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Quando la criminalità organizzata è su Facebook. E ricorda Borsellino

locale sotto sequestro

Uno dei punti scommesse gestiti da L.B.G. finiti sotto sequestro preventivo

C’è chi condivide link a favore di una maggiore moralità nelle istituzioni. C’è chi si scaglia contro «Mafia capitale» e contro le collusioni tra politica e malaffare, morbo che dilania la Città eterna. C’è chi, infine, pubblica addirittura un’immagine per ricordare il sacrificio di Paolo Borsellino e della sua scorta: era il 19 luglio, d’altronde, e quel post pareva doveroso. Tutto giusto, verrebbe spontaneo dire. Sacrosanto, anzi. Peccato che, una volta spento il computer o lo smartphone, la vita reale di questi «viveur della rete» sia ben diversa. È la «coerenza» ai tempi di Facebook, o forse ancora qualcosa di più profondo, materia per psicologi e criminologi.

L’ennesima riprova è recente, fresca, immediata. Il 22 luglio la Dda di Reggio Calabria chiude il cerchio e fa scattare l’operazione «Gambling»: ventotto ordinanze di custodia cautelare in carcere, tredici persone ai domiciliari, svariati obblighi e divieti di dimora e obblighi di firma, sequestri di undici società operanti all’estero e di quarantacinque aziende con sede in Italia, per un totale di 1500 punti commerciali «sigillati». Valore totale dei beni individuati dalla magistratura: due miliardi di euro, briciola più o briciola meno. Uno stillicidio senza fine per sferrare un duro colpo agli affari della ‘ndrangheta nel mondo delle scommesse e del gioco d’azzardo online, con gli uomini del clan Tegano a recitare la parte del leone. E se ci si immerge nel mare magnum di Facebook e si digitano alcuni dei nomi degli arrestati (molti profili sono «pubblici», con contenuti condivisi con l’intera rete e quindi nessuna restrizione di privacy), il viaggio è persino «istruttivo».

L.B.G., residente in provincia di Bergamo, ad esempio, sarebbe secondo gli inquirenti il referente dell’organizzazione al Nord. Caterina Catalano, gip del capoluogo calabrese, nell’ordinanza lo tratteggia come un personaggio dalle «spiccatissime competenze informatiche, che ne aggravano la pericolosità sociale qualificata», uno che ha svolto funzioni «decisive e infungibili» per le sorti del gruppo. Quanto avrebbe guadagnato dall’affare? Stando all’impianto accusatorio, e in particolare a una telefonata intercettata, L.B.G. si sarebbe messo in tasca un milione di euro in tre anni. Sul proprio profilo Facebook, non più di una ventina di giorni prima di ritrovarsi le manette ai polsi, l’uomo si scagliava contro gli sprechi della politica: ecco allora un link che mostra come alla mensa del Senato una tagliata di manzo costi appena 3 euro e 41 centesimi, oppure un post che invoca la sforbiciata agli stipendi dei parlamentari. E ancora, un video in difesa della scuola pubblica (chissà quante borse di studio si potrebbero finanziare, con quei due miliardi sequestrati…) e un’immagine per scongiurare la chiusura del Parco dello Stelvio. Poi, però, non può mancare il link contro gli immigrati e il post con citazione mussoliniana. Tra gli «amici» dell’arrestato, virtuali ma anche reali, c’è il calabrese F.R., uno dei tanti destinatari dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere nell’ambito della stessa operazione antimafia. Sull’account di L.B.G., F.R. interviene definendo il bergamasco un «compare», termine che nelle logiche di ‘ndrangheta è solitamente ben chiaro. Cliccando direttamente sul profilo di F.R., invece, a questo giro i link «seri» sono ben pochi, giusto qualcosina contro le banche, quindi ecco una sfilza di post dedicati a poker e gioco d’azzardo, certo più consoni al taglio dell’inchiesta della Dda reggina. A destare le ire dell’uomo c’è infine un’altra «grave» tematica: non la criminalità organizzata, non la ‘ndrangheta che dalla «sua» Calabria ha colonizzato l’Italia, l’Europa, il mondo; Facebook alla mano, per F.R. il vero drama è rappresentato dai matrimoni gay…

A.S., invece, è oggi un cittadino libero. Il carcere lo ha conosciuto qualche anno fa per un giro di estorsioni e usura nella zona del Lecchese. Vanta una parentela importante, pesante come un macigno: è nipote di Franco Coco Trovato, uno dei più importanti boss della ‘ndrangheta trapiantata in Lombardia, capace di fare dell’area tra Lecco e Milano (grazie al sodalizio con «Pepè» Flachi) una zona franca insanguinata da valanghe di omicidi, funestata da ingentissimi traffici di droga, strozzata da una tenacissima morsa usuraria. Sul social network più famoso del mondo, anche A.S. non disdegna l’«impegno civile»: lotta alle pensioni d’oro, solidarietà agli esodati, post contro i vitalizi ai politici corrotti. Stesso tenore pure su un altro profilo «degno di nota»: quello di A.S. (omonimo nonché parente del precedente), uno tra i più spietati killer di ‘ndrangheta, braccio destro proprio di Franco Coco Trovato, passato anche dal 41bis e oggi uscito di prigione dopo essere stato colpito dalla storica operazione «Wall Street» del 1993. Anche in questo caso, accanto a una sfilza di link scherzosi o divertenti o che promuovono la sua nuova attività commerciale, non mancano quelli più «impegnati»: su tutti, un paio di messaggi in ricordo della Strage di via D’Amelio. Una metamorfosi degna di Kafka.

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