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‘Ndrangheta moderna. Il nord, i silenzi e i pataccari

di Nando dalla Chiesa

fino mornasco 'ndrangheta nordE ora mettiamoli tutti in fila. A destra le legioni di sindaci, ministri, prefetti, imprenditori e politici di ogni rango che per decenni hanno negato la presenza della mafia in Lombardia. A sinistra le legioni, ugualmente numerose, di altri politici, imprenditori, professionisti, intellettuali e giornalisti che negli ultimi tempi si sono avvicendati su palchi e cattedre e tavole rotonde, per spiegare, da esperti doc, che oggi il “vero mafioso” non è più quello “con la coppola e la lupara” o “che fa i giuramenti di fedeltà a vita”, ma è un professionista raffinato che porta il doppio petto e parla fluentemente l’inglese. Licenziamoli tutti. Perché due cose sappiamo con certezza: che la mafia c’è e che il “vero mafioso” parla giusto il suo dialetto e fa ancora i riti di iniziazione; anzi, ormai li fa anche in Lombardia, dove dovrebbe esprimere la sua faccia moderna e finanziaria.
Se al nord siamo giunti a questo punto è perché ci si è abbeverati di rimozione e di luoghi comuni evitando accuratamente di fare l’unica cosa sensata da fare quando si ha un nemico davanti: studiarlo, conoscerlo. Molto tempo fa, negli anni ottanta, ci fu in Brianza un bravo sindaco, si chiamava Erminio Barzaghi, che mobilitava i  propri concittadini di Giussano e decine di colleghi contro le organizzazioni mafiose; avviate, un sequestro di persona dopo l’altro, un compiacente invio al confino dopo l’altro, una bomba dopo l’altra, a “cucinarsi” una delle aree più ricche del paese. Non era un mafiologo, Barzaghi. Ma da amministratore responsabile capì decenni fa quel che ancora tanti amministratori del nord (leghisti compresi) si ostinano a non capire. Che “l’avvenire nostro e dei nostri figli” (così si espresse quel sindaco in un discorso) è in pericolo, perché il peggio del sud si sposa ormai con il peggio del nord. Sembra incredibile che le decine di processi celebrati dagli anni novanta a oggi, le denunce documentate prodotte da minoranze, spesso esigue, della società civile, non siano riusciti a cambiare nulla o quasi nella testa della classe dirigente settentrionale. La quale, nel migliore dei casi, da qualche tempo fa dibattiti e si interroga. E tuttavia abdica alla sua funzione: nulla facendo perché la politica, le associazioni imprenditoriali e di categoria, gli ordini professionali, la stessa magistratura (basti pensare alla lunghissima impunità giudiziaria ligure), assumano posizioni coerenti nei fatti, invece di accontentarsi di protocolli e di codici etici mai rispettati.

Si è affermata, chissà perché, l’idea che al nord la mafia (includendo nel termine tutte le forme possibili di organizzazione mafiosa, a partire da quella ormai dominante, la ‘ndrangheta) al massimo ricicli i soldi, ma non “faccia” davvero la mafia. E’ la versione aggiornata della Rimozione. Frutto della stessa sciagurata convinzione che porta tante corti giudicanti, del tutto a digiuno di studi e conoscenze sul fenomeno mafioso, a mandare assolti fior di clan dall’imputazione di 416 bis. Certo, è la motivazione, chi nega che siano al nord, e d’altronde dove dovrebbero investire i soldi? ma qui fanno affari, non commettono il reato di associazione mafiosa. Un giorno, quando sollevai questo problema alla Scuola Superiore della Magistratura, un sostituto procuratore mi confidò durante un intervallo: “Io sono dovuto andare in Sicilia per vedere condannati per associazione mafiosa determinati comportamenti. Finché ero in Piemonte, con quegli stessi esatti comportamenti non ci riuscivo”. Perché, appunto, “al nord fanno cose più rispettabili”.
E invece mettono bombe, incendiano, fanno estorsioni, uccidono, fanno riti di affiliazione, intimidiscono e terrorizzano testimoni, corrompono politici e pubblici funzionari, raccolgono voti, fanno prestito a usura, impongono servizi e forniture, smaltiscono rifiuti tossici, dettano piani regolatori.
Quando la finiremo dunque di auto-immaginarci che cosa fa davvero la mafia nelle contrade settentrionali? Quando riusciremo a convincerci che passo dopo passo i clan, quelli calabresi soprattutto, si stanno impadronendo di pezzi di economia e di società del nord, specie nel nord-ovest e nell’Emilia Romagna, con la complicità di una zona grigia che ha le sue propaggini ovunque? Che le situazioni di Milano, Monza-Brianza, Torino e ponente ligure sono da allarme rosso, e che tutto quello che sembrava infiacchito, o addirittura scomparso, continua a covare sotto la cenere, vedi i casi di Lecco e di Fino Mornasco?

Da Il Fatto Quotidiano, 21/11/2014

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