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Libera le Tesi, #1: la ‘ndrangheta in Lombardia

10517562_894362123920515_8039737190523241690_nA Milano sembra già estate, e questa sera siamo nel centro storico della città, ospiti della Casa della Cultura: un’Associazione Culturale nata nel 1946, fondata da Ferruccio Parri, Antonio Banfi e Elio Vittorini. Siamo qui perché il presidio Unilibera Milano ha organizzato la prima di due serate dedicate alle tesi dei laureati in Sociologia della Criminalità Organizzata, il corso ideato da Nando dalla Chiesa all’interno della Facoltà di Scienze Politiche di Milano. Questa sera si parla di criminalità organizzata in Lombardia e a parlarcene sono tre ragazzi che hanno dedicato la loro tesi di laurea – tre studi di comunità – a questo tema: Eleonora Cusin ha analizzato il caso di Bollate, Samuele Ghiozzi quello di Giussano, mentre Simone Crinò ha studiato la situazione della città di Seregno. Insieme a loro il dottor Alberto Nobili, procuratore aggiunto presso il tribunale di Milano e la dottoressa Martina Panzarasa, cultrice del suddetto corso di Sociologia della Criminalità Organizzata; il tutto moderato da un membro proprio di Unilibera, Mattia Mercuri.

“Nel 2015 non può più essere ammessa ignoranza su casi come Impastato e La Torre”: con queste parole Gianmarco Crescentini, referente del presidio Unilibera Ondantimafiosa, introduce la serata aggiungendo che “è fondamentale sapere cosa succede nelle nostre città”.

Modelli di insediamento delle organizzazioni ‘ndranghetiste in provincia di Milano. Il caso di Bollate
Iniziamo quindi con il caso di Bollate, raccontato da Eleonora. A Bollate abbiamo due famiglie mafiose: i Mandalari e gli Ascone, i primi insediatisi nel ’62, i secondi nel ’70. Le due famiglie si distinguono sia per il luogo di insediamento che per gli affari di cui si occupano: i Mandalari si insediano a Cassina Nova e, con una logica di appartenenza, si occupano di edilizia e movimento terra; gli Ascone invece si insediano nella cittadina di Baranzate e trattano principalmente il traffico di stupefacenti. La particolarità del caso bollatese sta nel fatto che nella stessa città del nord si sono insediate due famiglie provenienti da due diversi centri della Calabria. Generalmente il rapporto è uno a uno. Eleonora, in conclusione, fa notare che il “processo Infinito” è in realtà la punta di un iceberg e che oggi abbiamo nuovi campanelli d’allarme, come l’operazione “Piazza Pulita” che ha portato all’arresto di  una banda di 13 giovanissimi spacciatori di cocaina, i quali smerciavano fino a 150 grammi di sostanza al giorno per un ricavo di 12.000 euro.

La ‘ndrangheta come agente di trasformazione. Uno studio di comunità: il caso di Giussano Brianza
La parola passa a Samuele, che si è concentrato sul caso brianzolo di Giussano. La sua è principalmente una critica alla società settentrionale e al comune sentimento de “la mafia al nord non esiste”. Secondo lui, però, esistono degli esempi positivi che vanno conosciuti e studiati, e uno di questi è proprio legato alla città di Giussano: quello di Erminio Barzaghi, sindaco dal 1975 al 1990. Barzaghi fu molto attivo nella lotta alla mafia e, proprio nella stagione dei sequestri di persona, organizzò persino una fiaccolata di denuncia che coinvolse miglia di persone insieme trenta sindaci brianzoli. Barzaghi mise in piedi anche un comitato permanente che si riuniva regolarmente per fare un resoconto sulla situazione della criminalità organizzata sul territorio. Nonostante la lotta iniziata dall’ex sindaco, la ‘ndrangheta ha comunque messo le sue radici; Giussano è infatti uno dei centri colpiti dall’Operazione Infinito del luglio 2010.

