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Il vento del cambiamento: sulle terre di Gomorra, dopo Gomorra

11069942_1408265989487571_9127156709480310544_n“In terra di Gomorra, dopo Gomorra”.  È un titolo forte, pungente, quello assegnato alla quarta edizione dell’Università Itinerante che si è svolta tra Napoli e la Provincia di Caserta dal 12 al 15 marzo. Un titolo che porta il peso degli anni in cui Scampia, Casal di Principe, Secondigliano, Castel Volturno si identificavano come la patria di Gomorra. Luoghi di morte, disperazione e criminalità. Luoghi entrati nell’immaginario collettivo grazie al libro di Roberto Saviano, da cui sono tratti il film di Matteo Garrone e poi la serie tv prodotta da Sky e Cattleya. Persone e storie filtrate da cinema e televisione, consegnate ad uno spettatore inerme ed impaurito, tanto che quando decisi di partecipare a questo viaggio in molti mi dissero “auguri!”.Il viaggio si è invece rivelato incredibilmente bello e intenso.

 Quest’anno la principale novità del progetto dell’Università Itinerante è la composizione degli studenti, più eterogenea rispetto al solito. Oltre al blocco dell’Università di Milano, composto da ragazzi già laureati e da altri solo all’inizio del proprio percorso, si sono aggiunti due ragazzi di Padova e altri di Berlino. Provenienza diversa, unico obiettivo. Essere osservatori partecipanti ed attenti dei volti e delle storie che stanno cambiando Scampia e la provincia di Caserta, prima roccaforte del clan dei casalesi, ora laboratorio sociale fatto da persone che non si sono mai arrese. Ad accompagnare e guidare il viaggio si sono alternati con entusiasmo Gianni Solino, referente di Libera Caserta, Francesco Diana, della Rete Economia Sociale (RES) e Valerio Taglione, del comitato don Peppe Diana. Storie di coraggio, resistenza e intraprendenza quelle che vengono raccontate agli studenti sempre visibilmente rapiti. Storie come quella dei ragazzi del comitato le Vele, che videro i propri padri lottare per l’assegnazione delle case popolari nel quartiere napoletano di Scampia, ma che ora, dopo 30 anni, lottano per abbatterle. Abbattere non solo un’architettura indecorosa, ma anche i pregiudizi sui cittadini che vi abitano. Provare a riqualificare un quartiere che sta comunque già vivendo interessanti esperimenti come il laboratorio teatrale voluto da Ciro Corona, presidente di (R)esistenza, associazione che opera nella zona per dare un’alternativa ai ragazzi del quartiere, spesso reclutati giovanissimi nelle fila della camorra. Non si è arreso mai nemmeno Raffaele Sardo, onnipresente compagno di viaggio e punto focale dell’informazione giornalistica nella zona. Come spiega il professore Nando dalla Chiesa, Sardo è “il” giornalista della provincia di Caserta. Ha tessuto informazione sulla camorra passo dopo passo, ricostruendo un potere che ha devastato e cambiato la fisionomia di queste terre. Quando descrive ai ragazzi la storia della camorra, le date che i ragazzi non potranno più scordarsi sono almeno quattro: il 23 novembre 1980; il 2 luglio 1982; il 19 marzo 1994 ed infine il 16 maggio 2008. Su questi quattro giorni sono articolati gli ultimi 30-35 anni di camorra. Dal terremoto dell’Irpinia, i cui soldi per la ricostruzione furono intercettati dai clan grazie a politica e imprenditoria corrotta, all’omicidio del giovane carabiniere Salvatore Nuvoletta, ucciso da sicari che scelsero lui per vendicare la morte di Mario Schiavone, legato al clan di Antonio Bardellino. Passando per la morte di don Peppe Diana, vittima sacrificale del potere mafioso e ora simbolo della rinascita di queste terre; e per finire nel 2008 con la morte di Domenico Noviello, imprenditore che non pagò il pizzo e che venne lasciato solo, preda delle ritorsioni dei clan. Ventisei anni di “dittatura camorristica” che hanno spolpato un territorio fertile a suon di cemento, rubando ai giovani il futuro e agli adulti la sicurezza. Il triangolo d’oro fatto da camorra, mala politica e imprenditoria assetata hanno ridotto la conurbazione Napoli-Caserta (una delle più estese e densamente popolate d’Italia) un territorio fatto di cemento, abusivismo edilizio, abbandono e tristezza. Lo racconta chiaramente Renato Natale, sindaco-medico di Casal di Principe, che con il suo impegno civile cerca di curare i propri pazienti, i cittadini. Spazzare via il potere dei clan vuol dire tappare le buche per strada, ridare illuminazione alle vie della città, creare giardini dove i bambini possano correre. Suo scopo ultimo è consegnare uno spicchio di felicità a quella gente che ha visto morire sotto i propri occhi parenti e amici e che ora cerca la rinascita. Rinascita di un popolo che prova a ricostruire la propria identità svestendosi dagli abiti della violenza e della morte, per vestire quelli più caldi della speranza e della vita.

