo hanno lasciato vivere e lui ha continuato “la sua attività” anche in Germania. “Cosa nostra ha l’ordine di non uccidere in Germania”, ha affermato un ospite dell’incontro di Perugia, “poiché è importante non destare alcun sospetto”, ma se le cose si mettono male, allora si uccide. Lampante è l’esempio di diversi omicidi avvenuti presso il mandamento di Palma di Montechiaro (AG), certamente più vicini alla casa madre siciliana. L’omicidio di Calogero Burgio, di Giuseppe Condello, capo del mandamento di Mannheim (Baden – Württemberg), e Vincenzo Priolo. Da quando Matteo Messina Denaro comanda Cosa nostra siciliana, la regola è la seguente: il business. Non si spara più, a meno che non sia strettamente necessario. Ma, ritenuto poco affidabile e un cane pazzo che usava troppa cocaina, Condello ha tirato troppo la corda, firmando, di fatto, la propria condanna a morte. Tale soluzione è stata molto discussa tra tutti gli altri capi mandamento dell’agrigentino, ma nessuno decideva. Matteo Messina Denaro, dunque, prese la decisione finale: “O ci pensate voi o ci penso io”. Nel mese di gennaio 2012 Condello e Priolo furono ammazzati e infilati all’interno di un pozzo sotto un cavalcavia di contrada Ciccobriglio, tra Campobello di Licata e Palma di Montechiaro. Quello che emerge è il cambiamento che il latitante Matteo Messina Denaro ha avviato all’interno di Cosa Nostra siciliana: è stato fatto un patto in Germania tra varie province mafiose. I capi mandamento tra la Germania e la Sicilia sono ben strutturati.

A che punto siamo?

Under attack. Germany is in the focus of Mafia as a target. Legislation is not prepared to handle that

Under attack. Germany is in the focus of Mafia as a target. Legislation is not prepared to handle that

Questa storia rivela una ramificazione della mafia, non solo quella siciliana ma anche della ’ndrangheta calabrese, in Germania. C’è ancora molto da fare. La giurisdizione tedesca non ha una normativa antimafia – come invece è presente in Italia. E, non a caso, i relatori del dibattito di Perugia hanno battuto molto su questo punto chiedendo che “cambi la normativa in Germania” affinché tutti, dal Governo alla società civile, possano finalmente avere una maggiore consapevolezza che la mafia esiste davvero. Gli ospiti dell’incontro hanno, inoltre, affermato che in un futuro prossimo sarà pubblicato un database concernente tutti i nomi e le attività di ogni criminale auspicando che presto la normativa tedesca riconosca gli appartenenti alle organizzazioni criminali di stampo mafioso come coloro che commettono un reato perseguito dalla legge. Ma, bisogna ammettere che, grazie alle collaborazioni transfrontaliere dei pool antimafia italiani e della Polizia Federale Criminale Tedesca, la BKA, e alle analisi delle carte giudiziarie di indagini ancora in corso, emerge con sempre maggiore chiarezza la ramificazione della criminalità organizzata in Germania e, con questa, una migliore consapevolezza. Mafia in Germania? Nein, Danke!

 

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