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Afghanistan: oppio, narcos, “terrorismo” e guerra perenne

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Fonte: Limes

L’Afghanistan è un Paese dove l’assenza di strutture statali forti e solide è quasi da sempre una prerogativa. Inoltre, il suo essere al centro di quella regione nota come Mezzaluna d’oro fa sì che esso sia, ancora oggi, il cuore pulsante della produzione di oppio nella regione.

Ciò che diede avvio allo sviluppo della situazione odierna fu certamente la guerra degli anni ottanta, che sconvolse totalmente l’agricoltura afghana e costrinse molti coltivatori a dirottare le proprie attività verso la produzione di oppio (in quanto garantisce un ottimo rendimento nel rapporto fra guadagno e necessità di cura), favorendo così la nascita di un contesto criminogeno di eccezionale importanza a livello internazionale.

Non si può comunque negare che l’Afghanistan avesse già tradizionalmente una certa produzione propria, come tutti i Paesi della regione. Il primato in questa attività spettava però ai vicini Iran e Pakistan. Furono infatti proprio i loro produttori e trafficanti che videro per primi nella situazione anarchica afghana, anche precedente all’invasione sovietica, un’eccellente opportunità per potervi esportare le coltivazioni di papavero. Tanto più che la presenza di etnie comuni ai Paesi, come quella Pashtun e quella Baluchi, favoriva il trasferimento di coltivazioni da uno Stato all’altro, in quanto si restava sempre sul territorio della stessa popolazione. Certamente, però, prima della guerra la produzione di oppio afghana non poteva foraggiare la rete criminale volta al traffico internazionale di droga come invece fece poi. Infatti, con le prime fasi del conflitto, i terreni coltivati a papavero da oppio si palesarono un po’ ovunque in Afghanistan, facendolo divenire fin da subito un prodotto importante. Fu tuttavia nel corso degli anni ottanta che esso accrebbe la sua incisività. Ciò dipese da diversi fattori: le distruzioni belliche, “l’uscita dal mercato” dei tradizionali produttori dell’area (Iran e Pakistan), le carestie nel “Triangolo d’oro” (Sud Est asiatico) sul finire degli anni settanta e, infine, l’aumento della domanda, soprattutto in Europa.

I traffici che se ne svilupparono furono numerosi e venivano condotti dapprima da faccendieri pakistani, quindi, con il perdurare e l’intensificarsi del conflitto, subentrarono vari “contrabbandieri”, “signori della guerra” o “signori della droga”. Costoro erano infatti in grado di gestire e proteggere, con scorte ben armate, le spedizioni e le vie di transito, che il più delle volte volgevano in direzione del Pakistan, dove erano situati molti dei laboratori che servivano alla trasformazione dell’oppio in morfina base ed eventualmente già in eroina. Nel network, data la presenza di tali strutture sul loro territorio, rimasero quindi coinvolti anche i “drug lords” pakistani. Si formò così una rete organizzata in maniera integrata, che portava dal contadino ai laboratori di raffinazione e trasformazione, fino alle rotte di traffico e distribuzione. Persino le autorità civili e militari, principalmente pakistane, ma non solo, erano spesso coinvolte in questo “circuito criminale”.

Il conflitto degli anni ottanta diede inoltre modo a questi trafficanti di agire praticamente indisturbati su un territorio sconvolto e disastrato, favoriti sia dalla corruzione dilagante, sia dall’assenza di controlli e di frontiere, sia dal fatto che, con i loro mercimoni, essi in parte contribuivano a favorire la lotta dei mujaheddin, a cui talvolta appartenevano. Infatti, molti guerriglieri, afghani e non, entravano in contatto con la droga e col suo smercio. Essi finirono così per costituire una sorta di “criminalità ibrida”, definibile come la presenza di soggetti che sono al contempo guerriglieri impegnati nella lotta per la difesa del proprio Paese e trafficanti di droga.

Questo contesto si presenta comunque, ancora oggi, come vario; infatti le organizzazioni criminali che operavano, e operano, in quest’attività sono diverse. Allo stesso modo i tragitti compiuti per esportare all’estero la droga potevano e possono essere molteplici, con svariati passaggi e differenti rotte, innestate per lo più sulla tradizionale “via della seta”. È perciò bene tracciare quella che è la “tipica filiera” della droga in Afghanistan. Il primo anello è ovviamente il coltivatore, il quale, dopo il raccolto, vende il proprio prodotto al gruppo criminale afghano “ibrido” che controlla il suo territorio. A essi va solo una piccola quota dei proventi. Questa banda afghana fa parte di un’etnia e, grazie a essa, supera senza troppa difficoltà i confini tra Afghanistan e Pakistan. Qui la merce è scambiata dal gruppo “ibrido” con un intermediario, tendenzialmente pakistano, che pagava, e talvolta paga ancora, parte del carico in armi. Egli gira quindi la merce a un altro gruppo che gestisce un laboratorio o provvede lui stesso direttamente a preparare il trasporto. Una volta raffinato, il prodotto viene consegnato a un “signore della droga”, il quale appartiene anch’esso a una qualche etnia, e conduce la merce in Iran e da lì verso l’Europa.

Questo percorso, come detto, può essere diversificato, ma le principali direttrici del traffico internazionale di stupefacenti provenienti dall’Afghanistan erano, e restano tutt’ora, principalmente tre. La prima attraversa l’Iran (Rotta iraniana) e giunge in Europa e negli U.S.A., sia attraverso la Turchia e i Balcani (Rotta balcanica), sia attraverso il Caucaso e il mar Nero (“Rotta caucasica”). La seconda attraversa il Pakistan (Rotta pakistana) e raggiunge il porto di Karachi, dove la merce viene imbarcata e trasportata sia direttamente verso l’Europa e gli Stati Uniti, sia verso l’Africa, da cui segue altre rotte, ma sempre per raggiungere le medesime destinazioni ultime. La terza, la Rotta centrasiatica e russa, prende invece la via del nord e si dirige verso il cuore dei territori dell’ex U.R.S.S. e in parte verso la Cina.