Svestirsi di quei panni vuol dire partire dal basso, dalla scuola, dall’educazione. Un pezzo fondamentale di resistenza si è costruito proprio a partire da maestri e professori-eroi che trasferiscono la propria forza agli studenti ogni giorno. Come la professoressa del Liceo Scientifico “E.G. Segrè’” di San Cipriano d’Aversa, che in poche parole trasferisce lo spirito di una battaglia senza quartiere, esclamando chiaramente che se le chiudono l’aula dove parlare, allora lei e i suoi studenti faranno la riunione in corridoio. Riappropriarsi degli spazi, sottrarre pezzi di territorio, portare la gente dalla propria parte. È quello che da molti anni fa Simmaco Perillo, che con la sua cooperativa “Al di là dei sogni” gestisce 17 ettari di terreno prima appartenenti ad un clan di Afragola. I suoi occhi pieni di energia raccontano da soli una storia che può essere elevata a simbolo di questa edizione di Università Itinerante. Nel bene confiscato di Sessa Aurunca, dedicato ad Alberto Varone, Simmaco dà lavoro a molte persone svantaggiate, emarginate ed escluse. Nell’impianto presente nel bene vengono trasformati i prodotti agricoli a marchio N.C.O. (Nuova Cooperazione Organizzata) che saranno poi inseriti nel progetto “facciamo un pacco alla camorra”.

10420218_878663682157026_7370732747654093813_nSi gioca dunque sul nome per riaffermare la propria identità: se prima NCO era la Nuova Camorra Organizzata di Cutolo oggi è la Nuova Cooperazione Organizzata. Ma è anche la Nuova Cucina Organizzata, dove a pranzo i ragazzi e gli accompagnatori dell’Università Itinerante hanno potuto apprezzare le delizie locali provenienti da quelle terre ora libere. Beni confiscati che da luoghi privati e sporchi si tramutano in luoghi di vita pubblica e imprenditorialità pulita. Lo dimostra Roberto della Cooperativa “Le Terre di don Peppe Diana-Libera Terra” che produce e commercializza, soprattutto in Lombardia, la mozzarella di bufala. Lo spiegano orgogliose le ragazze che gestiscono “Casa di Alice”, prima dimora della boss Pupetta Maresca, oggi fantastica sartoria sociale che con il marchio Made in Castel Volturno unisce lo stile italiano a quello africano. Ma non solo. Casa di Alice rappresenta uno dei pochi luoghi nella città dove la diversità non conta, un luogo di integrazione, dove i migranti diventano da male assoluto a preziosa e laboriosa risorsa. A Castel Volturno esistono 111 beni confiscati su una popolazione di 24 mila abitanti: 217 persone per ogni bene confiscato significa che la presenza della criminalità organizzata nella zona toglieva il fiato. Forse toglie il fiato tuttora dato che in questi territori in molti si piegano ancora alle richieste estorsive dei clan, anche se la consapevolezza è molto più forte dopo la morte di Domenico Noviello nel 2008. Lo racconta rammaricato Luigi, il proprietario del pub Bambusa, che insieme a molti altri colleghi formano l’associazione antiracket di Castel Volturno. Domenico fu lasciato solo, e per questo morì. Non cedette un passo di fronte alle estorsioni nemmeno Antonio Picascia della CLEPRIN, azienda chimica di successo che dava troppo fastidio a chi comandava nella zona di Sessa Aurunca

Dalla voglia di cambiare nascono tante altre storie incredibili fatte di volontà e forza. Come quella che guida i ragazzi che gestiscono il bene di via Ruffini a Casal di Principe, che bucando le pareti dell’edificio invitano i propri concittadini a buttarvisi dentro, in progetti di professionalizzazione coraggiosi, come una web radio o un’agenzia di comunicazione sociale (ETIKET). Oppure la casa di Francesco Schiavone Sandokan prima bunker del clan, oggi centro per l’assistenza ai bambini affetti da autismo. Ma a toccare le viscere sono le vicende strazianti di chi ha perso qualcuno di caro per colpa della camorra. Al cimitero di Casal di Principe i familiari delle vittime innocenti raccontano la brutalità della violenza dei clan. Figli e fratelli che si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ma soprattutto di fronte alle persone sbagliate. Immedesimarsi in quei volti, in quelle lacrime non è facile. È però necessario fare nostre queste storie e condividerne il peso, così che non siano solo i familiari a portarne il fardello per una vita intera. Come nostri devono essere gli occhi di Augusto Di Meo, testimone mai riconosciuto dallo stato. Fu lui che vide l’omicida del suo amico Peppe Diana, denunciandolo senza pensarci due volte. Vicende ricordate e poi dimenticate, raccontate e poi rimaste a lato della storia, come se fossero una triste comparsa. A portarne il peso dobbiamo essere noi tutti, perché quello che viviamo non resti polvere negli angoli di una stanza in cui banchettano sempre i soliti, in cui a fare la “storia che conta” siano sempre e solo gli stessi. Come quelli che vengono a salutare la dolce mamma di don Peppe Diana e poi se ne dimenticano quando le cose importanti da fare sono altre.

 Ridare la vita in luoghi in cui è stata decisa la morte. Riaffermare con prepotenza che “casalesi” sono i cittadini di Casal di Principe e non il nome di un clan. Che Scampia non è la fogna della società ma un laboratorio di ricchezza e di speranza. È quello che stanno provando a fare le realtà sociali che i ragazzi dell’Università Itinerante hanno potuto apprezzare in questi giorni. Istituzionalizzare il cambiamento, renderlo immortale. Un cambiamento difficoltoso, pieno di resistenze, di buche da riempire, di sorrisi da riconquistare. E questo lo si può fare non lasciando sole queste terre, come fanno i ragazzi di Libera che ogni anno vengono a fare i campi estivi. O come hanno appena fatto i giovani dell’Università Itinerante ballando la tarantella insieme alla gente di Cellole.Solo con uno sforzo collettivo le strade che stanno tracciando queste magnifiche realtà potranno diventare le uniche vie percorribili. Il vento del cambiamento sta segnando tutti: le terre di Gomorra stanno diventando una volta per tutte le terre di Don Peppe Diana.

Tante foto del viaggio: qui, quiqui  e qui

E qui il blog degli studenti del liceo Segrè, che ci ha accolto

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