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Pio La Torre, storia di una vittima dimenticata

di Adelia Pantano

“Ho compiuto cinquantacinque anni nel 2011. L’età che mio padre non ha raggiunto.” Con queste parole Franco La Torre apre “Sulle ginocchia. Pio La Torre, una storia”, il libro che ripercorre la vita pubblica e soprattutto privata di un uomo che ha cambiato la storia legislativa della lotta alla mafia. A distanza di trentatré anni, il figlio Franco ha deciso di raccontare suo padre, insieme alla giornalista Raffaella Calandra nella seconda serata del festival Trame in corso in questi giorni a Lamezia Terme.
La voglia di raccontare la storia di suo padre è iniziata qualche anno fa, in concomitanza con il trentesimo anniversario della sua morte: “Gli anniversari tondi stimolano i sentimenti e la voglia di ricordare. Per me si trattava di vincere le mie stesse resistenze, alimentate da un senso di riservatezza”.

Pio La Torre ci ha lasciato un’eredità immensa. Era il settembre del 1982, quando a pochi mesi dalla sua morte e a pochissimi giorni dall’omicidio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, viene approvata la legge Rognoni-La Torre che per la prima volta introduce il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso e la confisca dei beni. Una legge nata da un’intuizione lungimirante e da una vita vissuta in Sicilia, con tutte le sue contraddizioni.
Pio La Torre era nato nella provincia di Palermo negli anni tra le due guerre, da una famiglia umile e povera. Sin da piccolo voleva andare a scuola: “Anche mia nonna lo convinse che lo studio era l’unico modo per non abbandonarsi a quella vita misera”. E così fece, continuando gli studi fino alla laurea in ingegneria. Ma nel frattempo continuava a vivere i problemi della sua Sicilia, dalla mafia agricola del latifondo che combatté durante la sua giovinezza, alla mafia dell’urbanistica e dell’edilizia. Da giovane studente emerse la sua figura carismatica, “divenne prima funzionario di Federterra, poi responsabile giovanile della CGIL e poi responsabile della commissione giovanile del PCI”. Sin da subito, aveva intuito che i nemici erano i poteri forti, con i quali si scontro più volte nella sua vita. Questo gli costò anche un lungo periodo di reclusione in quello che Franco ricorda come il “Grand Hotel Ucciardone”. Uscito dal carcere seguirono vari incarichi all’interno della PCI in Sicilia, fino al 1969 quando venne chiamato dalla direzione nazionale del Partito comunista a Roma e dopo qualche anno entrerà a far parte della Camera dei deputati. Fu proprio durante questa esperienza che portò avanti la sua proposta di legge sull’associazione mafiosa e sulla confisca dei beni. Conosceva il fenomeno ed era anche consapevole che un volta tornato in Sicilia avrebbe corso dei seri rischi. Lo fece nel 1981, quando intraprese la sua ultima battaglia contro l’installazione dei missili della Nato nella base militare di Comiso.
La mattina del 30 aprile del 1982 venne ucciso insieme al suo compagno di partito Rosario Di Salvo. Qualche mese più tardi, il 13 settembre, venne approvata la sua legge.

E oggi? Franco La Torre ne parla con un pizzico di amarezza: “Sulla copertina del libro c’è il suo volto perché nessuno lo ricorda”. Qualche polemica la riserva anche a coloro i quali dovrebbero essere i suoi eredi politici: “Hanno delegato la lotta alla mafia alla magistratura smettendo di analizzare il fenomeno. C’è tanta paura, ed è comprensibile ma bisogna anche essere coerenti con la propria scelta politica”.
Nonostante questo, Franco La Torre sta continuando la sua battaglia per smuovere le coscienze dell’opinione pubblica anche a livello europeo, attraverso Libera Internazionale e Flare, la rete che raccoglie numerose associazioni che in Europa si occupano del contrasto alla criminalità organizzata. Il 3 aprile del 2014 è stata approvata la direttiva europea sulla confisca dei beni mentre si sta lavorando sulla costituzione di una procura e sul riconoscimento del reato sempre nell’ambito europeo.
Tanti obiettivi sono stati raggiunti, anche se la strada per raggiungere “un livello fisiologico della lotta alla mafia per non farci influenzare nel nostro quotidiano” è ancora molto lunga.

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