La penetrazione della ‘ndrangheta in Lombardia. Il caso di Seregno
Nel terzo intervento si parla di Seregno, e Simone sottolinea come il razzismo sia un fenomeno che avrebbe una sua diffusione nella città e che, come forma di diffidenza, potrebbe avere in qualche modo avvantaggiato l’ingresso della criminalità. Una doppia faccia del razzismo, secondo Simone, perché Seregno ha ostacolato l’integrazione dell’immigrato in difficoltà, ma onesto, e avvantaggiato quella dell’immigrato che portava denaro. In questo modo, l’immigrato male accolto dagli abitanti di Seregno, ma onesto e in cerca di un lavoro, è stato invece “abbandonato” nelle mani dall’immigrato “ricco” e criminale. L’uomo di ‘ndrangheta che non si cura di assumere con contratti in regola. Protagonista della vicenda seregnese è il clan Mancuso, al quale hanno scoperto nel 2006 un deposito di armi e un forte collegamento con il cartello colombiano di Medellin. Collegamento, quest’ultimo, che sussisteva grazie all’alto consumo di cocaina nella zona. Simone racconta anche di uno scontro tra il clan di Seregno e quello di Giussano, uno scontro tra coloro che si sentivano più fedeli alla casa madre calabrese e chi, invece, aveva cercato di staccarsi da essa per creare una “ secessionista ‘ndrangheta lombarda”.

Dopo l’esposizione delle tesi arriva il momento d’intervento per gli altri ospiti. La prima a prendere parola è Martina Panzarasa, tra le altre cose coautrice con Nando dalla Chiesa del libro “Buccinasco”, che risponde alla domanda di Mattia Mercuri su cosa sia una Locale di ‘ndrangheta. Questa Locale è un’unità organizzativa che fa riferimento alla casa madre in Calabria e, in questi casi, gestisce le attività criminali al Nord. In Lombardia le locali hanno acquisito talmente tanto potere che alcune hanno tentato, fallendo, una secessione da quelle della casa madre calabrese; questo ci fa capire quanto ancora oggi il centro rimane sempre la Calabria. Prima di chiudere, anche Martina Panzarasa, come Samuele Ghiozzi, ci tiene a sottolineare come le storie di mafia diano risalto a importanti storie di antimafia.

La parola passa quindi ad Alberto Nobili, procuratore aggiunto presso il Tribunale di Milano. Nobili sembra quasi commosso nel vedere tanta partecipazione, ascolto e interesse; allo stesso tempo però prova rammarico per l’evidenza e la consapevolezza della situazione, rammarico per l’ignoranza e la malafede di chi ha respinto l’idea della presenza mafiosa al nord. Nel ’77 nella Lombardia Occidentale (l’area milanese, giuridicamente parlando) ci furono 33 sequestri di persona: era quindi già evidente allora la presenza di una criminalità organizzata complessa e non casuale. Nobili ricorda il caso di Cesare Casella, tenuto sotto sequestro per due anni in Aspromonte. L’errore, dice, è stato quello di non aver saputo identificare le mafie come un’epidemia che, se non si conosce, non si può neanche individuare gli antidoti per eliminarla. Un momento  spartiacque dell’impegno collettivo contro la mafia è rappresentato dagli anni delle stragi, il biennio ’92-’93; in questo clima nacque il processo Nord-Sud al quale lavorò lo stesso Nobili.
A ventitré anni di distanza siamo qua a parlare non di una storia passata, ma di un pericolo attuale: la mafia, dopo le stragi, ha capito che fare tutto quel rumore avrebbe portato ad una reazione, e ha cambiato strategia. Profilo basso, meno visibilità. Nobili ci fa notare come in campagna elettorale sentiamo tanto parlare del problema sicurezza, dei campi rom, ecc.: un “depistaggio culturale” alimentato dalla malafede che favorisce le organizzazioni criminali.

Tra le varie domande, poste sia dal pubblico che dai relatori, una in particolare ha catturato l’attenzione: quanto il soggiorno obbligato abbia influito sull’infiltrazione mafiosa al nord. Non molto, a quanto dicono sia gli studiosi che hanno presentato la loro tesi, che Nobili e Panzarasa. Il caso di Buccinasco, poi, insegna proprio che la conquista può avvenire anche senza soggiornante. Quello del soggiorno obbligato è un falso mito negativo. Le zone del nord sono state colonizzate prima con la paura e poi attraverso il consenso. In conclusione, Nobili ci ricorda cosa faccia veramente paura alla mafia. Non è il carcere, che anzi viene messo in preventivo. Ciò che fa davvero paura sono le Istituzioni e la cultura, cultura intesa come informazione, rispetto delle regole, orgoglio, coraggio e senso di appartenenza. Soprattutto, ci incoraggia a provare il gusto della legalità.  E mentre Nobili saluta sperando di rivedersi per parlare di quando c’era la mafia al nord, noi ricordiamo il secondo appuntamento del progetto “Libera le tesi”: mercoledì 22 aprile alle 18.30 alla Casa dei Diritti, in Via de Amicis 10 a Milano per parlare del movimento antimafia in Lombardia.

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