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Le politiche antidroga statunitensi: si apre un nuovo corso?

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Il nuovo indirizzo politico dell’amministrazione Obama sembra svoltare rispetto al passato, macome dimostra la drammatica situazione nel vicino Messico, la strada per la Casa Bianca è ancora in salita.

Parlare di sostanze stupefacenti, di trattamento e di prevenzione non è mai facile negli Stati Uniti. È arduo scardinare un imprinting politico basato sul proibizionismo e sull’approccio punitivo, specialmente se il capo della prima agenzia antidroga americana definiva i consumatori di droghe “prima dei criminali e poi tossicodipendenti”. La predilezione di Washington per il contrasto dell’offerta di droga piuttosto che la domanda fu da sempre accompagnata dalla convinzione che il problema fossero gli stati che “esportavano” droghe e non il fatto che gli Stati Uniti fossero il principale paese consumatore. Presidenti democratici e repubblicani,  alternativamente ma con enfasi diverse, hanno da sempre spinto il budget federale verso l’interdizione presso i confini, verso l’ammodernamento degli strumenti destinati alle agenzie antidroga e alla polizia oltre che a operazioni militari all’estero. Questo tipo di impostazione  non ha di certo favorito le relazioni diplomatiche con gli stati produttori di droghe (o con i paesi di transito) che da almeno cento anni sentono la pressione dell’establishment antidroga americano. A questo riguardo il Messico rappresenta per gli Stati Uniti la minaccia principale, il banco di prova per testare la propria superiorità tecnologico-militare declinata all’interno della guerra alla droga.

Già dagli anni venti il proibizionismo portò a un aumento vertiginoso del mercato nero che favorì le prime organizzazioni criminali messicane, le quali ingigantirono i propri introiti a partire dagli anni ’80 quando divisero con i colombiani i profitti del traffico di cocaina. Lo strapotere dei cartelli messicani visse a lungo con il tacito appoggio della politica, e in particolare con la classe dirigente di buona parte del partito rivoluzionario istituzionale (che governò il Messico dal 1929 al 2000). L’avvento al potere del PAN, il partito di centro destra guidato prima da Vicente Fox e poi da Felipe Calderon, ruppe l’equilibrio innescando un domino di violenza sempre più efferata. Dai tempi della rivoluzione messicana, gli Stati Uniti assisterono così, a pochi passi dal proprio confine meridionale, a una vera e propria guerra. Lo stanziamento massiccio di militari da parte dell’amministrazione Calderon portò allo scatenamento di una guerra frontale ai cartelli che, non più protetti dal potere politico, si scontrarono a loro volta per accaparrarsi le migliori plazas: le porte d’accesso verso l’eldorado americano. Dal 2006 al 2012 le morti hanno superato cifre inimmaginabili, e dalle due parti del Rio Grande la più grande sconfitta risulta essere la politica. Il Piano Merida, avviato nel 2008 da Bush e Calderon, sembrava essere l’esatta miscela delle strategie fallimentari americane di un secolo e l’impotenza di un governo messicano incapace di far fronte alla dilagante corruzione interna. Concepito come un piano d’aiuto, la stragrande maggioranza dei fondi di Washington confluì – come spesso accadde in passato – nel settore militare (aerei ed elicotteri di ultima generazione, strumentazione all’avanguardia, addestramento) e in pratiche interdittive  (rafforzamento dei confini, aumento dei sequestri).

 È proprio da questo punto che Barack Obama cerca di ricostruire la politica antidroga americana: dopo un inizio sottotono la sua amministrazione sembra aver capito su che fronti bisogna agire. Gli ultimissimi sviluppi della collaborazione con il Messico dimostrano che il Piano Merida sembra cambiare faccia, almeno sulla carta. Supporto alle ONG che lavorano sui giovani e nelle zone ad alto rischio criminalità, sostegno alle riforme della giustizia e ai diritti umani, sviluppo di una cultura incentrata sulla legalità. Questi aspetti, secondari in passato, risultano notevolmente finanziati come si può notare negli ultimi report del Congresso. Ma è la politica interna che Obama cerca di far svoltare. Considerando il problema della tossicodipendenza come una questione di salute pubblica e non di sicurezza la Casa Bianca prova oggi non solo a cambiare i toni del proprio dibattito ma a finanziare in modo più equilibrato il fronte dell’offerta e della domanda (trattamento e prevenzione). L’ultima “National Drug Control Strategy” evidenzia come il governo cerchi di togliersi di dosso la pesante eredità dei padri della “guerra alla droga” e apra ad una nuova via. Una via che si preannuncia tortuosa e ricca di insidie ma che potrebbe sia abbattere i consumi all’interno dei propri confini, sia giovare a paesi come il Messico.

 

 

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