 La varietà della situazione in Afghanistan ha fatto quindi sì che né prima, né durante, né dopo il conflitto, si venisse a creare un’organizzazione criminale ben delineata e forte. Anzi, con la cacciata dei russi, la situazione caotica si aggravò ulteriormente. Infatti il sostentamento delle varie milizie, protagoniste della guerra civile dei primi anni Novanta, non poté che derivare dal denaro proveniente dal traffico di droga. Così le coltivazioni si estesero ulteriormente, aumentando ancora quando i Talebani si imposero su circa il 90% del Paese (la parte Nord era invece controllata dalla cosiddetta “Alleanza del Nord”); tanto che lo stesso regime dei Turbanti Neri fissò persino una tassa sul narcotraffico. Il controllo era tale che anche l’apparente calo del 2001 nella produzione non dipese dalla pressione degli organismi internazionali come l’Undcp (United Nations Drugs Control Program) ma, piuttosto, da una manovra voluta dal regime che prospettava un duplice risultato: da una parte stoccare nei depositi (tanto in Afghanistan, quanto in Turkmenistan e Tagikistan)   gli eccessi del raccolto straordinario degli anni immediatamente precedenti (’99 e 2000) per raffinarlo gradualmente e re-immetterlo nel mercato non appena i prezzi fossero risaliti per una scarsità d’offerta, dall’altra guadagnarsi il plauso della comunità internazionale e ottenere denaro per la lotta alla droga.

Con l’operazione “Enduring Freedom” del 2001, promossa dagli USA per combattere il terrorismo ed il regime dei Talebani, è tornata nuovamente l’instabilità. Grazie alla loro capacità di adattamento alle diverse situazioni, però, i mercanti della droga hanno saputo attrezzarsi adeguandosi alle contingenze senza particolari problematiche. Essi mantengono infatti l’Afghanistan come fulcro nevralgico, soprattutto per quanto concerne la produzione e, anzi, hanno rafforzato il controllo sul territorio; già a partire dai contadini, ai quali fanno credito, acquistando l’oppio prima che venga raccolto, sulla base del prezzo dell’anno precedente. Se il raccolto non dovesse coprire il debito, la differenza viene lasciata; se il raccolto dovesse superare quanto pagato, i compratori pagano la differenza. Così facendo il coltivatore rimane “fidelizzato”. Inoltre l’intensificarsi della produzione ha portato anche a un aumento degli scambi; così che anche nuove rotte o rotte poco utilizzate fino a quel momento iniziano a essere sfruttate, come ad esempio la rotta attraverso l’Africa.

L’inizio dell’invasione americana ha quindi prodotto un impennarsi tanto della produzione di oppio quanto del prezzo, che è cresciuto di circa dieci volte. Il Pentagono aveva infatti da subito dichiarato di non voler promuovere, almeno inizialmente, una guerra all’oppio, in quanto principale fonte di sostentamento per la popolazione e perché l’Alleanza del Nord (principale alleato degli americani contro i Talebani) gestiva una grande fetta del mercato della droga, tra piantagioni, raffinerie e controllo di parte delle rotte.

In tutto ciò, la contingente lotta al “terrorismo” ha fatto sì che questo si associasse maggiormente al traffico di narcotici, ancora in parte gestito dagli stessi Talebani. Assume così importanza il “narco-terrorismo” e, in particolare, il “narco-jihadismo”; cioè quella forma di lotta parallela, irregolare e terroristica di matrice islamica che si procaccia i fondi grazie al traffico delle sostanze stupefacenti.

Infine, va sottolineato che c’è stato un forte limite, oltre ad altri, nel promuovere e monitorare la nascita dello Stato post-talebano: ossia quello di non aver colto, o voluto cogliere, il livello di penetrazione nelle nascenti strutture statuali di poteri forti consolidatisi nel corso del conflitto e delle potenti lobby legate al narcotraffico. Inoltre, oggi ovunque ci siano coltivazioni l’insicurezza aumenta, in quanto non vi è più una forte autorità centrale che gestisca la situazione, com’era comunque quella dei Talebani. Infatti il nuovo Stato supportato dall’Occidente si pone, almeno formalmente, come fortemente contrario alle coltivazioni; senza però offrire alternative adeguate alla popolazione. Anzi, l’azione repressiva condotta dal debole e corrotto Stato afghano è addirittura controproducente. L’estirpazione è infatti veicolo di corruzione. Gli agricoltori devono pagare per non vedersi distrutto il raccolto e persino la droga confiscata viene rivenduta dalla polizia agli stessi trafficanti; senza contare i favoritismi di alcuni funzionari statali verso questi ultimi. La repressione tende poi a colpire solo i coltivatori più poveri, quelli che non possono ricorrere alla corruzione o non hanno protezioni dall’alto; spingendo così chi perde tutto a cercare altre vie, come arruolarsi fra i terroristi. Così la produzione, invece di essere eliminata, si è ulteriormente concentrata in poche mani di uomini potenti a tutti i livelli, creando, come scrive Giuliano Finetto nel suo pezzo Perché non funziona la guerra all’oppio su Limes del 2007 Mai dire guerra, una sorta di struttura mafiosa “intesa come organizzazione per la protezione della produzione di droga in un ambiente criminale”.

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