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Mafia Capitale: la grande amarezza

Con l’operazione Mafia Capitale si delineano i tratti di una mafia autoctona, “originaria e originale”, per citare il procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone. Ma è tardi per meravigliarsi: i segnali si registrano da tempo e da tempo associazioni locali e alcuni giornalisti, per questo minacciati, li vanno denunciando.

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Proprio nei giorni in cui l’Italia viene classificata come il paese più corrotto d’Europa, secondo il ventesimo rapporto di Transparency International, balza alle cronache l’ennesimo caso di corruzione, malaffare e mafia.
Dell’inchiesta su “Mafia Capitale”, l’organizzazione criminale infiltrata nel potere romano, si è letto e sentito molto; ma che cos’è uscito dalle millecentoventitré pagine del fascicolo della Procura?

Al centro della vicenda c’è Massimo Carminati, ex camerata della banda della Magliana e ora vero e proprio boss di “Mafia Capitale”. “Er Cecato” (questo il soprannome di Carminati, per via del suo incidente all’occhio durante una sparatoria) viene definito da Lirio Abbate su L’Espresso come un «manager che ha costruito il suo potere dominando quello che chiamava “il mondo di mezzo”: la sterminata zona grigia che unisce il palazzo alla strada, quella dove – si vantava – comandava lui». L’ossatura dell’inchiesta – chiamata, appunto, “Mondo di mezzo” – è rappresentata dalle parole registrate dalle microspie delle intercettazioni ambientali. Carminati è stato infatti ascoltato dal Ros del generale Mario Parente mentre reclutava i suoi ‘soldati’ e illustrava le sue strategie mafiose indicando, si legge sempre su L’Espresso, «i politici collusi e i pubblici ufficiali corrotti».  Gli investigatori hanno sequestrato beni per un valore complessivo di duecentodieci milioni di euro, ma pare non vogliano fermarsi qui. Le indagini stanno infatti seguendo la pista di Londra, considerato possibile luogo di rifugio di ex camerati nonché di tesori e investimenti immobiliari probabilmente effettuati in passato da “Er Cecato” tramite il suo complice Fabrizio Testa e grazie all’aiuto di Vittorio Spadavecchia, veterano dei neofascisti londinesi.

Braccio destro di Carminati è Salvatore Buzzi, alle spalle un passato nell’estrema sinistra e una condanna definitiva per omicidio (nel 1980) e oggi al comando della cooperativa 29 giugno, raggruppamento di cooperative composte da ex detenuti che operano nel sociale. Un tempo estrema destra ed estrema sinistra erano irriducibili avversari , ora fanno affari insieme. E a spiegarlo è lo stesso Giuseppe Pignatone, coordinatore, insieme a Michele Prestipino, dell’inchiesta condotta da Paolo Ielo, Giuseppe Cascini e Luca Tescaroli. «Buzzi – dice Pignatone – gestiva per l’organizzazione criminale appalti delle aziende municipalizzate e del Comune di Roma».

Il filone di indagine colpisce anche esponenti politici, proprio coloro che Carminati citava serenamente nelle intercettazioni ambientali. Negli anni in cui il sindaco era Gianni Alemanno, anch’egli indagato, Carminati era riuscito a inserire uomini di fiducia in diverse municipalizzate come l’Ama, struttura dei rifiuti, o l’Ente per l’edilizia Eur. Nel polverone giudiziario è finito anche il Partito Democratico; sotto inchiesta ci sono infatti anche l’assessore Daniele Ozzimo e il presidente dell’assemblea Mirko Coratti, che si sono dimessi. Anche per questo, il PD capitolino è stato commissariato, mentre la regione Lazio ha bloccato tutte le gare d’appalto.

Ma non è finita qui. Nell’indagine spunta anche il nome di Luca Odevaine, ex braccio destro di Walter Veltroni e ora incaricato di indirizzare profughi e immigrati nelle cooperative gestite dai soliti noti. Non più droga, quindi, al centro degli affari criminali, ma la gestione dei migranti i quali, ascoltando le parole di Buzzi, «Valgono più della droga».

Infine c’è il cosiddetto “terzo livello”, ovvero imprenditori, medici, commercialisti e istituzioni statali che garantivano il funzionamento di questi affari illeciti. A spiegarlo è Michele Prestipino, il quale ha detto: «Le indagini hanno consegnato una fotografia preoccupante, perché sovrapponibile al modus operandi delle mafie tradizionali nel rapporto con gli imprenditori, che si rivolgono all’organizzazione per avere protezione dall’aggressione della malavita predatoria. Di fronte a questa richiesta scatta la tutela dell’organizzazione mafiosa e, a fronte della protezione accordata, l’organizzazione non chiede soldi, ma di entrare in affari con l’impresa. E ci riesce ottenendo un punto di riferimento imprenditoriale, facce pulite attraverso cui realizzare i propri interessi criminali».

Al momento 100 sono gli indagati e 37 le ordinanze d’arresto effettuate. C’è chi chiede lo scioglimento per mafia del Comune romano, chi invoca che vengano fatti processi «al più presto», chi afferma che «la Capitale è pulita». Quel che è certo è che se il regista Paolo Sorrentino avesse posticipato di qualche mese l’uscita del suo film “La Grande Bellezza”, avrebbe cambiato titolo: perché adesso a Roma, di grande, c’è solo l’amarezza.

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