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Milano, Nando dalla Chiesa alla Casa della Cultura: Expo e controlli antimafia

EXPOdi Maria Giulia Milone

E’ un tiro alla fune vero e proprio ormai, quello tra pressioni di condizionamento mafioso e controlli istituzionali di legalità sui lavori di Expo 2015. E’ uno scontro tra diritto formale, da un lato, nella debolezza dei protocolli di legalità in cui si esplica, ed economia reale, dall’altro, ossia quanto di fatto avviene sulla “terra”, nei cantieri, l’affermarsi della ‘ndrangheta nei lavori. Ne ha parlato il professore Nando dalla Chiesa, la sera dell’ 11 novembre alla Casa della Cultura, in qualità di Presidente del comitato antimafia di esperti del Comune di Milano. Ha tenuto una lezione alla cittadinanza, ripercorrendo il contesto nel quale il progetto Expo è stato assegnato a Milano, nel 2009, quando famiglie di ‘ndranghetisti hanno lasciato Reggio Calabria proprio per partecipare alla spartizione degli affari legati all’eventoUn evento sin da subito orientato all’obiettivo prioritario dell’efficacia: “L’Italia non può fallire”; sulla riuscita dell’evento si gioca la credibilità del Paese agli occhi degli attori internazionali. Una credibilità, peraltro, come osserva il professore, misurata non tanto sui contenuti , sul “software”, sui temi dell’evento (“nutrire il pianeta”) quanto sulle costruzioni materiali, sulle infrastrutture, sull’“hardware”. Con la conseguenza che  il fine dell’ efficacia, all’inizio, ha schiacciato anche il principio di legalità. Almeno fino a quando il Governo non ha deciso di nominare Raffaele Cantone commissario straordinario alla guida dell’Autorità nazionale anticorruzione, cercando di restituire anche all’obiettivo della legalità dignità pari a quello dell’efficacia. In vista dello stesso obiettivo si son mossi la commissione consiliare antimafia del comune di Milano e il comitato di esperti presieduto dal dalla Chiesa. E a dar visibilità all’asse Reggio Calabria- Milano ha contribuito non poco l’operazione Crimine-Infinito condotta con incisività dalle direzioni distrettuali antimafia delle due città, nel luglio del 2011.

Insomma, “si aspettavano un film diverso” gli ‘ndranghetisti, per dirla con le parole del professore. Invece a Milano hanno trovato un fronte istituzionale motivato a contrastare i loro tentativi di infiltrazione nei lavori. Intenzionato a capire, ad analizzare a fondo il problema, a confrontarsi con esperienze di altri enti pubblici, come han fatto i membri del Comitato antimafia, consultando i funzionari della Regione Piemonte, che ha ospitato le Olimpiadi invernali di Torino 2006. “I protocolli di legalità a Torino son serviti per impedire loro di ottenere l’assegnazione degli appalti”, si son sentiti rispondere, “ma non son stati sufficienti per impedire infiltrazioni in subappalti e forniture”. E in effetti così è avvenuto anche a Milano, dove il Comitato ha saputo individuare delle costanti nel modus operandi della ‘ndrangheta, confermate dalle ricostruzioni della magistratura milanese: l’intrusione nei cantieri attraverso forniture alle imprese subappaltatrici; l’esercizio di attività illegali come il traffico illecito di rifiuti, in ore notturne, data l’assenza di controlli; avanzati sistemi di camuffamento (vince una determinata impresa? La ‘ndrangheta la costringe a sostituire i dipendenti della stessa con propri uomini); l’esercizio di autorità di fatto da parte di un capo-cosca, che dà ordini a tutti sul cantiere; la creazione di situazioni di caos strumentale come ritardi, in modo da provocare una domanda di aiuto e facilitazioni, poi prontamente offerte dagli ‘ndranghetisti. Fenomeno, quest’ultimo, che porta a domandarsi ulteriormente chi darà risposta alle imprese dei padiglioni stranieri al bisogno di sbrigare le faccende inerenti all’esercizio dell’impresa (chi entrerà in contatto con loro, offrendosi di procurare loro i contatti per avere ogni fornitura e servizio necessario in un territorio a loro sconosciuto?)

Ora, se nel caso torinese i condizionamenti mafiosi riuscirono a trovare spazio, fu a causa di una mera omissione di controlli burocratici. Non fu la ‘ndrangheta a dettare legge, bensì il sistema burocratico ad essere disorganizzato e debole. Nel caso milanese attuale, al contrario, le porte alla ‘ndrangheta sulla piattaforma Expo e dintorni le ha aperte la corruzione, “vero varco dell’inserimento criminale”. E con essa le debolezze del sistema della Pubblica Amministrazione. Un sistema che ha assunto i volti dell’ “ignoranza, della sottovalutazione, dell’astensione, o addirittura della complicità”. Ha contribuito a spianare la strada alla criminalità organizzata innanzitutto la mancata attuazione dei controlli annunciati, nei primi mesi, (i mesi più delicati, quelli degli sbancamenti!). Poi l’inefficacia dei controlli  programmati, (“perché l’efficacia era l’obiettivo nelle costruzioni, ma non nei controlli”). Si pensi, per esempio, al cosiddetto sistema delle “pese”, strumento di controllo del carico degli autocarri in entrata e in uscita dai cantieri, reso dagli ‘ndranghetisti materialmente inutilizzabile (pur non facendo mancare la puntuale apposizione di stime inventate sul verbale burocratico connesso).

Per non parlare del deficit di trasparenza e dell’opacità della burocrazia che hanno ostacolato i controlli, nonché dei problemi di competenza che li hanno rallentati (basti accennare all’impossibilità iniziale per il personale di polizia locale di accedere ai dati delle forze dell’ordine statali, per cui si è reso necessario l’intervento del Ministro dell’Interno.)

In definitiva, a fronte di un’estrema capacità della criminalità organizzata di sviare l’ostacolo e la regola e di infiltrarsi nei lavori, si è presentata un’Amministrazione debole, ancora lenta ad attivare gli strumenti di contrasto, e permeabile alla corruzione. In forte controtendenza si sta muovendo, tuttavia, l’attività concreta attuale degli organi antimafia del Comune di Milano, dell’Autorità nazionale anticorruzione e della Prefettura di Milano, che ha eseguito finora  già più di quaranta misure interdittive verso imprese riconducibili ad organizzazioni mafiose. Per dirla ,dunque, con le parole di dalla Chiesa “se non riusciremo a bloccarli, certo gli stiamo rendendo la vita difficile!”

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