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A pranzo con padre Solalinde

Padre-Solalinde Esce dalla Basilica di Santo Stefano come un turista qualunque, viso umile e sorridente, mano sinistra impegnata a portare la sua giacca e braccio destro pieno di buste colme di agende e libri. Ma lui non è uno qualunque. È Padre Alejandro Solalinde, un eroe dei tempi moderni. Oltre ad essere coordinatore del “Centro Pastoral de Movilidad Humana Pacífico Sur”, il 27 febbraio del 2007 fondò il rifugiò per i migranti “Hermanos en el Camino” a Ixtepec, nello stato messicano di Oaxaca. Il rifugio sorge a pochi metri dai binari che portano migliaia di migranti centroamericani dal sud del Messico verso il tanto agognato confine statunitense, l’ultima tappa per una vita migliore. Da quel giorno Padre Solalinde non è diventato solo un uomo che fa del bene al prossimo, fornendo ai migranti cibo, acqua e un posto in cui dormire. È diventato l’incarnazione umana dell’ultima parte buona di Messico. Difensore dei diritti dei migranti, la sua figura è ormai divenuta pubblica perché ha il ‘vizietto’ di denunciare la violenza dei narcos e la connivenza di pezzi dello stato. È uno che parla chiaro, e chi parla chiaro in Messico molto spesso non vive a lungo. In numerose interviste presenti sul web, Padre Solalinde afferma che in realtà non ha paura della morte, e quella serenità si può leggerla nei suoi occhi scuri.

Ho la fortuna di incontrarlo in una cupa giornata milanese, in occasione della penultima tappa della Carovana dei Migranti, iniziata il 22 novembre a Lampedusa e conclusasi il 6 dicembre a Torino. A Milano, la giornata del 4 dicembre prevede nel pomeriggio un incontro presso l’Università degli Studi organizzato da CROSS, l’Osservatorio sulla Criminalità Organizzata di Milano, insieme all’associazione Soleterre e ad Amnesty International. Il titolo, ambizioso e affascinante, è “Migrazione e criminalità organizzata in Messico, tragedia umanitaria tra indifferenza delle istituzioni, traffico e tratta di persone”. All’evento è intervenuto anche Padre Solalinde.
Prima di dirigersi in Università, gli organizzatori della Carovana, padre Solalinde e altri ospiti decidono di sostare in una pizzeria del centro, e grazie a Valentina di Soleterre, ottengo anche io un posticino a tavola. Senza nemmeno accorgermene siedo vicino a due pilastri della resistenza civile alla narcoguerra messicana: alla mia destra c’è padre Solalinde, mentre davanti siede Sorella Leticia Gutierrez, direttrice dell’associazione SMR Scalabrinianas “Misión para Migrantes y Refugiados” e membro dell’associazione Padre José Marchetti. Anche Leticia Gutierrez ha dedicato tutta la sua vita ai migranti, diventando un punto fermo per tutti coloro che difendono quotidianamente i diritti umani delle persone che migrano.

Padre Solalinde inizia raccontandomi il ruolo che la fede ha avuto in questa sua scelta: “è la fede in Cristo che mi insegnò ad amare la gente e i migranti. Nel mio percorso ho trovato disumanizzazione, mercificazione dell’essere umano. I migranti sono solo mercanzia per il crimine organizzato”. Ed è proprio per questo che l’attività della casa di rifugio è decisamente scomoda per chi vuole lucrare sulla pelle dei migranti. L’Albergue è perennemente minacciato dalla criminalità organizzata e da funzionari pubblici corrotti, perché sottrae la “merce” e dunque il denaro.  Dando ai migranti un posto in cui dormire e rifocillarsi padre Solalinde e i suoi volontari diventano i nemici principali di chi sfrutta l’impotenza e la fragilità delle molte persone ‘in viaggio’. Non vengono solo sfruttate; spesso anche derubate, vendute. Oggi infatti il business della tratta è il terzo introito per la criminalità organizzata messicana, dietro solo al traffico di droga e di armi. Questa attività frutta ai cartelli messicani, che stanno soppiantando i gruppi minori, un cifra che si aggira attorno ai 10 miliardi di dollari l’anno.

Parlando di connivenza tra crimine e politica, non posso esimermi dal chiedergli come la pensi riguardo ai 43 studenti scomparsi. Senza giri di parole, come nel suo stile, mi risponde deciso: “è un crimine di stato”. Ricordandomi che Enrique Peña Neto, oltre che essere il Presidente della Repubblica messicana è anche comandante supremo dell’esercito, Solalinde continua chiarendo che “l’esercito era a 300 metri dal luogo in cui è avvenuto il fatto, dunque il capo dell’esercito non poteva non sapere.” Evidenzia anche che “si tratta di crimine di stato perché il mandante è un sindaco, e chi ha eseguito gli ordini è la polizia”. L’indignazione per quanto accaduto ad Iguala ai 43 studenti ha ampiamente varcato i confini messicani, ma è proprio all’interno di quei confini che la società civile deve prendere in mano la situazione: “una coscienza civile in Messico si sta formando solo adesso, siamo stati per troppo tempo abituati alla violenza, ma adesso la gente si sta svegliando”. Ed in questo ritardo, anche la Chiesa Cattolica messicana ha avuto le sue colpe: “la Chiesa non ha fatto quello che doveva fare, non ha educato e non è stata a livello della gente”.
Prima di finire l’ultimo boccone dico la mia, sempre in uno spagnolo approssimativo: “forse l’indignazione internazionale può essere la chiave per un cambio di rotta in Messico, il paese non può permettersi un’immagine così negativa, per l’economia.  Ad esempio la Germania è il secondo investitore in Messico”. Lui mi guarda, annuisce e continua “La Germania ha 900 imprese in Messico, ma non dice nulla”. Torna un refrain già sentito dunque, diritti e giustizia piegati di fronte al dio denaro. Investitori stranieri a cui interessa la sicurezza delle proprie imprese e governo messicano che cerca di vestirsi da gala per attrarne di nuovi.

Dopo il pranzo, il gruppo al completo si avvia verso l’Università in anticipo perchè padre Solalinde avrà di lì a poco un’intervista già programmata. Dunque a me non resta che tampinarlo ancora lungo il tragitto. Mi faccio dare qualche numero e contatto utile per approfondire le vicende messicane e quasi in prossimità dell’Università mi dice che se volessi andare a trovarlo ci sarebbe posto anche per me. Non ha freni la bontà di uomo che rischia la vita ogni giorno, senza ricevere in cambio nulla, se non la gratitudine dei suoi migranti e la stima di chi come lui si batte per i diritti umani e per la giustizia. La mattina stessa, sempre a Milano, l’Università degli Studi conferiva a tre preti di strada, don Luigi Ciotti, don Colmegna e don Rigoldi una laurea honoris causa in comunicazione pubblica. Preti, uomini, che con la parola sfidano emarginazione, povertà, mafie e problemi molto più grandi di loro, ma che, grazie ad un impegno costante ed assiduo, fanno sembrare un po’ più piccoli. Oggi me l’ha ricordato una pizza con Padre Solalinde, la parte buona da cui il Messico deve ripartire.

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