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‘Ndrangheta in Liguria: cosa è accaduto prima della Svolta.

trib imperiaLa Svolta, come si diceva, non nasce dal nulla. E’ l’ultimo atto di un’offensiva giudiziaria iniziata negli anni ’80. Già nel processo Teardo emerse che Giuseppe Marcianò (proprio lui!) raccoglieva voti per il PSI, in cambio di denaro. Ma non fu sfiorato dal processo. Un’altra operazione significativa fu il “Colpo della Strega”, che portò all’arresto di più di quaranta persone, ritenute affiliate o contigue alla ’ndrangheta radicata nel ponente ligure e responsabili di gravi reati (traffico di droga, rapine, estorsioni, anche omicidi). Il vertice dell’organizzazione era costituito da Francesco Marcianò (fratello di Peppino), Giuseppe Scarfone, Ernesto Morabito, Antonio Palamara (condannato ieri nella Svolta). Ma alla fine il Tribunale ritenne che il fenomeno mafioso era al massimo in itinere, non si era ancora costituito un vero vincolo associativo. Niente 416 bis dunque. Poi c’è stata Maglio 3, terminata il 9 novembre 2012 con l’assoluzione dei 10 imputati. Infine il 3 dicembre 2012, all’alba, un elicottero dei Carabinieri atterrò sulla piazza del Comune di Ventimiglia: una sessantina di soggetti erano indagati, 13 finirono in carcere, le abitazioni dei sindaci Scullino (Ventimiglia) e Bosio (Bordighera) vennero perquisite. La Svolta era iniziata.  L’indagine ha documentato una serie di delitti-fine: estorsioni, traffico di droga, usura, voto di scambio; non manca l’infiltrazione negli appalti pubblici.

L’esempio più lampante è costituito dai Pellegrino, domini di Bordighera, contro i quali si scaglia talora lo stesso Marcianò, che li reputa troppo “rumorosi”. I Pellegrino infiltrano pesantemente l’amministrazione comunale, vincono regolarmente commesse, si accaparrano subappalti, realizzano attentati incendiari a danno di altre imprese.  Hanno un tenore di vita spropositato, trafficano droga e avevano dato rifugio a Carmelo Costagrande, latitante arrestato nel 2006. La situazione viene denunciata con forza dalla coraggiosa consigliera comunale Donatella Albano, che conduce in particolare una battaglia contro l’apertura di una sala giochi: in tutta risposta le arrivano una fetta di limone in una busta, l’immagine bruciata di S. Michele Arcangelo e numerose minacce telefoniche. Nella stessa cornice inquietante si inseriscono le intimidazioni subite dai due assessori Ugo Ingenito e Marco Sferrazza, non particolarmente entusiasti dell’operazione secondo i clan. Giovanni Pellegrino e Francesco Barillaro li vanno a trovare a domicilio. Di fronte ad una situazione del genere non sorprende lo scioglimento del Comune ordinato dal Ministro dell’Interno Maroni nella primavera del 2011. L’ex sindaco Bosio è a processo per voto di scambio.

A Ventimiglia la situazione non è migliore, la macchina comunale è gravemente compromessa: il figlio di Fortunato Barillaro lavora in comune; ci si focalizza in particolare sulla Civitas s.r.l., la partecipata diretta da Marco Prestileo. Viene notato dagli inquirenti che la maggior parte dei lavori sotto i 40 mila euro (senza obbligo di gara quindi) finisce regolarmente alla cooperativa Marvon, formalmente di Gaetano Mannias (deceduto nel 2012). Marvon è in realtà un acronimo: Marcianò Allavena Roldi Vincenzo Omar Nunzio. E’ un contenitore in mano alla ‘ndrangheta. Il pm Arena scrive che in un caso addirittura «la Civitas era in possesso del preventivo della Marvon prima ancora di ottenere, in data 12/5/2008, formale incarico dal dirigente dell’Ufficio Gare e Contratti». Dell’affaire Civitas-Marvon dovevano rispondere Scullino e Prestileo, ma è giunta per loro l’assoluzione. Vedremo dalle motivazioni per quali ragioni.
Anche il comune di Ventimiglia, comunque, è stato sciolto per condizionamento mafioso, il 6 febbraio 2012. Tra i numerosi episodi accertati nell’inchiesta, merita di essere segnalato l’agguato subito da Piergiorgio Parodi, costruttore, che mentre si trova a bordo della sua Suzuki Vitara, viene affiancato da due uomini, i quali sparano colpi di fucile contro la sua auto. I due pretendevano una percentuale (per le cosche) in merito all’attività di movimento terra sulle nuove banchine ventimigliesi. Gli aggressori, Annunziato Roldi ed Ettore Castellana, sono stati entrambi condannati per 416 bis. Vi è un secondo episodio degno di nota, ricostruito con efficacia dalla procura distrettuale a partire da un’intercettazione: «A questo bastardo lo dobbiamo fermare». La famiglia Marcianò si era resa disponibile a  vendicare un tal Vincenzo Priolo, ucciso in Calabria da Vincenzo Perri, che dopo l’omicidio si era dato alla fuga verso la Liguria. Il Perri era il soggetto da “fermare”, e per regolare il conto era giunto a Ventimiglia un sicario di professione, Domenico La Rosa. Questa è la ‘ndrangheta in Liguria.

In dibattimento sono stati ascoltati inoltre due pentiti: Gianni Cretarola, un sanremese borderline dal passato delittuoso, e Francesco Oliviero, ‘ndranghetista di vecchia data. Le loro deposizioni sono state significative per ricostruire nel dettaglio il quadro criminale. Il pm aveva chiesto pene sino a 24 anni, il collegio si è fermato a 16, tra l’altro assolvendo due elementi chiave come i colletti bianchi Scullino e Prestileo. Ma dopo tante delusioni sul versante processuale, la sentenza di ieri va accolta positivamente, costituisce un’importante vittoria per la collettività, in vista della nuova battaglia dell’appello, che si preannuncia agguerrita più che mai.

 Per ora, però, registriamo un primo successo: abbiamo iniziato a riconciliare verità storica e verità giudiziaria.

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